I segreti del design Audi, dalle icone del passato alle sfide dell’elettrico

1 ora fa 4

Nel Museo Audi di Ingolstadt, il Senior Designer Gary Telaak racconta come si costruisce l’identità di un marchio senza restare prigionieri del passato. Dalla quattro Spyder all’Avus, dalla purezza della TT alla nascita quasi teatrale della Shooting Brake, fino alla sfida delle auto elettriche. Un viaggio tra proporzioni, intuizioni e linee che resistono al tempo

Riccardo Piergentili

29 luglio - 17:18 - INGOLSTAD (GERMANIA)

Nel Museo Audi di Ingolstadt il futuro non è parcheggiato davanti all’ingresso. È nascosto tra le automobili del passato. Alcune sono diventate modelli di serie, altre sono rimaste concept, oggetti apparentemente immobili che in realtà continuano a muoversi: un arco del tetto ricompare vent’anni dopo, un passaruota diventa la firma di un’intera famiglia, una calandra sperimentata su un prototipo finisce per cambiare il volto di milioni di automobili. Per capire come funziona questo meccanismo bisogna guardare le vetture non come pezzi da museo, ma come indizi. Gary Telaak lo fa da quasi trent’anni. È Senior Designer Audi, responsabile del Design Studio 1 e lavora a Ingolstadt dal 1997. Nel corso della sua carriera ha partecipato allo sviluppo di modelli come A3, TT, Q3, Q7 e A8. Soprattutto, ha visto nascere idee che sembravano semplici esperimenti e che, qualche anno più tardi, sarebbero diventate parte del linguaggio comune del marchio. Parla di design con l’entusiasmo di chi non ha ancora smesso di stupirsi davanti a una bella automobile. Ma anche con il pragmatismo di chi sa che una carrozzeria non è una scultura libera da qualsiasi vincolo. Sotto ci sono una piattaforma, un motore o una batteria, le sospensioni, le persone da proteggere e leggi sempre più severe. "Non siamo artisti", spiega. Poi sorride e corregge leggermente la traiettoria: forse, però, un pezzo di anima d’artista c’è. La storia del design Audi sta tutta in questa tensione. Tecnica e intuizione, disciplina e sorpresa, regole ferree e lampi creativi che durano cinque secondi. A volte basta una matita. Una volta, per inventare una nuova automobile, è servito addirittura un tavolo.

1Il museo come cassetta degli attrezzi

—  

Secondo Telaak, le auto conservate nel museo raccontano contemporaneamente il passato e il futuro. Non perché Audi debba continuare a ridisegnare all’infinito gli stessi modelli, ma perché ciascuna vettura contiene un tema che può essere ripreso, trasformato o adattato a un’epoca diversa. Il designer usa un’immagine efficace: il museo è una cassetta degli attrezzi. Dentro ci sono decenni di soluzioni formali. Non tutte devono essere utilizzate e non tutte nello stesso momento. Il lavoro consiste nel capire quali elementi rappresentino davvero il Dna Audi e quali, invece, appartengano soltanto alla moda di un periodo. Le tendenze cambiano velocemente; un’identità credibile deve resistere molto più a lungo. Due concept del 1991 spiegano bene questo principio: Audi quattro Spyder e Avus quattro. Sono profondamente diverse. La prima è una sportiva compatta con motore centrale, la seconda una supercar estrema, quasi un manifesto tecnologico. Eppure condividono alcuni tratti che ricompariranno più avanti nella storia del marchio. Il primo è l’architettura cab forward, cioè l’abitacolo visivamente proiettato in avanti. Il secondo è il grande arco che descrive il tetto e racchiude la cabina. Sulla quattro Spyder appare pulito, leggero, quasi elementare; sull’Avus assume un tono più spettacolare. Cambiano dimensioni, superfici e intenzioni, ma l’idea di fondo resta riconoscibile. Quell’arco tornerà pochi anni dopo sulla TT e diventerà uno degli elementi più forti della sua silhouette. L’Avus quattro aggiunge un altro capitolo fondamentale: il rapporto tra il corpo vettura e le ruote. Per l’epoca erano enormi e non sembravano semplicemente sistemate sotto la carrozzeria. Si prendevano il proprio spazio, quasi spingendo verso l’esterno il volume centrale dell’auto. È un’impostazione legata direttamente alla tecnica: Audi è il marchio della trazione quattro e il design deve rendere visibile questa caratteristica. Nasce così il tema dei quattro passaruota sottolineati, muscolosi senza diventare caricaturali. Telaak li considera parte del patrimonio genetico Audi perché comunicano stabilità, aderenza e forza sui quattro punti d’appoggio. Non serve scrivere "quattro" sulla fiancata: devono essere le proporzioni a suggerirlo. Qui si vede la differenza tra decorazione e design. Una linea aggiunta sulla portiera può rendere più movimentata una superficie; un volume costruito attorno alle ruote racconta invece come l’auto scarica la propria potenza a terra. Nel primo caso si abbellisce un oggetto, nel secondo si rende visibile la tecnologia. È una distinzione che attraversa tutta la storia di Audi. La quattro Spyder e l’Avus quattro, quindi, non sono antenate dirette di un solo modello. Sono serbatoi di idee. Dal loro cofano non è uscita una genealogia lineare, ma una serie di concetti: abitacolo avanzato, arco del tetto, ruote protagoniste, superfici piene e carrozzeria concepita come un volume unico. Elementi che Audi avrebbe ripreso più volte, dosandoli in modo diverso a seconda del tipo di vettura e del momento storico. Il passato, in questa prospettiva, non è una gabbia. È una grammatica. Le parole sono già state inventate, ma si possono ancora scrivere frasi nuove.

