Spalletti-Roma, storia di amore e odio. "Ma pochi sono stati più romanisti di me"

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Sette anni, cinque stagioni e mezzo e gli ultimi trofei vinti dai giallorossi in Italia, ma pure lo strappo originato dalla gestione del fine carriera di Totti: cronaca del un rapporto viscerale ma tormentato tra l'allenatore toscano e la sponda romanista della Capitale

Fabio Russo

Giornalista

28 febbraio 2026 (modifica alle 18:48) - MILANO

"Sappiate, tifosi giallorossi, e ve lo dico a distanza di anni, che l'AS Roma ha avuto pochi allenatori più romanisti di me. La prima e, ancora di più, la seconda volta. Non chiedo scusa di nulla per ciò che è stato e, se avete dei dubbi su quanto sono stato romanista, sappiate che l'ho dimostrato proprio compiendo delle scelte così impopolari". Sette anni, divisi in due diverse avventure, la prima (2005-2009) ricca di successi e rimpianti e chiusa  anzitempo con una conferenza stampa epica, la seconda (2016-17) ancora positiva sul campo ma isterica fuori. Cinque stagioni e mezzo, inizialmente come espressione della novelle vague degli allenatori che avanza, poi come unico possibile salvatore della patria. Prima amico di tutti, dopo tormentato dal rumore dei nemici. E un sentimento duplice a contraddistinguere tutto il rapporto tra Luciano Spalletti e la Roma: amore e odio. Orgoglio, da una parte, per essere il terzo tecnico più vincente della storia giallorossa e, forse, un po' di pregiudizio, da parte del pubblico, per non aver compreso fino in fondo il suo ruolo negli anni della gestione Pallotta.

geniale e vincente, il primo spalletti a roma

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C'è un unico comun denominatore nell'inizio e nella fine della storia di Luciano Spalletti non la Roma: la contestazione dei tifosi. Arrivato nello scetticismo generale e ripudiato nel giorno dell'addio alla leggenda Francesco Totti. "Sampdoria... Serie B. Venezia... Serie B. Con questo passato nessun futuro. No a Spalletti", scrissero i supporters giallorossi in alcuni volantini lasciati fuori dagli uffici del presidente Sensi ancor prima che il nuovo tecnico firmasse il contratto. "L'autorità dell'allenatore era piuttosto in crisi dalle parti di Trigoria e io, Luciano Spalletti da Udine, allenatore senza pedigree in una piazza che aveva avuto Nils Liedholm e Fabio Capello, non ero certo colui che poteva determinare un'inversione di tendenza", racconterà quasi un ventennio dopo Lucio nella sua autobiografia, sottolineando come, comunque, lui con l'Udinese fosse reduce da una prima, storica qualificazione in Champions League. Nonostante un inizio complicato ("Ma tu chi sei? Ti credi di essere ancora all'Udinese? Qui stai alla Roma, qui è un'altra storia, qui comandiamo noi", lo accolse Cassano, che, infatti, fu ceduto alla prima occasione utile), il primo Spalletti si dimostra geniale in campo e affabile fuori: sono gli anni della "volpe più vicina al pollaio" (Totti centravanti), di Perrotta incursore, delle due Coppa Italia e della Supercoppa italiana (ultimi trofei nazionali vinti dai giallorossi), del rapporto padre-figlio con il totem Totti, della generosità coi dipendenti di Trigoria e le cene con i giornalisti. Gli anni, però, pure dei tre secondi posti consecutivi in campionato dietro l'Inter post-Calciopoli, che gli costarono, parole sue, "la fama immeritata di non vincente".

da salvatore della patria a "nemico"

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La rottura, fu fragorosa: un'estate di tensioni per il mercato bloccato, due sconfitte di fila all'avvio del campionato e un rapporto forse ormai consunto con lo spogliatoio. "Il tacco, la punta, il numero, il titolo, il gol, gli equilibri - dirà nella sua ultima, indimenticabile conferenza stampa dopo un 1-3 subito dalla Juve all'Olimpico, scandendo ogni sostantivo con un pugno sul tavolo -! Se non si fanno i contrasti non si vincono le partite". A Roma arriverà Ranieri, poi Montella, Luis Enrique, Zeman, Andreazzoli e Rudi Garcia, tutti con magre soddisfazioni. Ed è così che il 14 gennaio 2016, Spalletti torna a Trigoria da salvatore della patria, "con il preciso mandato di imporre ordine e fare scelte difficili". Se il primo obiettivo lo raggiunge alla grande (due terzi posti finali, media di 2,42 punti nel girone di ritorno 2015-16 e addirittura record di punti e di reti segnate del club nell'annata successiva), il secondo lo fa uscire "con le ossa rotte". La gestione del finale di carriera di Francesco Totti, nel quasi abbandono da parte della società, gli scatena contro la rabbia dei tifosi, che lo individuano come responsabile unico del pensionamento del Capitano. Ma pure lui stesso ad essere cambiato: sempre generoso con dipendenti e tifosi (almeno all'inizio), schivo e sospettoso con la stampa, con quella sensazione di sentire ovunque il rumore dei nemici. Da dottor Luciano a mister Spalletti. "La vicenda di Totti e il suo addio furono una sorta di nuvola nera su tutta la seconda parte della stagione e sulla mia testa - spiegherà ancora nella sua autobiografia scritta con Giancarlo Dotto -. Presi coscienza che dovevo andarmene per la seconda volta. Fu molto difficile. Il mio tempo in quella città era finito. L'aria era diventata irrespirabile per me e per la mia famiglia. Dovevo allontanarmi da un ambiente che avevo sempre amato e che ora mi era ostile". I fischi pesantissimi nel giorno dell'addio del Capitano furono solo la conferma finale.

spalletti, che precedenti con la roma

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Quasi nove anni dopo, il tempo non ha sanato la ferita, almeno da parte del popolo giallorosso. Fischi furono il 26 agosto 2017, quando tornò da avversario, con l'Inter, a pochi mesi di distanza dall'addio, e fischi saranno domenica sera quando arriverà all'Olimpico sulla panchina dell'"odiata" Juventus. "Fischi di rancore", li ha definiti in "Il paradiso esiste... Ma quanta fatica". E Luciano, al di là dello storico scudetto conquistato a Napoli, la sua personale vendetta se l'è presa: da quando ha lasciato Trigoria non ha mai perso né con la sua ex squadra (incrociata 9 volte) e non ha subito nessun ko all'Olimpico (2 vittorie e 2 pareggi). L'amore tradito, d'altronde, gioca brutti scherzi...

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