Il centro dei Tigers esce dal campo durante il match con Michigan State e sembra fuori uso, poi decide di rientrare per portare la squadra alle semifinali. E il suo tecnico lo paragona a Willis Reed...
Si fa male al ginocchio sinistro e al gomito destro dopo una caduta rovinosa, a metà secondo tempo. Dice “Ho chiuso” e si avvia verso gli spogliatoi. Poi però rientra con un colpo di scena, accolto dall’ovazione del pubblico, segna una tripla, galvanizza i compagni di squadra, li trascina al successo, alla Final Four del torneo universitario. Cose folli, cose da March Madness. Lui è Johni Broome, il lungo miglior giocatore degli Auburn Tigers che battendo Michigan State hanno completato il quadro delle semifinaliste che a San Antonio si contenderanno il titolo collegiale, questo sabato. Broome è il centro dell’ateneo dell’Alabama, tra i finalisti come miglior giocatore universitario della stagione. L’uomo dei miracoli…
i fatti
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Con Auburn avanti di 10 punti e lui già con 22 a tabellino, cade male, sente male, resta a terra. La State Farm Arena, casa degli Hawks in Nba, ammutolisce. Cala il silenzio perché la stragrande maggioranza del pubblico tifa per i Tigers, è arrivata dal campus di Auburn distante appena 1h40’ di auto da Atlanta. Broome resta seduto sul parquet con gli occhi chiusi, non si rialza. Mamma Julie piange in tribuna. Johni racconta, a posteriori: “Stavo cercando di capire quanto mi fossi fatto male, non ero preoccupato”. Bugiardo come Pinocchio. Infatti il labiale colto dalle telecamere rivelano cosa dice, sul momento: “Ho chiuso”. E Chaney Johnson, il suo sostituito, svela il segreto di Pulcinella. “Mi ha detto: ”Finisci la partita per me". I sostenitori dei Tigers temono un infortunio grave, lo immaginano fuori dalla partita e indisponibile per l’eventuale Final Four. Si improvvisano tutti dottori sui social media, sbucano diagnosi e prognosi. La signora Julie scende dagli spalti per assistere il pargolo: sarà pure un ragazzone di 106 kg e 208 centimetri, ma la mamma è sempre la mamma. Broome va in spogliatoio, nessuno pensa di rivederlo sul parquet. E invece le radiografie tranquillizzano i Tigers: nulla di rotto. Lui riemerge dal tunnel e chiede di giocare. Si negozia a bordocampo, lo staff tecnico di Auburn pare incredulo quanto il pubblico. Ma gli dà il via libera. Broome rientra festeggiato dal boato dei tifosi e segna subito una tripla. Poi va a rimbalzo con una mano sola, quella buona, la sinistra. L’altra la usa il meno possibile, il gomito gli duole. Gioca qualche minuto, Auburn vince senza rischiare nulla. La favola ha il lieto fine, l’ennesima storia di March Madness che ogni anno ne regala di inimmaginabili.
come willis reed
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Bruce Pearl, l’allenatore di Auburn, cita un precedente illustre. "Si è trattato di un momento alla Willis Reed. Johni viene fuori dagli spogliatoi, entra e segna subito quel tiro da 3 punti…”. Reed, straordinario lungo dei New York Knicks, soffrì un grave infortunio in Gara 5 delle Finals Nba del 1970, poi costretto a saltare Gara 6. Prima di Gara 7 emerse dal tunnel del Madison Squadre Garden e giocò zoppicante contro ogni aspettativa e logica, ispirando da capitano i compagni con la dedizione, col suo grande cuore. I Knicks vinsero la “bella” con i Lakers conquistando il titolo. Reed fece la storia e entrò nella leggenda del gioco.
prospetto
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Broome non finirà nella Hall of Fame come Reed, no. Ma è il giocatore della Southeastern Conference dell’anno. Compirà 23 anni in agosto, al college fa il prepotente sotto canestro sui due lati del campo. Grosso e cattivo, prende a sportellate tutti. 18.5 punti tirando col 50.5% dal campo, con 10.8 rimbalzi e 2.9 assist di media di contorno. Lui è l’anti Flagg. Quanto la matricola di Duke è un predestinato, talento naturale che sarà chiamato n. 1 al Draft 2025 Nba, bello da vedere, pulito come fondamentali, il ragazzone che tutte le ragazzine sognano di conquistare, cocco di ogni coach d’America, classico bravo ragazzo, ottimo studente con nelle carte già scritto un futuro luminoso, tanto Broome è uno che ce l’ha fatta contro il calcolo delle probabilità. Poco atletico, ha giocato le prime due stagioni collegiali a Morehead State, ateneo del sommerso nel Kentucky. Nell’indifferenza generale o quasi. S’è riciclato campione a Auburn ateneo con tradizione nel football, mica nel basket, nonostante sia l’alma mater di Charles Barkley. Broome contende a Flagg il riconoscimento di giocatore dell’anno, ma rispetto a lui ha fatto la gavetta, è appena il quarto Tiger di sempre a ottenere lo status di All America, il primo inserito nel miglior quintetto. Broome è al quinto anno da studente-atleta, l’Nba sinora l’ha ignorato. Perché salta pochino, non è atletico o esplosivo. Tira i liberi con il 59%: quella mano mancina è efficace, ma non morbida. Perché è tosto in difesa, duro, ma lento di piedi. Insomma grandi numeri, ma poco potenziale di prospettiva secondo gli osservatori Nba. Somiglia a Carlos Boozer: un filo più alto. Sogna la carriera del lungo ex Duke, due volte All Star pur da scelta di secondo giro del Draft. Perché non aveva potenziale – dicevano di lui gli scout Nba -. La proiezione attuale di Broome. Che è abituato a essere sottovalutato: digrigna i denti e manda giù il boccone amaro.
final four
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Perché è il momento di far festa. Di celebrare le Final Four, le seconde nella storia di Auburn dopo quelle del 2019. All’Alamodome in Texas si daranno battaglia le quattro teste di serie n. 1 del tabellone Ncaa. Era successo solo nel 2008, sinora. I Tigers giocheranno sabato con Florida (diretta su Dazn dalla mezzanotte e nove minuti italiana di domenica 6 aprile, a seguire dalle 2.49 Duke-Houston) con la possibilità di ottenere la vittoria numero 33 di una stagione indimenticabile. Servirebbe Broome al 100%, ma per Coach Pearl sarà difficile averlo al meglio. Dovrà arrangiarsi. Purché ci sia, va bene anche così. Perché pareva impossibile dopo quella caduta e invece…Ma per uno come Broome, che non è nato con la camicia, rialzarsi dopo una caduta non è mica una novità. Forse è l’unico a non esserne stupito.