2Audi TT, ovvero il coraggio di togliere

—  

Se Gary Telaak deve indicare l’automobile che esprime con maggiore purezza il Dna Audi, la scelta cade sulla TT. Non soltanto perché è diventata un’icona, ma perché dimostra quanto possa essere potente un progetto costruito con pochissimi elementi. La concept car del 1995 sembra composta attraverso una geometria quasi infantile: archi, anelli, porzioni di sfera. Ma la semplicità, nel design, è spesso il risultato più difficile da raggiungere. Aggiungere una linea è facile; togliere tutto ciò che non serve richiede sicurezza. Significa decidere quale sia l’idea fondamentale e accettare che non avrà bisogno di effetti speciali per farsi notare. Sulla TT il tetto forma un arco netto, la carrozzeria sembra ricavata da un unico blocco e i volumi hanno una precisione quasi industriale. Le superfici non cercano di intrattenere l’occhio con continue variazioni. Lo guidano. L'anello diventa un motivo ricorrente e lega esterno e abitacolo: passaruota, strumenti, bocchette dell’aria, tappo del serbatoio. Ogni forma ha una funzione e ogni dettaglio sembra appartenere allo stesso pensiero. Telaak insiste anche su un elemento che spesso sfugge a chi guarda un’auto soltanto nel suo insieme: le linee di giunzione della carrozzeria. Quando le superfici sono complesse, il taglio di un cofano o di una portiera può nascondersi tra nervature e cambi di volume. Quando il disegno è puro, invece, ogni separazione diventa evidente. Le cosiddette shut lines non sono più una conseguenza tecnica da tollerare, ma una parte del progetto. È il paradosso della semplicità: meno cose si mostrano, più ciascuna deve essere perfetta. Su una carrozzeria sovraccarica, un errore può perdersi nel rumore. Sulla TT non c’è rumore, quindi non c’è neppure un posto dove nascondersi. Il suo impatto andò ben oltre i numeri di vendita. Telaak la definisce una sorta di satellite rispetto al centro della gamma Audi dell’epoca: un’auto speciale, lontana dalle berline che costituivano il cuore del mercato. Eppure quel satellite esercitò una forza gravitazionale enorme sull’intero marchio. La Steppenwolf del 2000, concept rialzata che anticipava alcune idee poi diventate comuni nel mondo delle crossover, portava su un’architettura diversa la stessa disciplina della TT. I fari, il trattamento delle superfici e il controllo delle giunzioni mostravano una parentela evidente. Non era una TT trasformata in fuoristrada, ma un nuovo tipo di automobile costruito usando parte della stessa grammatica. Con la Nuvolari del 2003 il linguaggio cambiò ancora. Le superfici diventarono più fluide e sensuali, il corpo vettura acquistò eleganza e movimento. Telaak parla di un tocco quasi meridionale, una morbidezza diversa dal rigore geometrico della prima TT. La parentela, però, rimaneva visibile nell’arco del tetto e nel disegno della vetratura laterale, quello che i designer chiamano Dlo, Daylight Opening. È qui che si capisce come si può evolvere un progetto riuscito senza copiarlo. Non si conserva necessariamente la pelle; si conserva la struttura del pensiero. L’arco può diventare più teso, una superficie più morbida, una proporzione più slanciata. Il Dna non coincide con la replica di una linea: è il sistema di relazioni che permette di riconoscere un’Audi anche quando il suo aspetto cambia. La seconda generazione della TT sintetizzò proprio questo passaggio. Architettura, proporzioni e volumi restarono fedeli all’idea originale, ma il trattamento delle superfici divenne più ricco e dinamico. Alla purezza della prima serie si aggiunse l’eleganza sperimentata sulle concept dei primi anni Duemila. E sul frontale arrivò il Singleframe.

