Una giornata con Chiara Ciuffini, dalle prime luci di Paganica fino alla notte a Campo Imperatore. Il Volkswagen Caddy parte come auto di famiglia, poi cambia mestiere: trasporta amici, carica tre biciclette, diventa spogliatoio, punto di recupero e piccola base mobile. In mezzo ci sono salite, sterrati, vento e arrosticini guardati con malinconia
Ci sono giornate che iniziano piano. Prima del telefono. Prima degli impegni. Prima delle notifiche, dei messaggi, degli allenamenti e delle salite che non fanno sconti a nessuno. A Paganica, in Abruzzo, la giornata di Chiara Ciuffini comincia così: con il silenzio del mattino, il caffè, qualche movimento fatto quasi al buio e il Caddy parcheggiato fuori casa, già pronto. Non è una giornata da “prova auto” nel senso classico. Nessuno gira intorno al mezzo con il metro in mano. Nessuno apre uno sportello solo per dire che si apre. Il Caddy entra nella vita di Chiara e fa quello che deve fare: accompagna, carica, organizza. Prima sembra una normale auto per la famiglia. Poi, con tre biciclette a bordo e Campo Imperatore davanti, cambia faccia. Diventa un piccolo quartier generale con le ruote. La versione utilizzata da Chiara è il Caddy Edition 2.0 Tdi Euro6 E bis da 90 kW, cioè 122 Cv, con cambio manuale a 6 rapporti e trazione integrale 4Motion. Il prezzo? 44.123 euro chiavi in mano.
1Prima che il mondo si svegli
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Il primo rumore non è quello del motore. È quello della casa. L’acqua in bagno, il pavimento, il caffè, i gesti piccoli di chi si prepara quando fuori è ancora presto. Chiara si muove tra scarpe da ciclismo, caschi, borracce, biciclette e oggetti che raccontano una vita passata spesso all’aperto. Il Caddy aspetta fuori. Non entra in scena con effetti speciali. Non serve. Sta lì, davanti alle montagne, come un mezzo che farà parte della giornata senza chiedere permesso. Chiara apre, sistema lo zaino, il thermos, qualche capo in più. In Abruzzo il meteo ha una certa fantasia e in quota non conviene fidarsi troppo delle app. Meglio portare tutto. O quasi. Già qui il Caddy fa capire il suo mestiere. Ha una carrozzeria da multispazio, ma un modo molto semplice di rendersi utile. Si sale, si carica, si parte. Le porte scorrevoli sono una di quelle cose che, quando ci sono, sembrano ovvie, quando non ci sono, si rimpiangono appena si prova ad aprire una portiera in uno spazio stretto con uno zaino, un casco e la dignità in bilico. La giornata non parte subito con la bici. Prima c’è la vita normale. Chiara accompagna il fratello al lavoro. Poi passa a prendere alcuni amici. Il Caddy, per qualche chilometro, fa l’auto di tutti i giorni. Quella per la famiglia, per gli spostamenti brevi, per le cose da fare prima che inizi il resto. Spesso gli atleti vengono immaginati in una bolla. Sveglia, allenamento, dieta, palestra, gara. Tutto perfetto. Tutto ordinato. Invece la giornata vera è più disordinata. Si accompagna qualcuno, si aspetta, si ride, si parla di fatica, si scherza sul fatto che Chiara passerà ore in bici mentre gli altri avranno una giornata già abbastanza piena senza cercarsi una salita. Dentro il Caddy lo spazio non obbliga nessuno a fare contorsioni. Il passeggero sale, appoggia lo zaino, si sistema. Il sistema di infotainment, il Digital Cockpit, le prese Usb-C e l’App Connect fanno parte della dotazione di serie. Anche sul fronte sicurezza, tra gli equipaggiamenti figurano Lane Assist, Front Assist con frenata di emergenza e riconoscimento pedoni e ciclisti, Side Assist con sensore Blind Spot e avvertimento uscita.
