"Sono consapevole di aver lasciato anch’io un piccolo segno" dice l’azzurra Iapichino, fresca del record italiano nel lungo che ha cancellato quello di mamma Fiona May: "Lei sarà per sempre una leggenda dello sport. Le medaglie? Mi ci vorrà del tempo per avvicinarla"
Torna in gara, da neoprimatista italiana del lungo, nel giorno del suo 24° compleanno: Larissa Iapichino, nell’ultima uscita agonistica prima degli Europei di Birmingham, oggi è tra le protagoniste della tappa di Diamond League di Londra.
Gareggiare in un giorno così speciale è una fortuna o una iattura?
"Non mi è mai capitato, anche se più volte mi sono trovata lontana da casa per via dell’atletica. Nel 2019, per esempio, agli Europei Under 20 di Boras, in Svezia, unimmo il mio compleanno a quello del decathleta Dario Dester e del marciatore Aldo Andrei. Londra e l’Inghilterra, per via delle origini di mamma, sono una seconda casa. E trovarsi in uno stadio così, con un’atmosfera pazzesca, vale la miglior festa".
Come celebra la ricorrenza, di solito?
"Con la famiglia di mamma a pranzo e con quella di babbo a cena o viceversa. E poi con gli amici, è una bella occasione per stare insieme. È un giorno che mi è sempre piaciuto, da piccola anche perché ricevevo tanti regali. Ora preferisco farne. Anche perché nessuno sa mai cosa regalarmi. Mi piacciono anche solo i pensierini: un braccialetto, un bouquet di fiori...".
Quali sono le festività che più le piacciono?
"Da bambina amavo Halloween: mi piacevano le cose paurose. Ora il Natale in famiglia: sono una tradizionalista. Poi a Capodanno sto con gli amici".
Quali sono le sue amicizie?
"La maggior parte sono datate. Quella con Gaia risale addirittura ai tempi dell’asilo. Con Lorenzo e Federico siamo inseparabili dal primo giorno di liceo. Con Michela e Alessio abbiamo cominciato a frequentarci al campo d’atletica. Grazie a me si conoscono tutti. Anche se a luglio, tra chi è in vacanza, chi sta preparando gli esami e chi lavora, non è semplice trovarsi".
Torniamo al meeting di Londra, dove è stata terza nel 2024 e seconda nel 2025, con 6.92, a un centimetro da Malaika Mihambo: quali i ricordi?
"Bellissimi: in Gran Bretagna c’è grande cultura sportiva, il pubblico apprezza e trasmette energia. Anche a noi atleti dei concorsi: non è così ovunque. Poi in quello stadio, nel 2012, accompagnata da mia zia materna e dal suo compagno, vidi la finale olimpica dei 100 vinta da Bolt. Feci un sacco di foto da lontano... Purtroppo le ho perse".
In tribuna ci sarà anche suo zio paterno Alex, colui che non le permetterà di essere il primo avvocato tra gli Iapichino: conferma che un domani potreste professionalmente collaborare?
"È un’ipotesi, un sogno. Da qui alla laurea potrà succedermi di tutto. Anche di appassionarmi a una materia che ora non posso immaginare. Al momento, però, il diritto sportivo mi stuzzica molto. Copre tante aree, offre opportunità da sviluppare e mi coinvolge tutti i giorni. Mio zio ha una carriera importante, uno studio a Londra e da poco ha anche superato l’esame da procuratore Fifa/Fa. Io vivo l’esperienza della Jump, l’agenzia di famiglia che si occupa anche di me e che adesso ha allargato i propri interessi al calcio anche lavorando con lo zio. Tengo i piedi per terra, ma potrebbero esserci le premesse per uno studio internazionale, con base anche a Firenze".
Quanto potrebbe contare il suo presente da atleta di vertice?
"Molto: i nostri diritti non sempre sono tutelati al meglio. Rispetto al passato si sono fatti molti passi avanti, ma tanti altri devono essere ancora compiuti, sul piano economico e non solo. Avrei il vantaggio di aver vissuto sulla mia pelle ciò di cui mi occuperei, a favore della categoria e delle atlete donne in particolare".
Si dice spesso che l’atletica ha bisogno di essere innovata, di rivolgersi ai giovani con termini nuovi: il suo body da gara di questa stagione, così “diverso”, è parte di questo discorso?
"A un contesto che resta un po’ conservatore, c’è bisogno di affiancare mondi diversi. Quello della moda, al di là della mia passione, può essere uno. Quando gareggiamo è come andassimo su un palcoscenico ed è giusto proporsi in un certo modo. Ho avuto la fortuna di collaborare col mio sponsor tecnico nella realizzazione del mio body ed è stata una bellissima esperienza. Osare un po’ si può".
Quanto spazio e tempo ha per i suoi interessi extra sportivi e universitari?
"Si tratta di gestire tutto nel miglior modo possibile. Non chiudo ad alcuna possibilità. Quella di scrivere Correre in aria, libro per le scuole sulla mia storia di normalità, con le sue fragilità adolescenziali, è stata una di queste".
Cos’altro le piace fare?
"Stare da sola, per esempio. Pur adorando la compagnia, amo leggere, ascoltare musica e prendermi cura di me e del mio corpo. A volte esco anche con mia sorella Anastasia: ha 17 anni e adesso cominciamo ad avere parecchio in comune".