3Come cambiare faccia senza perdere l’identità

—  

Oggi la grande calandra Audi è un elemento dato quasi per scontato. All’inizio degli anni Duemila, invece, il Singleframe rappresentò una rottura netta. Fino a quel momento il frontale era diviso: una griglia superiore e una presa d’aria inferiore, due elementi distinti. Il nuovo disegno li unì in un’unica cornice verticale, trasformando la calandra nel volto del marchio. Prima di arrivare sulle vetture di serie, l’idea venne sperimentata sulle concept. Telaak la indica sulla Nuvolari come il passaggio capace di proiettare Audi in una fase nuova. Poco distante, nel museo, l’A8 Coupé concept del 1997 permette di osservare quasi il fotogramma precedente dell’evoluzione: la calandra superiore e l’apertura inferiore sono ancora separate, ma un piccolo elemento centrale sembra suggerire che prima o poi si uniranno. È come guardare due scene consecutive di un film girate a distanza di anni. Nella prima l’idea è appena accennata, nella seconda è diventata una dichiarazione. La forza del Singleframe non stava soltanto nelle dimensioni, ma nella capacità di dare coerenza a vetture molto diverse: berline, sportive, station wagon e Suv potevano avere proporzioni differenti e mantenere lo stesso volto. Anche qui, però, il rischio è evidente. Quando un segno funziona, la tentazione è ingrandirlo, enfatizzarlo e ripeterlo fino a trasformarlo in una maschera. Telaak non difende il passato per nostalgia e non propone di congelare il design Audi in un determinato decennio. Il suo ragionamento è più sottile: un elemento identitario deve rimanere al servizio delle proporzioni, non sostituirle. È un tema particolarmente attuale, perché l’industria dell’auto attraversa una fase di grande affollamento visivo. Fari sottilissimi, prese d’aria vere o finte, nervature, superfici concave e convesse, firme luminose, appendici aerodinamiche: ogni modello sembra obbligato a conquistare l’attenzione in mezzo secondo, magari attraverso lo schermo di uno smartphone. Telaak chiama in causa la stanchezza dell’occhio. Troppi segnali concentrati nello stesso punto producono lo stesso effetto di una stanza in cui tutti parlano contemporaneamente. All’inizio si percepisce energia, dopo poco rimane soltanto rumore. Il problema non è stabilire che una carrozzeria debba avere due linee invece di cinque. Il punto è trovare la dose corretta e capire quando una forma aggiunge significato e quando cerca soltanto attenzione. Per spiegare la differenza, Telaak si ferma davanti a una delle sue Audi di serie preferite: la prima A8, sigla interna D2, nella versione S8. È una grande berlina tradizionale, priva della teatralità di molte ammiraglie contemporanee. Ha proporzioni equilibrate, superfici tese ma non tormentate e un frontale autorevole senza diventare aggressivo. Telaak usa due parole precise: dignità e rispetto. La S8 non tenta di intimidire chi la guarda e non ha bisogno di gridare il proprio ruolo. È seria, solida e immediatamente comprensibile. Soprattutto, può essere osservata ancora oggi senza che l’occhio si stanchi. Questa è la sua definizione di design senza tempo. In studio circola un aneddoto che riassume bene il concetto. Davanti a un modello ricoperto di segni, qualcuno disse: "Con tutte le linee che hai messo qui, io ci faccio tre automobili". La battuta fa sorridere, ma contiene una regola severa: se ogni idea vuole essere protagonista, alla fine non emerge nessuna idea. Il minimalismo Audi non significa disegnare auto anonime. Significa scegliere un tema forte, svilupparlo fino in fondo e rinunciare a tutto ciò che lo indebolisce. È un pensiero monolitico: l’auto deve essere percepita come un oggetto coerente, non come un catalogo di soluzioni stilistiche.

