Il tennista azzurro, numero 21 del mondo, scrive per noi ripercorrendo il mese di febbraio, che lo ha visto trionfare a Santiago del Cile: quinto titolo Atp in carriera
Luciano Darderi
3 marzo - 17:49 - MILANO
In quest’età dell’oro del tennis italiano, abbiamo la fortuna di poter contare su diversi top player accanto a Jannik Sinner: atleti, ragazzi che hanno molto da dire. Come Luciano Darderi, 24 anni, numero 21 del mondo, argentino di nascita, ma italiano di formazione. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua vita nel circuito e ha accettato. Questa è la terza puntata del suo diario (clicca qui per la prima puntata e qui per la seconda puntata)
Tornare in Argentina è un vero salto nella mia infanzia, nei primi anni in cui ho cominciato a giocare a tennis. I primi campi erano a Villa Gesell, dove vivevo con la mia famiglia: i miei nonni, papà e mamma. Poi mi trasferii a Buenos Aires per potermi allenare meglio, e il pensiero va subito a mia nonna, una donna eccezionale. Sapeva del mio sogno di diventare un giocatore professionista e mi ha sempre aiutato, di nascosto da mio nonno. Prendeva tutta la pensione che riceveva e me la passava ogni mese in una busta: così avevo la possibilità di pagare la scuola, comprare racchette e farle incordare. Dopo ogni vittoria do un bacio al mio unico tatuaggio, con il nome di mia nonna, per ringraziarla in cielo di tutto ciò che ha fatto per me. Senza di lei non sarei qui. Ricordo le mattine in cui ci svegliavamo alle 6 per allenarci dalle 7 alle 8 e 30 e poi andavamo a scuola. Io e mio fratello Vito conserviamo una bellissima foto: immersi nella nebbia, prepariamo le racchette per l’allenamento del mattino. Sono ricordi che mi porterò sempre dentro. So che mia nonna è lassù, mi guarda e tifa per me.
Arrivo a Buenos Aires da Dubai, dove sono stato una settimana. Un po’ di riposo, qualche cosa da sistemare in banca, i contratti, i rapporti finanziari, un rubinetto che perdeva: la solita routine. Poi il volo intercontinentale per cominciare la “Gira” sudamericana. Purtroppo il torneo comincia male: arrivo in aeroporto e il mio bagaglio è perso. Non ho le racchette, non ho le scarpe, non ho nulla. Non so se si sia smarrito nello scalo a Doha o a San Paolo. Il fatto è che non ho niente. Ed è sabato mattina: non giocherò prima di mercoledì, ma non so neanche come fare per allenarmi. Finalmente, lunedì pomeriggio, arrivano le mie racchette e le scarpe. Mi sono allenato due giorni con scarpe comprate in un negozio qui a Buenos Aires e con la racchetta rimasta a Villa Gesell, a casa di mio padre. Sono comunque contento che sia arrivato tutto in tempo per il match, che ho potuto spostare a giovedì per ovvi motivi. Garin si è ritirato, quindi gioco con un lucky loser, Barrios Vera. Lo batto, e batto anche Martinez.
Vincere la semifinale contro Baez nel giorno del mio compleanno è stato incredibile, anche se non ho potuto festeggiare. Questo è forse il lato più duro del tennis professionistico: non avere mai momenti per la propria vita personale. È sempre tutto subordinato agli impegni e al lavoro. In finale trovo Francisco Cerundolo, che conosco da quando eravamo ragazzi. È uno dei giocatori con cui ho il miglior feeling. Sarebbe bellissimo fare 5 su 5: cinque finali, cinque vittorie. La partita, però, va in modo strano: mi sono svegliato con un forte mal di testa e ho preso un antinfiammatorio. Non cerco scuse: Francisco ha giocato meglio di me, io non ero davvero in partita.
Ora, però, posso raccontarvi una gran bella novità: mi sono fidanzato con Catalina, una ragazza argentina di Buenos Aires. È nato un sentimento bellissimo fra noi. Dopo mesi di solitudine, ho scoperto un giovane amore per questa ragazza splendida, dolce e tranquilla, che mi trasmette tanta serenità. Viviamo giorno per giorno, senza grandi programmi, nella totale spensieratezza, godendoci ogni attimo. Catalina è stata anche un portafortuna: ci siamo fidanzati il giorno del primo match di Buenos Aires e poi sono arrivato in finale. Spero che questa magia faccia effetto anche a Santiago, dove mi seguirà. Ma ora c’è da pensare al 500 di Rio de Janeiro.