C’è un fidanzato?
"Al momento no. È un periodo così, succede".
Andiamo di nuovo in pedana: cosa resta della trasferta a Eugene e del trambusto provocato dal salto-record a 7.12?
"Molte certezze, tanta consapevolezza, più concretezza. Ho sfruttato al meglio una rincorsa solida, condizioni favorevoli e l’adrenalina del momento. Non è stato il salto perfetto, ma ho intuito dove posso arrivare".
È stata la soddisfazione più grande della sua carriera?
"Ragiono per emozioni: in testa rimane quella provata per l’argento agli Euroindoor di Istanbul 2023 con 6.97. Quell’esplosione di gioia dopo il salto decisivo resta dentro di me. Forse perché è stata la prima volta su un podio globale. Ma il 7.12 è subito dietro, al secondo posto".
Hanno smesso di chiederle dei primati di mamma?
"Sì, ma hanno già ricominciato col conto delle medaglie. Mi ci vorrà tempo per avvicinarla. Non mi dà fastidio: mamma è e sarà per sempre una leggenda dello sport e vedo l’aspetto sentimentale della cosa, non il confronto fine a se stesso. Anzi: è bello che sia io a raccogliere la sua eredità".
A una misura così non si arriva da soli: a chi deve dei grazie?
"Al mio babbo allenatore Gianni in testa: tutti i giorni mi supporta e mi sopporta, come faccio io con lui... Poi è vero che l’atletica è uno sport individuale, ma alle spalle ho una squadra molto vasta. Silvia Saliti è l’anima della Jump, cura il mio management, organizza tutto ed elimina le grane. Poi il professor Fabrizio Angelini, medico, nutrizionista ed endocrinologo, il fisioterapista Lorenzo Porfiri, specialista di Wintecare, mi rimette in sesto da un paio d’anni e mi insegna che è meglio prevenire che curare, l’osteopata Eligio Cavalli e, da poco, il chiropratico Norberto Corsi".
Che effetto fa pensare che nessuna italiana sia mai atterrata tanto lontano?
"Mi godo il momento, consapevole di aver anch’io lasciato un piccolo segno nella storia della specialità".
Suo padre dice che i progressi futuri passeranno pure dal “caricamento” del penultimo appoggio nella rincorsa: può spiegare?
"Si tratta di non perdere velocità allo stacco, la mia dote principale. È un dettaglio importante per ottimizzare questa caratteristica. Lo fanno molti uomini e ci riusciva la statunitense Brittney Reese, oro olimpico e quattro volte iridata. Proveremo con maggior decisione la prossima stagione, con sedute ad hoc".
Ha un modello tecnico?
"Ognuna ha il proprio modo di saltare, di esprimere forza e velocità: la bellezza sta nella diversità".
Perché oggi Tara Davis appare imbattibile?
"Perché è la più solida, è quel che apprezzo di lei. So che ha passato un periodo di depressione per il pesante carico emotivo. Le auguro di riprendersi al meglio. Tra tutte noi c’è un buon rapporto, in particolare tra europee. E a me, confrontarmi come nulla fosse con una come la Mihambo fa sempre un certo affetto. Forse le dinamiche tra statunitensi sono un po’ diverse. Di certo lo erano ai tempi di mamma".
Ai recenti Tricolori Under 20 si è vinto con 6.27, lei nella categoria saltava 6.91: quale futuro vede per il lungo femminile azzurro?
"Ecco, non fate lo stesso errore che avete commesso con me. Hanno 18-19 anni, lasciatele crescere in pace. I risultati arriveranno. Ognuno deve seguire il proprio percorso".
Dice spesso che ama viaggiare: ha qualche programma?
"Idee ne avrei un sacco: dal Marocco all’Egitto, dal Kenya al Sudafrica, dal Brasile all’Argentina e al Cile con l’Isola di Pasqua. Poi un road trip negli Stati Uniti e la Giamaica, il Paese dei miei avi. Ma temo che quest’anno nulla sarà fattibile".
È orgogliosa del fatto che la sua città, turisticamente, sia al centro del mondo?
"Tanto: Firenze ha una ricca cultura linguistica, artistica, letteraria, culinaria. È bello aprire le porte a chi viene da lontano. Servirebbe però qualche compromesso a favore dei residenti, un maggior equilibrio. E comunque, alla sera tardi o al mattino presto, un giro al Belvedere di Fiesole non me lo nega nessuno".
Non le dispiacerà disertare gli Assoluti del 25-26 luglio al suo campo Ridolfi?
"Sì, ma è questione di programmazione. Le gare saranno bellissime, lungo donne in testa. E io sarò in tribuna a seguirle tutte".
Per chi ha fatto il tifo ai Mondiali di calcio?
"Adoro i grandi eventi che mettono insieme i popoli. Ho visto tutte le partite in prima serata. Assente l’Italia, naturalmente ho tifato per l’Inghilterra. Ma un po’ anche per la Francia, squadra formidabile".
C’è un club, un atleta o un artista che predilige?
"Mi ha affascinato la storia dell’Arsenal, campione dopo tanti anni. Mi è dispiaciuto che la finale di Champions non sia andata come speravano. La lista degli sportivi che seguo è lunga, invece se devo scegliere una celebrità dico l’attrice e cantante Zendaya, che ammiro per i messaggi che dà e per il suo stile di comunicazione".







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