Echo of Love è il progetto di Fendi
di rigenerazione sartoriale delle pellicce già esistenti. Da un
punto di vista tecnico, rimodellare un capo di pellicceria
significa affidarsi alla mano esperta di un sarto per scucire
ogni singola pelle, studiarne la resa e ricomporre i volumi,
seguendo un'ispirazione creativa che trasforma un capo non più
attuale, rimasto a giacere in un armadio, in uno con volumi e
un'estetica che rispondono a canoni contemporanei.
Nell'epoca della moda istantanea, in cui il ciclo di vita di un
abito si consuma nello spazio di una stagione, la rimessa a
modello va oltre la pura tecnica sartoriale. Riconnette a una
visione pragmatica degli oggetti, alle pratiche di rispetto e di
cura dei materiali, alla valorizzazione dei nostri capi
d'abbigliamento come "archivi di memoria". Ogni capo che
decidiamo di non abbandonare porta con sé una stratificazione di
ricordi: chi ce lo ha donato, da chi lo abbiamo ereditato, la
memoria di "quell'evento", l'abito che ha accompagnato la nostra
identità nel corso del tempo, ma che dobbiamo riadattare alle
nostre nuove sensibilità. Scegliere di riadattarlo è un atto di
fedeltà, prima di tutto, alla propria storia. L'estensione della
vita dei capi e la loro maggiore durabilità trascendono la sfera
del valore e della sensibilità individuale e influenzano la
dimensione collettiva della conservazione delle risorse
naturali, come uno dei principi fondanti dell'economia circolare
applicata, che riduce la pressione sulle risorse naturali e
massimizza il valore d'uso dei materiali già "estratti" dalla
natura e incorporati nei prodotti. La stretta relazione tra
sfera individuale e sfera collettiva nel favorire la maggiore
durabilità dei prodotti, inclusi quelli della moda, è oggi
finalmente riconosciuta tra gli studiosi e i policymaker
impegnati nella promozione dei modelli di business dell'economia
circolare. La sfera individuale, la emotional durability o
emotionally durable design - cioè la capacità di un prodotto di
mantenere nel tempo un significato profondo per chi lo usa - è
considerata ugualmente, se non più, importante della sua
durabilità tecnica - la resistenza fisica e strutturale dei
materiali che compongono il prodotto.
La rimessa a modello non è dunque un semplice espediente di
recupero, ma anche un atto di resistenza creativa e radicale
all'omologazione e all'iperconsumismo, tratti distintivi della
moda istantanea e seriale, che ristabilisce una connessione
profonda con la materia e la memoria della storia vissuta dei
nostri capi, e che riscopre il valore intrinseco della
durabilità. Sul piano tecnico, d'altro canto, richiede un
impegno e competenze di natura artigianale superiori a quelli
della confezione ex novo di un capo. La capacità di leggere la
struttura originaria delle componenti, di individuarne il
potenziale inespresso di rinnovamento, di separarle e
riassemblarle correttamente è un requisito indispensabile di
questa pratica. Capacità che devono interagire con quelle
creative e di interpretazione dello spirito del tempo - e, in
ultima analisi, con la comprensione dei desideri di chi
indosserà il capo rimodellato. Questa stratificazione di
competenze tecniche, competenze creative e significati approda
inevitabilmente a un risultato finale con caratteristiche di
unicità che riecheggiano i principi della haute couture. In un
mercato saturo di prodotti seriali, l'abito riadattato si
colloca agli antipodi dell'omologazione.
In ultima analisi, la rimessa a modello è una sfida alla logica
della produzione di massa e una pratica che trasforma
l'abbigliamento, da bene di consumo a patrimonio personale in un
pezzo di design narrativo, e agli oggetti in generale, la
funzione di archivio di esperienze e significati che evolvono
insieme a chi li usa e li indossa.
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