McKennie: "Non criticate Pulisic, quando conta è sempre decisivo. La Juve? Non so cosa stia succedendo..."

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Il centrocampista bianconero si racconta dopo il debutto da urlo (4-1) contro il Paraguay: "Il segreto degli Usa è giocare come tra amici. E ora avete visto che giocatore è Balogun"

14 giugno - 10:24 - LOS ANGELES

Nell’eccitazione mondiale, Weston si è concesso pure un ultimo gioco, prima di salire dentro al bus a stelle e strisce nel ventre dello sconfinato SoFi di Los Angeles: sasso-carta-forbice, che qui si chiama rock-paper-scissors, per decidere chi tra due cronisti potesse fargli l’ultima domanda di una serata da ricordare. Il 27enne juventino in Nazionale ha vissuto un debutto mondiale che ha rasentato la perfezione, anche per il suo correre incessante e intelligente, tutto così diverso dal trambusto nella sua casa italiana: “Non ho sentito nulla di ciò che sta accadendo a Torino… – si è difeso subito Weston –, ma io ho sempre fiducia nella mia Juve. Non ne ho parlato neanche con i miei compagni, al momento sono concentrato su questo torneo che è troppo importante per tutti noi. Quando finirà, poi potrò pensare al resto e occuparmi di Juve”.

Allora restiamo al Mondiale, McKennie: il debutto è stato discreto… 

“Una vittoria di questo tipo era esattamente quello che speravo. Ovviamente, non sai mai cosa succederà in campo perché ci sono tante aspettative diverse, quelle degli altri, quelle che metti su te stesso e quelle che hai come gruppo squadra. Ma noi sappiamo di cosa siamo capaci e il mondo si è accorto di noi. Vincere 4-1 all’esordio è importante, certo, ma è solo l'inizio. Per questo, non vogliamo esagerare con i festeggiamenti: questa deve diventare la normalità per noi. Ora abbiamo ancora due partite del girone: continuiamo con prestazioni così e proviamo a migliorare ulteriormente”. 

Quando ha capito che sarebbe stata una serata speciale?

“Probabilmente dopo l'autogol. Ho pensato: ‘Ok, oggi la fortuna è un po' dalla nostra parte…’. Ma il momento che mi ha davvero dato i brividi è stato quando siamo entrati in campo: abbiamo ascoltato l'inno e lo abbiamo cantato tutti insieme, noi e la gente. È difficile descrivere una sensazione così se non la vivi in prima persona. In quel momento ho ripensato a tutto il lavoro fatto dalla squadra, dallo staff, dall'allenatore, ai percorsi della vita che ognuno ha affrontato per arrivare lì, tutti insieme”. 

Pensa che adesso le altre big inizieranno a temervi?

“Intanto, prendiamo il buono di questa partita e non spingiamoci troppo oltre. È stato fantastico e sapete perché? Volevamo andare in campo e giocare come tra amici da bambini, e ci siamo riusciti. Questo è il segreto. Il mister ci ripete spesso che la fatica è ciò che facciamo prima di arrivare alla partita. I sacrifici, il tempo investito, l'impegno: quello è il duro lavoro. Poi si va in scena e inizia il divertimento, perché occasioni come queste non capitano molte volte in una carriera. E se poi commetti un errore, pazienza, c’è sempre un compagno pronto a coprirti. La nostra unione, dentro e fuori dal campo, non l’ho mai vista in nessun'altra squadra di cui abbia fatto parte”. 

Lei juventino, Pulisic milanista, ma amici da una vita: contento sia tornato a questo livello? 

“Christian si fa sempre trovare pronto quando conta davvero. Negli ultimi mesi molte persone lo hanno criticato, si sono chieste se sarebbe arrivato al Mondiale in forma, se avrebbe saputo fare la differenza. Io, però, l'ho sempre detto e continuerò a dirlo: lo sosterrò all’infinito, così come farà tutta la squadra. Christian è uno di quei giocatori che non sbaglia mai nei momenti decisivi e ora spero continui”.

Il mondo ha scoperto che avete anche voi un grande centravanti. 

“Balogun ha fatto esattamente il suo lavoro, quello che ci aspettiamo da lui e quello che lui stesso si aspetta da sé. È decisivo nei momenti importanti ed è un finalizzatore estremamente concreto. Se qualcuno non conosceva il tipo di giocatore che è, credo che stavolta abbia potuto capirlo… Ma penso che si sia vista anche un'altra parte di Folarin che forse molti non avevano mai notato. Contro il Paraguay è entrato nei contrasti, ha messo il corpo, si è sacrificato per la squadra. In passato, forse, qualcuno non lo considerava un giocatore disposto a fare il lavoro sporco, ma ha dimostrato a tutti che è pronto a farlo”. 

Da adesso tutto il popolo americano vi seguirà con occhi diversi? 

“Ci sono tante persone che, magari, non erano mai venute a sostenerci prima: speriamo che, grazie a questa prestazione, possano conoscerci e sentirsi più vicine a noi. Vogliamo essere una squadra in cui la gente possa identificarsi. Vogliamo che vedano la gioia con cui giochiamo, l’elettricità allo stadio. E per quelli che dicono che il calcio è noioso, beh, al debutto ci sono stati cinque gol, quindi magari cambieranno idea... Una delle cose che cambierà definitivamente il calcio negli Stati Uniti sarà proprio ospitare questo Mondiale: è impossibile non essere toccati da tanta passione”.

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