4Un tavolo, un telo e cinque secondi: così nacque la TT Shooting Brake

—  

Le automobili sembrano nascere da processi infiniti: ricerche di mercato, riunioni, rendering, simulazioni aerodinamiche, modelli matematici e centinaia di persone impegnate per anni. Tutto vero. Ma ogni tanto l’idea che mette in moto quella macchina organizzativa arriva in pochi secondi e con mezzi sorprendentemente rudimentali. L’Audi Shooting Brake concept del 2005 è una delle vetture più affascinanti esposte nel museo. Riprende l’universo della seconda generazione TT, ma allunga il tetto e trasforma la sportiva in una shooting brake compatta, muscolosa e pratica. Rimase un prototipo e proprio per questo viene spontaneo domandarsi perché un’auto tanto riuscita non sia mai entrata in produzione. Telaak non offre una spiegazione industriale. Regala qualcosa di meglio: il racconto del momento esatto in cui quella forma è apparsa per la prima volta. Era un venerdì pomeriggio. In studio, Gary Telaak e Jorge Díez, designer della seconda generazione TT, stavano lavorando sul modello in clay della coupé sotto la direzione di Walter de Silva. Accanto alla maquette c’era un piccolo tavolo utilizzato dai modellisti per appoggiare gli attrezzi. De Silva si avvicinò, osservò l’auto e pronunciò una richiesta che dovette sembrare piuttosto bizzarra: "Jorge, Gary, mettete il tavolo dentro la macchina". I due non capirono. De Silva ripeté l’ordine. Il modello in argilla non aveva i vetri e il grande lunotto posteriore della coupé era aperto. Il tavolino venne quindi infilato nella parte posteriore dell’auto. A quel punto De Silva prese un telo e coprì tutto. La stoffa si appoggiò sul tetto, incontrò il tavolo e rimase più alta sopra la coda. In un istante, sotto quel telo, la silhouette della coupé si trasformò in quella di una shooting brake. Non servivano un rendering tridimensionale o una presentazione di cinquanta pagine. Bastavano un tavolo nel posto sbagliato e una persona capace di vedere l’automobile nascosta dentro quella forma casuale. Telaak conserva una fotografia di quel momento e lo racconta ancora con meraviglia. Lo considera uno di quei lampi creativi che capitano raramente in una carriera. Durano cinque o dieci secondi, ma possono decidere la direzione di un progetto intero. La scena è interessante anche perché smonta un luogo comune. Il design automobilistico non è soltanto il gesto romantico di chi traccia una linea su un foglio e non è neppure una disciplina ormai consegnata completamente ai computer. È un modo di osservare gli oggetti. Walter de Silva non inventò la Shooting Brake aggiungendo dettagli alla TT. Modificò una sola proporzione: l’altezza della parte posteriore del tetto. Tutto il resto venne dopo. Quell’intuizione diventò un concept compiuto, con il Singleframe, i passaruota pronunciati, l’arco dell’abitacolo e la precisione tipica della famiglia TT. Ancora una volta, la storia Audi procedeva utilizzando gli strumenti contenuti nella sua cassetta: un tema noto veniva spostato su un’architettura nuova. Forse la TT Shooting Brake non arrivò mai in concessionaria, ma non per questo fu inutile. Le concept car hanno anche il compito di porre domande, misurare reazioni e allargare il campo del possibile. Alcune anticipano direttamente un modello; altre depositano un’idea che riaffiora più avanti, magari su una vettura completamente diversa. E poi rimane la forza dell’aneddoto. In un settore ossessionato dalla tecnologia, una delle Audi più interessanti degli ultimi decenni è nata grazie a un tavolino da modellista. È difficile immaginare una dimostrazione più efficace del fatto che gli strumenti contano, ma lo sguardo conta di più.

