GAZZETTA 130
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Dalla copia lasciata dal soldato Genisio sul Piave alle stanze di "Friends", dal "Giringiro" radiofonico alle tele di Casorati: il racconto di un giornale diventato rito collettivo, capace di trasformare lo sport in un'estetica pop che attraversa generazioni, canzoni e stili di vita
Fu un po’ sfida e un po’ beffa. Era la notte tiepida del 27 maggio 1918, quella dell’assalto a Caposile, Basso Piave, per bloccare le baionette austro-ungariche verso Venezia. Renzo Genisio, soldato del Regio esercito, lasciò una copia della Gazzetta dello Sport in una trincea austriaca appena conquistata: “Così sapranno meglio che gli italiani non sono demoralizzati…”. Ecco già allora l’essenza di quel foglio color rosa per la giovane nazione italiana: non un semplice giornale, ma una bandiera da piantare al suolo. Segno di identità, massima appartenenza. Sarebbe stato lo stesso negli anni a venire, in tempi di pace e poi di nuovo sotto le bombe. E ancora durante una lunga epoca di prosperità, tra vittorie e sconfitte nel mondo dello sport, reparto giocattoli delle vite di tutti. La storia non è cambiata perfino oggi, che la Gazza di anni ne compie 130 e si è fatta moderna, internazionale, digitale, social(e). È un pezzo enorme nel racconto di un Paese, come pochi altri media sparsi per il mondo riescono ad esserlo. Conta nella cultura di massa italiana non solo perché informa sullo sport, ma perché lo rende racconto nazionale, rito quotidiano, spettacolo collettivo. È un immaginario sempre condiviso, che poggi con calma sul tavolo di un bar, accanto a un cappuccino fumante, o che attraversi la Rete alla velocità della luce e con la forza di una hard news. Così, trasformandosi ogni volta, la Gazza può stare contemporaneamente in un museo o in un talk show, in un film o in un docu, in un romanzo o in una canzone d’autore.







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