Gli asiatici in ritiro a Tijuana, Messico, gli americani a casa loro, a Irvine. Basta percorrere la lunga highway a otto corsie sulla costa pacifica per congiungere due mondi opposti
Centouno miglia, 162 chilometri appena, 130 in linea d'aria, per separare due mondi: a pensarci bene, il mondo è uno soltanto, questo folle in cui viviamo, dove la guerra si fa pure con il pallone. Se come sempre il calcio è lo specchio dei tempi, questo Mondiale americano racconta di geopolitica più di tanti summit diplomatici e, per capirlo, basterebbe percorrere la lunga highway a otto corsie che congiunge l’area del sud di Los Angeles a San Diego. Poi giù, oltre il confine con il Messico, per arrivare nella famigerata Tijuana. Da un lato, il ritiro degli Stati Uniti che preparano la Coppa del Mondo con grandeur e spirito da Zio Sam, dall’altro l’Iran, finito lungo il pericoloso bordo messicano per partecipare a una festa in cui si sente un intruso. I due Paesi sono in conflitto da decenni e in guerra aperta da tre mesi, tra bombe, cessate il fuoco momentanei e uno stretto chiuso da cui passano i destini di tutti. In un contesto come questo, la competizione tra nazioni nemiche non poteva certo essere normale: una dovrebbe entrare nel territorio dell’altra e qui casca l’asino. Le maglie dell’amministrazione Trump sono strette più che mai e nessuna eccezione mondiale è possibile.
ALL’OPPOSTO
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A Irvine, placida contea di Orange County, gli Stati Uniti sudano per il Mondiale di casa nell’avveniristico Great Park, dove un tempo c’era una gigantesca base aerea dei Marines: qui decollavano jet militari, gli stessi con cui si bombarda adesso dall’altra parte del mondo. In questa parte, invece, la competizione risente come mai del contesto geopolitico e del rigido controllo delle frontiere. I giocatori della nazionale iraniana e parte dello staff hanno penato parecchio, ma poi hanno ottenuto i visti necessari per partecipare all’evento; diversa è la situazione di tredici membri dello staff, compreso il discusso presidente federale Mehdi Taj, considerati vicini ai pasdaran e senza autorizzazione per l’ingresso negli States. Rimarranno tutti fermi a Tijuana, dove la nazionale prepara il Mondiale con gli occhi del pianeta addosso: anche questo messicano è per loro un piano d’emergenza, visto che avrebbero dovuto inizialmente allenarsi su un campo base a Phoenix. Le tensioni diplomatiche, le difficoltà sui visti e le preoccupazioni legate alla sicurezza hanno portato a una decisione senza precedenti: tutti trasferiti sul confine messicano, in una città meno attrezzata. Ora la squadra iraniana si allena nelle strutture del Club Tijuana e dello stadio Caliente, trasformati in una sorta di cittadella protetta. L’hotel della squadra, poi, è presidiato da agenti in assetto di guerra, anche se qualche tifoso è arrivato a salutare Taremi e compagnia, guadagnando foto e autografi. In ogni caso, per i giocatori del Team Melli (“squadra nazionale” in anglo-persiano) stare concentrati e in piena forma non è il più semplice degli esercizi: avranno tutti l’obbligo di viaggi lampo alla vigilia delle partite a Los Angeles e Seattle con ritorno immediato dopo il match. Una ventina di cronisti, regolarmente accreditati, avrebbero dovuto seguire la nazionale, ma sono ancora a Teheran: niente visti, a tre giorni dal debutto con la Nuova Zelanda.
LUNGO L’ABISSO
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Nel passaggio dal ritiro blindato di Tijuana alla folla festante di Irvine c’è il calcio alla rovescia. Il centro statunitense al Great Park Sports Complex di Irvine è diventato l’epicentro dell’orgoglio a stelle e strisce: migliaia di tifosi hanno sfidato il caldo della California per assistere a un allenamento aperto della squadra di Mauricio Pochettino, le richieste per entrare erano state oltre 35 mila, ma c’erano solo 5.500 posti disponibili. E poi bandiere, cori, famiglie, bambini: a furia di “Christian, please” e “Christian, come on”, a un certo punto Christian Pulisic ha firmato pure l’uniforme di un agente di polizia. È stato il milanista il recordman della squadra con 36 minuti consecutivi di autografi. Non soltanto pallone, dunque, ma orgoglio patriottico perché per la prima volta nella storia moderna gli Stati Uniti ospitano un Mondiale con la possibilità reale di andare parecchio avanti. L’ossessione per la sicurezza qui lascia il posto all’entusiasmo, che dovrebbe sempre accompagnare un evento così. Raccontano che il Mondiale sia nato per abbattere le frontiere, ma quell’abisso lungo 101 miglia direbbe il contrario.








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