2Il Caddy cambia mestiere
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Poi si torna a casa. E lì il Caddy cambia mestiere. Prima era auto per accompagnare le persone. Ora deve diventare base sportiva. Il portellone si apre, i sedili posteriori vengono rimossi, lo spazio comincia a prendere un’altra forma. È il momento in cui il mezzo smette di fare il bravo multispazio e inizia a fare il complice. Le biciclette sono tre. Strada, gravel e mountain bike. Tre mondi diversi. La bici da strada è quella della disciplina. Non perdona. Se la gamba c’è, si va. Se la gamba non c’è, si fa finta di guardare il panorama. La gravel è la bici delle deviazioni, delle strade bianche, dei percorsi che iniziano con una domanda: “Chissà dove porta?”. La mountain bike è l’altra faccia del divertimento, quella in cui prima di una discesa tecnica si può anche sorridere, ma non troppo. Caricare tutto non è un esercizio di ottimismo. È il lavoro per cui il Caddy è nato. La versione standard misura 4.500 mm di lunghezza, 1.855 mm di larghezza e 1.798 mm di altezza. Il vano di carico, nella configurazione passeggeri, offre 1.213 litri dietro la seconda fila e arriva a 2.556 litri con la seconda fila rimossa. Sono numeri che spiegano perché tre biciclette, borse, caschi, cambi e attrezzi possano stare dentro senza trasformare ogni partenza in una partita di Tetris. Il punto, però, non è solo il volume. È la forma dello spazio. Il portellone grande, le porte scorrevoli, la soglia di carico a 562 mm e l’altezza del vano di 1.200 mm aiutano quando bisogna caricare oggetti lunghi, sporchi, delicati o tutte e tre le cose insieme. Nel ciclismo succede spesso. Anzi, quasi sempre.
3Verso Campo Imperatore
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Quando il Caddy lascia Paganica e sale verso Campo Imperatore si cambia passo. La strada si apre, le case diventano più rare, il paesaggio comincia a prendersi spazio. A un certo punto l’Abruzzo fa quello che sa fare meglio: smette di essere sfondo e diventa protagonista. Campo Imperatore allarga il racconto. Le strade tagliano l’altopiano, le nuvole passano veloci, il vento sposta l’erba, il Gran Sasso resta lì, enorme, con quella calma tipica delle montagne. Chi pedala in un posto così non può far finta di niente. Anche la fatica cambia sapore. Resta fatica, certo, ma almeno ha una bella scenografia, che non fa andare più forte, però aiuta a lamentarsi meno. Qui il Caddy ha un ruolo semplice: portare Chiara e le sue tre bici nel punto giusto, poi restare lì come riferimento. Durante il trasferimento contano il comfort, la posizione di guida, la visibilità, la trazione integrale 4Motion, il motore 2.0 Tdi da 122 Cv e il cambio manuale a 6 rapporti. La trazione integrale, in un racconto di montagna, non è un dettaglio da scheda tecnica messo lì per riempire una riga. Serve quando le condizioni cambiano, quando l’asfalto non è perfetto, quando si sale in quota e il tempo decide di fare il simpatico. Non trasforma il Caddy in un fuoristrada da mulattiera, ma dà più margine. E in certe giornate il margine è una gran bella parola.
4Tre bici, tre modi di stare fuori
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Arrivati a Campo Imperatore, la giornata di Chiara entra nel vivo. Si parte con la bici da strada. Asfalto, ritmo, salita. La bici da strada è la parte più severa della storia. Non lascia molte scuse. Ogni metro si sente, ogni pendenza si misura nelle gambe, ogni falsopiano sembra innocente finché non smette di esserlo. Poi arriva la gravel. Cambia il rumore. Non più solo gomme sull’asfalto, ma pietre, polvere, sterrati. La gravel è la bici del “vediamo”. Vediamo dove porta quella strada. Vediamo se da lì si passa. Vediamo se era meglio restare sull’asfalto. Spesso la risposta arriva dopo, quando ormai tornare indietro è più faticoso che andare avanti. Infine la mountain bike. Se la strada racconta la resistenza e la gravel la libertà, la mountain bike racconta l’adrenalina. E anche quel piccolo momento in cui, prima di buttarsi in discesa, il cervello chiede: “Siamo sicuri?”. La risposta, di solito, arriva troppo tardi. Tra un allenamento e l’altro, il Caddy resta un un punto fisso. Si apre il portellone, si prende acqua, si cambia casco, si lascia una bici, se ne prende un’altra. Si appoggiano scarpe, giacche, borse. Si recupera fiato. Si riparte. È questa la parte più interessante del mezzo: non deve fare una cosa sola. Prima accompagna, poi trasporta, poi organizza. Prima è auto, poi magazzino, poi spogliatoio, poi area tecnica. In una giornata lunga non serve avere un mezzo appariscente. Serve averne uno che non complichi la vita.