Prendo l’aereo, arrivo a Rio di corsa, mi vengono a prendere per allenarmi e scopro subito che giocherò su un campo secondario. Strano, la testa di serie n.2 sull’ultimo campo disponibile, in un orario molto caldo. Cambiano tutti i piani. In questo modo il mio avversario - Juan Manuel Cerundolo, il fratello di Francisco - sarà sicuramente avvantaggiato, considerando il suo gioco di rimessa. Con papà cerchiamo di simulare i colpi che potrà giocarmi: molto alti, molto arrotati, tipici anche di un mancino. Sono stanco, ceno alle 23 e vado a dormire. Entrando in campo mi accorgo che il terreno è lentissimo, c’è tantissima terra. Il primo set vola via: 4-0 in un attimo, senza capirci nulla. Mi gioca sempre una palla di risposta altissima, non riesco a spingere, non riesco a fare il mio gioco. Il secondo set lo vinco. Nel terzo ho diverse palle break che non sfrutto e lui, nel momento decisivo, prende due righe clamorose. Sono fuori, ma bravo lui. Non ho giocato al meglio, ho servito male. Peccato, ero venuto a Rio con grandi propositi.
Stacchiamo un paio di giorni: mare a Barra de Tijuca, recupero delle energie e si riparte. Con il mio manager decidiamo di raggiungere in anticipo Santiago del Cile, terza tappa del mio tour in Sud America. L’obiettivo è vincere il torneo. I giocatori sono un po’ gli stessi, come nelle settimane precedenti. Il volo di mio padre è stato cancellato per il carnevale di Rio: non può raggiungermi a Santiago. C’è l’assistant coach Giuliano Basile, oltre al preparatore fisico Berny Carberol e al mio manager Luca Del Federico. Dopo il bye, affronto Mariano Navone, con cui la rivalità è sempre accesa. Giochiamo di sera: avrei preferito il giorno, perché con il campo un po’ più lento lui si trova molto più a suo agio. Match duro, due ore e mezza di battaglia, ma ce l’ho fatta: buon primo set, nel secondo mi innervosisco e faccio fatica a vedere bene la palla, nel terzo subisco subito il break e mi assalgono le paure, ma ho troppa voglia di vincere.
Nei quarti trovo Andrea Pellegrino. Non è facile giocare contro un amico: devi calarti nella partita e staccarti da qualsiasi emozione. Procede tutto bene fino al 6-3 1-0, poi qualcosa si blocca mentalmente. E lui gioca una gran partita: può stare tranquillamente nei top 100. Vado in bagno, ritrovo la concentrazione, penso a tutto quello che devo fare per chiudere il match e arrivare in semifinale. Ripenso ai sacrifici di mia nonna, mi carico e vinco 6-2 al terzo. E chi ritrovo? Di nuovo Baez. Ci siamo incontrati già otto volte nel tour: quattro vittorie a testa. Ho qualche timore perché non sono nella condizione perfetta. In questi giorni l’ho nascosto, ma non sto benissimo: ho mal di gola, forse per il cambio di clima tra Rio e Santiago. Qui si gioca in altura e dal pomeriggio la temperatura scende molto. Però voglio arrivare in finale. In tabellone non ci sono più cileni: sono rimasti due argentini, un tedesco e un italiano. Non c’è un grande amore tra Argentina e Cile, quindi posso giocarmi questa carta del pubblico, anche se so che ci saranno tanti argentini che non tiferanno per me. È stata una partita durissima, ma ho giocato davvero bene. Cerundolo è stato eliminato da Hanfmann: sarà lui il mio ultimo avversario.
Ho perso 6-4 6-4 in finale… Mi sveglio alle tre del mattino. Ho fatto un sogno strano, come tutti i sogni lontano dalla realtà — almeno spero. Poi mi riaddormento tranquillo: so di potercela fare. Mio padre arriverà da Buenos Aires, siamo tutti pronti per una grande vittoria. Mi chiama il mio manager: "Guarda, il box che abbiamo sempre avuto durante il torneo non sarà disponibile perché il team di Hanfmann ha chiesto lo stesso”. Si andrà al sorteggio? Sarà una monetina a dirmi se la giornata è giusta o sbagliata. Il mio manager va a parlare con la direttrice del torneo, Catalina Fillol, per cercare di convincerla a lasciarci il box. Sono scaramanzie, certo, ma anche piccoli meccanismi per restare concentrati, per fare in modo che nulla turbi le fasi che precedono l’evento. Alla fine si fa il sorteggio. Io me ne disinteresso, presenziano Luca e Berny. Scelgono “uno”. La monetina viene lanciata in aria: esce uno. È come un segnale divino. Sono sicuro che vincerò. Hanfmann parte con tre ace nel primo game, io vinco il primo set al tie break e il secondo al dodicesimo gioco. È il mio quinto titolo Atp. Andiamo a festeggiare nell’hospitality del torneo. Il mio agente mi dice: “Sei il sesto giocatore italiano di tutti i tempi ad aver vinto più titoli Atp”. Io penso che ho solo 24 anni e che questo è solo l’inizio. Neanche il tempo di gioire: domani sera partirò per Indian Wells. Mi aspettano due tornei importanti. Il passaggio dalla terra al cemento non sarà semplice, ma non mi pongo limiti. Ci vediamo ad aprile, dopo il Sunshine Swing.









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