Era il 27 novembre 2005 quando il difensore del Messina si rifiutò di continuare la partita con l'Inter dopo gli insulti e i cori degli ultrà nerazzurri. Ne seguì un polverone tra indagini, striscioni e prese di posizione fuori luogo
E poi ad un certo punto Marc André Zoro prese in mano il pallone, interruppe il gioco e minacciò di andarsene nello spogliatoio. Offeso dagli insulti razzisti, mortificato dalla vergogna. Fu così che - con un semplice gesto - spezzò l’ordine del tempo. Vent’anni fa, per la prima volta, un calciatore fermò il mondo del calcio italiano. Lo fece con un gesto plateale, scatenando il putiferio. Teneva la testa alta, lo sguardo era teso a cercare un consenso, tutti i suoi movimenti emanavano una calma definitiva. Era un modo per provare a riscrivere le regole del gioco. Vent’anni dopo, la domanda non ha trovato risposta. Chissà se c’è riuscito.
messina-inter
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Succedeva il 27 novembre 2005, allo stadio San Filippo si giocava Messina-Inter. Zoro era poco più che un ragazzo, di lì a un mese avrebbe compiuto ventidue anni. Veniva dalla Costa d’Avorio. Era arrivato in Italia da adolescente, prima tappa Salerno, poi Messina. Dopo gli anni di gavetta in Serie B, quella era la seconda stagione in Serie A. Qualche cialtrone derubricò a “folklore” quei “buuu” razzisti, altri la buttarono in caciara scherzando - “Il segno di Zoro” - o sottolineando che in fondo si trattava di poche decine di tifosi, la solita “minoranza rumorosa”, i più seri provarono a ragionare su una questione che - già allora - stava inquinando la società italiana, non solo il pianeta-calcio.
ululati
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L’episodio prese forma concreta al minuto 21 della ripresa. Zoro spiegò che “Ho sentito gli ululati e ho pensato che c’era un solo modo per farli smettere. Ho chiesto all’arbitro di fermare il gioco, ma non mi ha ascoltato”. L’arbitro era Trefoloni. Nelle immagini televisive si coglie la sua sorpresa, una sorpresa sincera, di chi non si aspetta di vedere quello che sta vedendo. Zoro continuò: “Così, con il pallone sotto il braccio, mi sono diretto verso il quarto uomo”. Il quarto uomo designato per Messina-Inter, a bordo campo tra le due panchine, era Cassarà. Disse Zoro: “Gli ho detto: o sospendete la partita o vado via”. Ci fu una sensazione di smarrimento generale, in campo e sugli spalti. Martins e Adriano si avvicinarono a Zoro per fargli cambiare idea. L’ivoriano scosse la testa: “Non ce la faccio più”, sospirò. Alla fine si convinse. Raccontò poi: “Adriano e Martins provarono a consolarmi, mi dissero che loro subivano insulti e cori a ogni partita”. La partita poi riprese. L’Inter vinse 2-1, l’allenatore del Messina, Mutti, protestò per un rigore non concesso ai suoi.
le scuse di moratti
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Massimo Moratti si scusò personalmente, a nome dei suoi tifosi. “La reazione di Zoro è stata coraggiosa, misurata e istintiva. Non è colpa soltanto di un gruppo; purtroppo questa è un'abitudine, non solo italiana, che si è instaurata da tempo nel mondo del calcio”. Il presidente dell’Inter, Giacinto Facchetti, ammise sconsolato che “sono cose che purtroppo succedono in molti stadi, ma noi siamo contro ogni forma di razzismo”. Figo regalò a Zoro la sua maglia. Il presidente del Messina, Piero Franza, urlò allo “scandalo” e ricordò che “ovunque andiamo, da Verona a Bergamo, la solita storia e i soliti cori contro Zoro”. “Abbandonare il campo - commentò l’allenatore dell’Inter Roberto Mancini - sarebbe stato come darla vinta a quattro stupidi…”. Tra la diffusa solidarietà ci fu anche qualche nota stonata. Luca Toni, attaccante della Fiorentina, interpellato sulla questione, disse che “il razzismo è una piaga, ma non possiamo sospendere tutte le partite”. Silvio Baldini, che all’epoca allenava il Lecce, utilizzò la forma della provocazione per spiegare il suo pensiero: “In Africa sono razzisti verso i bianchi, molto più razzisti rispetto agli italiani. D’altra parte, mica si può fucilare chi è razzista”.
inchiesta
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La Federcalcio aprì un’inchiesta. Nel weekend successivo le partite iniziarono per protesta con cinque minuti di ritardo. Roberto Mancini argomentò in maniera amara: “Sono cose che non servono a niente. In questi casi tutti si ergono a paladini della giustizia, ma di concreto non si fa nulla”. Negli stadi comparvero striscioni bianchi con scritte nere dove campeggiava la scritta: “No al razzismo”. Il presidente dell'Associazione Nazionale Calciatori Sergio Campana il giorno dopo chiese ufficialmente a Zoro di entrare a far parte del consiglio direttivo dell'organismo sindacale dei calciatori italiani: “L’ho chiesto per dimostrare la nostra solidarietà ma anche perché insieme possiamo cercare altre iniziative”. Non se ne fece nulla. La Digos di Messina, grazie ai filmati, individuò, come responsabili dei cori razzisti, trentacinque tifosi dell’Inter. Alla fine delle indagini soltanto quattro ultrà nerazzurri vennero colpiti da Daspo e diffidati per quattro anni. Da più parti si invocò la “linea dura” dell’Uefa. Il presidente, lo svedese Lennart Johansson, disse che “la situazione è complessa, serve una reazione forte”. La reazione forte non arrivò.
multe risibili
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Qualcuno si prese la briga di fare un calcolo, scoprendo che fino a quel momento - fine novembre 2005 - e in soli tre mesi di campionato 2005-06, tra Serie A e Serie B, erano già stati otto i club sanzionati con multe per cori e offese razziali. Le multe erano state risibili. La più alta se l’era beccata il Verona, 15.000 euro, la più bassa il Catania, 2500. Nell’aprile del 2006, gara di ritorno, Inter-Messina, Zoro venne subissato da continui insulti, “vaffa” che durarono per 90 minuti. Il giudice sportivo Maurizio Laudi, dopo un esame del referto dell' arbitro Rodomonti, dei suoi collaboratori e degli ispettori dell’ufficio indagini, comminò all’Inter una multa molto lieve, di soli 25.000 euro. Nella motivazione della sentenza si leggeva che i cori erano stati ritenuti offensivi ma - testuale - “non caratterizzati da significato di discriminazione razziale”. A San Siro era comparso, quel giorno, anche uno striscione che recitava così: “Ti sei fatto pubblicità sulla pelle degli ultrà”. Rimase esposto per tutta la durata della partita. Un altro striscione invece fu issato ma venne tolto dopo una decina di minuti. C’era scritto: “Noccioline e banane la paga per l’infame”.
costa d'avorio
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Marc Zoro giocò a Messina un altro campionato. Se ne andò nel 2007, prima in Portogallo, tra Benfica e Vitoria Setúbal, poi in Romania, all’Universitatea Craiova, quindi in Francia, all’Angers, chiudendo infine la carriera all’Ofi Creta. Qualche anno fa è tornato a casa, in Costa d’Avorio. È stato alla guida dell’Ufpci, l’Union des Footballeurs Professionnels de Côte d’Ivoire, il sindacato dei calciatori ivoriani. Di recente si è candidato, senza tuttavia venire eletto, alla presidenza della Federazione Calcistica della Costa d’Avorio.










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