5Il vento, gli arrosticini e la dura vita dell’atleta
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Dopo ore di bici, arriva il momento più crudele. Non la salita. Non lo sterrato. Non il vento. Gli arrosticini. Chiara si ferma vicino ai rifugi. Intorno ci sono persone sedute, carne alla brace, pane, vino, l’Abruzzo nella sua forma più convincente. Lei apre il Caddy e tira fuori il suo pranzo da atleta. Riso, pollo, frutta secca, cose sensate. Tutte giuste. Tutte corrette. Tutte tristemente lontane da uno spiedino caldo. Da una parte c’è chi ha capito tutto della vita, almeno per mezz’ora. Dall’altra c’è chi il giorno dopo deve ancora pedalare e quindi non può permettersi troppe trattative con la coscienza. Il Caddy, in mezzo, fa da dispensa, tavolo, deposito e rifugio dal vento. A un certo punto qualcuno lo guarda e dice che è bello. Chiara risponde che, con tutto quello spazio, potrebbe trasportare arrosticini per un intero reggimento. Ed è difficile darle torto.
6La notte in quota
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Quando la luce scende, Campo Imperatore cambia carattere. Di giorno è ampio, aperto, quasi infinito. La sera diventa più silenzioso. Il vento si sente di più, le ombre si allungano, il Caddy torna a essere il centro della piccola organizzazione di Chiara. Le biciclette vengono sistemate, l’attrezzatura rientra, la tenda e la brandina escono dal vano di carico. La giornata non finisce in un albergo, ma sotto il cielo. È una scelta che racconta bene Chiara e racconta bene anche il Caddy: non solo mezzo per arrivare, ma spazio da cui organizzare una giornata che può allungarsi fino alla notte. Non c’è più bisogno di correre. Restano la fatica, la polvere sulle gambe, i capelli mossi dal vento, il silenzio della montagna e il Caddy fermo accanto alla tenda. Non serve aggiungere molto. Ci sono giornate in cui il punto non è quanti chilometri sono stati fatti, ma dove ci si è fermati. E forse il senso è tutto lì. La libertà non è per forza andare lontano. A volte è poter caricare quello che serve, partire presto, cambiare programma, fermarsi quando il posto merita e sapere che tutto ha trovato spazio. Anche tre bici. Anche una tenda. Anche una giornata intera.
7Scheda tecnica
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I principali dati tecnici del Volkswagen Caddy Edition 2.0 Tdi 4Motion.
Volkswagen Caddy Edition 2.0 Tdi 4Motion
| Motore | 2.0 Tdi |
| Potenza | 90 kW (122 Cv) |
| Omologazione | Euro6 E bis |
| Cambio | Manuale a 6 rapporti |
| Trazione | Integrale 4Motion |
| Consumi Wltp | 6,0-6,3 l/100 km |
| Emissioni Co2 Wltp | 158-166 g/km |
| Lunghezza | 4.500 mm |
| Larghezza | 1.855 mm (2.100 mm con specchietti) |
| Altezza | 1.798 mm |
| Passo | 2.755 mm |
| Altezza da terra | 144 mm |
| Soglia di carico | 562 mm |
| Altezza vano di carico | 1.200 mm |
| Lunghezza vano di carico | 1.913 mm dietro la prima fila, 1.100 mm dietro la seconda fila, 317 mm dietro la terza fila |
| Volume vano di carico | 2.556 litri con seconda fila rimossa, 1.213 litri dietro la seconda fila, 191 litri dietro la terza fila |
| Porte laterali | Scorrevoli destra e sinistra |
| Portellone posteriore | Con sezione lunotto |
| Dotazioni | : Digital Cockpit, App-Connect, radio con display touchscreen da 10”, prese Usb-C, presa 12 V nel vano bagagli e nella plancia, Lane Assist, Front Assist, Side Assist, sensori di parcheggio posteriori |
| Prezzo della versione usata nella prova | 44.123 euro chiavi in mano, Iva e messa su strada incluse, Ipt esclusa |









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