5Batterie, overdesign e il ritorno della matita

—  

L’elettrificazione viene spesso descritta come una liberazione per i designer. Il motore termico occupa molto spazio, impone volumi e rapporti precisi tra cofano e abitacolo; i motori elettrici sono più compatti e possono essere sistemati con maggiore libertà. La realtà, secondo Telaak, è meno semplice. L’elettrico offre opportunità, ma introduce vincoli nuovi. Il più evidente è la batteria. Un pacco spesso circa dieci centimetri collocato sotto il pavimento tende ad alzare l’intera automobile. Su un Suv l’integrazione è relativamente naturale: la carrozzeria nasce già alta e dispone di maggiore spazio verticale. Su una sportiva o su una gran turismo bassa, invece, ogni centimetro diventa una battaglia. L’e-tron GT è l’esempio scelto da Telaak. La sua silhouette dimostra che un’elettrica può mantenere un profilo basso e proporzioni eleganti, ma il risultato non arriva automaticamente grazie alla nuova tecnologia. Richiede un lavoro accurato sull’architettura, sulla posizione degli occupanti e sulla forma del pacco batteria. Le apposite rientranze consentono ai passeggeri di sistemare i piedi più in basso e aiutano a conservare una seduta sportiva e una linea del tetto filante. L’assenza del grande blocco motore permette di spostare alcuni elementi e concede maggiore libertà in determinate aree. Altrove, la batteria restituisce con gli interessi lo spazio guadagnato. A questo si aggiungono norme di sicurezza, protezione dei pedoni, requisiti aerodinamici e strutturali. Negli anni Cinquanta e Sessanta, ricorda Telaak pensando alle grandi automobili americane, i designer potevano permettersi quasi qualsiasi cosa. Oggi il foglio bianco è circondato da una quantità enorme di regole. Ma il tipo di propulsione non modifica l’obiettivo finale. Termica o elettrica, un’automobile deve avere una buona architettura, proporzioni convincenti e una forma capace di creare un legame emotivo con chi la sceglie. La tecnica cambia, il bisogno umano di desiderare un oggetto rimane lo stesso. È proprio per questo che la risposta alle difficoltà non può essere l’overdesign. Aggiungere nervature non fa sembrare più bassa un’auto nata alta; moltiplicare gli elementi grafici non corregge una proporzione debole. Semmai accade il contrario: quando l’architettura è giusta, serve meno styling per renderla interessante. Il ragionamento riporta alla TT e alla A8 D2, ma guarda anche al futuro. Per Telaak, i giovani designer devono imparare a proteggere l’idea principale. All’inizio di un progetto c’è spesso un key sketch, un disegno rapido che contiene l’essenza dell’automobile. Nel passaggio verso il modello digitale, quella chiarezza rischia di essere diluita da nuovi temi, richieste e dettagli. Il compito del designer è continuare a chiedersi quale fosse l’intuizione originaria e rimuovere ciò che la nasconde. Per questo, nonostante la potenza degli strumenti digitali, negli studi si torna spesso a carta e matita. I doodle, gli scarabocchi veloci, possono essere astratti e imprecisi, ma hanno una qualità preziosa: costringono a esprimere un’idea con pochissimi segni. Non permettono di rifugiarsi nella perfezione del rendering. Telaak mostrerebbe a un giovane designer soprattutto due automobili: TT e A8 D2. La prima insegna la forza di una geometria ridotta all’essenziale; la seconda dimostra che equilibrio e dignità possono resistere più a lungo di qualsiasi moda. In entrambe, la lezione è identica: mettere a fuoco ciò che conta e abbassare il volume di tutto il resto. Il design automobilistico rimane quindi un esercizio di disciplina. Bisogna rispettare l’ingegneria, la tecnologia e le persone che useranno l’auto. Non è arte nel senso più libero del termine, perché una vettura deve funzionare, essere prodotta, superare prove e proteggere chi viaggia. Eppure, nel momento in cui una linea trasforma un vincolo tecnico in qualcosa che emoziona, l’anima dell’artista torna a farsi vedere. Nel museo di Ingolstadt questo meccanismo è visibile ovunque. La quattro Spyder e l’Avus quattro consegnano alla TT l’arco dell’abitacolo. La TT trasforma la purezza in un manifesto. La Steppenwolf porta quella disciplina su un’auto rialzata. La Nuvolari aggiunge eleganza e introduce un volto nuovo. La TT Shooting Brake prende forma sotto un telo. L’e-tron GT dimostra che anche una batteria può essere piegata alle esigenze delle proporzioni. Non è una linea retta e non è una collezione di citazioni nostalgiche. È una conversazione continua tra generazioni di automobili. Ogni modello prende qualcosa dal passato, lo interpreta secondo la tecnologia del presente e lascia un indizio a chi dovrà disegnare il futuro. Alla fine, la vera identità Audi non è un singolo arco, una calandra o la forma di un passaruota. È il metodo che tiene insieme tutti questi elementi: rendere visibile la tecnica, cercare la chiarezza e fermarsi un attimo prima di aggiungere una linea di troppo. Il futuro, a Ingolstadt, nasce spesso così. Con gli occhi rivolti in avanti, una matita in mano e lo specchietto retrovisore regolato molto bene.

Leggi l’intero articolo