Duro comunicato della società di Atene, con il presidente Philipakos che ha definito l'arbitraggio dell'ultima partita “estremo”. L'italiano: "Qualcosa non andava"
Un atto d’accusa diretto, un manifesto che inchioda la credibilità del campionato greco, segnato da “incompetenza e corruzione”. Il Kallithea FC, squadra di Atene neopromossa in Super League 1, la Serie A ellenica, domenica ha pubblicato un comunicato durissimo. Lo ha fatto all’indomani della prima gara del girone di playout, contro il Volos, finita 1-1 e segnata da un arbitraggio “estremo”, come lo definisce Ted Philipakos, presidente del club, dal 2020 al 2023 Chief Brand Officer al Venezia e in precedenza direttore generale, sempre in Laguna (2016-17) e alla Reggiana (2017-18).
“Incompetenza o corruzione”
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“Il Kallithea Atene FC dichiara che la direzione di gara dell’arbitro Christos Vergetis nella partita di ieri contro il Volos, nel primo turno della fase playout della Super League, rappresenta un caso di grossolana incompetenza o di palese corruzione e, in un modo o nell’altro, è una vergogna per la Super League — si scrive nel comunicato —. Si tratta dell’ultimo esempio di ciò che il Kallithea ha dovuto affrontare in questa stagione in Super League, la prima del club in 18 anni e la quarta da quando è nato il nostro progetto. È una vergogna che si continui a permettere al calcio di macchiare la reputazione nazionale della Grecia con un’immagine continua di incompetenza e di corruzione”. “Specie in un momento in cui la nazionale trabocca di potenzialità per il futuro — prosegue il documento —, in cui i campioni in carica della Conference League e della Uefa Youth League sono greci, non possiamo avere un campionato nazionale in ritardo di 30 anni rispetto al resto d’Europa”.
“Non ci facevano vincere”
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Nel club militano due giocatori italiani, il 22enne centrale Alessandro Mercati, ex Gubbio, ed Elia Giani, 24enne punta empolese, in prestito dal Pisa e visto lo scorso anno al Legnago. Fino al 13 dicembre scorso la squadra era allenata da Massimo Donati, centrocampista da 553 partite da professionista — Bari, Atalanta, Messina, Palermo ma anche Milan, Sampdoria, Verona, Torino e Parma —, delle quali 314 in Serie A, nel recente passato sulla panchina di Sambenedettese e Legnago. Donati era stato esonerato dopo aver conquistato 8 punti in 14 partite, ma a detta dello stesso Ted Philipakos, "non aveva molte colpe". "Già dalla prima giornata mi ero accorto che qualcosa non andava — racconta Donati —. Pareggiammo 0-0, ci negarono un rigore che con il Var (presente anche in Grecia, ndr) era davvero impossibile non dare. Contro il Paok fu fermata una azione in cui stavamo andando in gol, il guardalinee alzò subito la bandierina quando invece avrebbe dovuto farla proseguire, l’arbitro fece battere subito la ripresa del gioco e tutto finì così. E poi la gestione dei cartellini, davvero impossibile. Già quando andai via io le cose erano evidenti, ma il club decise che sarebbe stato meglio stare buoni e alla fine pagai io. Dopo tre mesi è chiaro che non ne possono più. A detta di tutti, dopo 8-9 giornate avevamo il calcio più bello del campionato, secondo gli expected goals avremmo dovuto essere a metà classifica e invece eravamo in fondo. Quasi ci impedivano di vincere le partite".
“Gli avversari si vergognavano”
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"Contro il Panathinaikos facemmo 26 tiri in porta — prosegue Donati —, e se non fummo premiati credo che il motivo sia sempre quello. Parlando con giocatori di squadre più blasonate, ci dicevano che anche loro si vergognavano di quello che succedeva, ma non ci potevano fare niente. E i tifosi alla fine si erano stancati di andare a vedere le partite perché, dicevano, “si sapeva già come sarebbe andata a finire”. In un partita ero in tribuna, squalificato, e avevo vicino a me il capo degli arbitri. A un certo punto non ci danno un rigore enorme per un tocco di mano. Alla fine vado da lui e gli mostro l’immagine. Mi ha parlato di “movimento biometrico”, al che gli ho fatto presente che ai miei giocatori in quella zona del campo insegno a tenere le braccia dietro la schiena, quindi non c’è niente di biometrico, o la tocchi con la mano oppure no. In una partita successiva, davanti a una situazione simile, il rigore ce lo fischiarono contro. Tornare in Grecia? Non si può dire mai nella vita. Di certo devono sistemare qualcosa, altrimenti la gente non ci andrà più e perderanno credibilità”.