Viviani, Piano e Cagnotto si raccontano per Dao a 10 anni dai Giochi di Rio de Janeiro

1 ora fa 3

I tre atleti hanno ripercorso la propria esperienza in occasione del decennale dall'Olimpiade in Brasile

29 luglio - 16:24 - MILANO

Hanno condiviso medaglie e regalato emozioni. Chi lungo un giro di pista, chi attraverso la traiettoria di una schiacciata, chi con la parabola perfetta di un tuffo. Storie diverse, così come diverso è il colore delle loro medaglie, ma accomunate da un unico simbolo: i cinque cerchi olimpici di Rio de Janeiro. Elia Viviani, Matteo Piano e Tania Cagnotto condividono non solo l'appartenenza alla Dao, società italiana di marketing e comunicazione sportiva, ma anche i ricordi dei Giochi brasiliani, dove conquistarono rispettivamente una medaglia d'oro, una d'argento e, nel caso della tuffatrice, un argento e un bronzo. Oggi tutti e tre hanno concluso la loro carriera agonistica, ma a dieci anni di distanza hanno ripercorso quell'esperienza in terra carioca con un inevitabile pizzico di saudade.

omnium

—  

"La prima immagine che mi viene in mente è l'ingresso nel Villaggio Olimpico: era l'inizio di un percorso. Ero consapevole che stavano per arrivare giorni importantissimi. C'era anche tutta la questione dei lavori al Villaggio, che non si sapeva se sarebbero terminati in tempo. Mi sentivo allo stesso tempo tranquillo e preoccupato in vista della gara. Poi ho impressissimo nella mente l'ultimo giro di pista. È come se si sbloccasse un livello: la medaglia olimpica ti fa sentire capace di andare oltre. Una volta raggiunto un traguardo del genere, tutti gli altri sembrano possibili. Ognuno di noi aveva obiettivi diversi, in base alle proprie caratteristiche. Io ero un velocista e, dopo aver vinto l'oro, ho avuto la sensazione di poter alzare ulteriormente l'asticella, senza paura. Quando raggiungi il massimo, non temi più nulla, e i due anni successivi lo hanno dimostrato", racconta Viviani, campione olimpico dell'omnium ai Giochi del 2016.

pallavolista

—  

"Anch'io penso al momento in cui ho messo piede nel Villaggio Olimpico. Nonostante il jet lag e la stanchezza, ho camminato ovunque: è stata un'emozione bellissima. Essere arrivato lì era come aver completato una scalata. Mi ero operato pochi mesi prima e nulla era scontato. Ripensare a quei momenti mi fa sorridere: era tantissimo tempo che non vedevo la medaglia, mia mamma l'ha persino nascosta. Credo di sottovalutarmi quando si parla di Olimpiadi. Ho una buona autostima e penso di essere competente in quello che faccio, ma dal punto di vista sportivo, a volte, tendo a considerarmi meno bravo di quanto sia stato. Forse minimizzo perché credo che le mie qualità mi abbiano permesso di fare tante cose nella vita e, per questo, finisco quasi per "nascondere" quell'argento. In realtà non ho mai voluto che un podio o un riconoscimento definissero chi sono, anche se resta qualcosa di meraviglioso. Voglio che il mio lavoro venga riconosciuto per le competenze che ho, non soltanto perché ho vinto una medaglia", aggiunge Matteo Piano, argento con la Nazionale italiana di pallavolo.

sogno realizzato

—  

Per Tania Cagnotto, argento nel sincro con Francesca Dallapè e bronzo individuale dai 3 metri, invece, il primo pensiero va inevitabilmente alla prima medaglia, quella che ha sfatato il tabù: "Il primo ricordo di Rio de Janeiro? Banalmente penso alla medaglia. Era la mia quinta Olimpiade e l'unica in cui sono riuscita a salire sul podio: è stata la ciliegina sulla torta. Avevo fatto un lavoro mentale enorme, cercando di convincermi che, comunque fosse andata, sarebbe stato un successo. Avevo partecipato a cinque Olimpiadi e avevo già conquistato un titolo mondiale. Ho cercato di arrivare alla gara il più serena possibile. Ci sono riuscita, anche se non so come avrei reagito se le cose fossero andate diversamente. Pensavo che un podio olimpico non avrebbe cambiato molto, invece mi ha dato una spinta incredibile, una felicità immensa. Sono cambiate anche alcune cose dal punto di vista economico. Alla fine della gara mi sentivo appagata, leggera, con la consapevolezza di aver dato tutto, fino all'ultima goccia di energia. Non avevo più nulla da dare ed è stato anche per questo che ho deciso di smettere".

La Gazzetta dello Sport

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi l’intero articolo