In un'intervista al Corriere della Sera, l'ex opposto azzurro ha raccontato la sua vita dentro e fuori dal campo
"Io sono Zorro. E non sono l’unico Zorro dello sport. Ma come lo pronuncia Julio, be’, è impareggiabile: è un marchio di fabbrica", racconta Zorzi in un’intervista al Corriere della Sera. L’ex opposto azzurro è stato uno dei protagonisti della Generazione dei Fenomeni del volley, la Nazionale italiana degli anni ’90. Oggi è giornalista e porta la pallavolo a teatro. "Inizio con Kataklò, poi il teatro lo incontro con “La Leggenda del pallavolista volante”: va ancora in scena, anche se sto lanciando un nuovo spettacolo nel quale spiego come la pallavolo è stata usata dalle istituzioni, dai governi e dai partiti". Un percorso condiviso fin dall’inizio con Giulia Staccioli, moglie, coreografa e direttrice artistica che ha dato vita al progetto Kataklò.
la squadra
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"Fatico a ricordare la felicità per i successi e quanto fosse difficile digerire le sconfitte. Sono felice che si vinca tanto. E l’oro olimpico delle donne mi rammenta che noi l’abbiamo mancato: è un’ossessione che il tempo ha attenuato, ma non cancellato". L’unico traguardo fallito dalla squadra più forte del ventesimo secolo, come la definisce Zorzi. La gioia nel vedere la pallavolo italiana di nuovo ai vertici è autentica, così come è vivido il ricordo di quel gruppo. Ma Zorzi si allontana dall’idea della squadra-famiglia: "Eravamo una squadra unita, con tensioni che non sono mai diventate conflitti. Con alcuni sono nati rapporti, un’amicizia vera e un legame profondo, con altri no, anche se mi dispiace". Zorzi parla anche del rapporto con Velasco: all’inizio "fantastico, poi ci sono state fasi intermedie, con un rispetto reciproco che non escludeva le scintille. È una persona dal fascino incredibile, bravo a creare relazioni di reciproca fiducia;".
oltre lo sport
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Avevano detto a sua madre di abortire, perché non sarebbe sopravvissuto al parto. Lei non mollò e, da piccolo, mentre i genitori lavoravano, crebbe accudito da una coppia di vicini, diventati per lui nonni adottivi. Il successo lo rese famoso: "Fu più che altro un effetto mediatico: sex symbol senza aver avuto una vita da sex symbol, anche perché io sono sempre stato molto fedele". Oggi in palestra dice di non resistere più di dieci minuti, anche se la voglia di fare fatica non è sparita. Da sempre, però, allarga i suoi orizzonti, tra story telling, interventi in azienda, il giornalismo. "Provo ad allargare il tiro e questo mi fa passare per intellettuale: non so se è così, ma di certo non mi sono confinato nel mondo dello sport". E aggiunge una riflessione preoccupata: "Nello sport di oggi siamo vittime della prestazione, per cui se vinciamo siamo campioni e se perdiamo siamo falliti".
La Gazzetta dello Sport
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