Cubaj, la roccia dell'Italbasket donne al Mondiale dopo 32 anni: "Sono la riserva d’energia della squadra"

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La Nazionale di coach Capobianco ha centrato la qualificazione nel girone in Portorico battendo le padrone di casa, la Nuova Zelanda e la Spagna. Oggi l'ultima partita con il Senegal

Giulia Arturi

Giornalista

17 marzo - 13:04 - MILANO

Nei giorni incredibili di Kimi Antonelli, dei rugbisti, dei “paisa’” del baseball, del solito Sinner, c’è anche un’altra impresa al femminile: quella della Nazionale di coach Capobianco. Dopo lo storico bronzo all’Europeo della scorsa estate, le azzurre hanno conquistato la qualificazione al Mondiale di Berlino, a settembre: una manifestazione che all’Italia mancava da 32 anni. Ancora una volta queste azzurre sono “le prime dopo qualche decennio”, proprio come era successo con il bronzo europeo. Una delle caratteristiche di questa Nazionale è la presenza sotto canestro: ce la giochiamo, e spesso vinciamo, anche lì, dove storicamente abbiamo fatto più fatica. Una delle protagoniste è Lorela Cubaj: nata a Terni, classe 1999, giramondo, si è trasferita a Venezia a 15 anni, dove tuttora gioca alla Reyer. Poi il college negli Stati Uniti, a Georgia Tech, e la Wnba tra New York e Atlanta. Una forza della natura, una colonna di questa Nazionale: pochi fronzoli e tanta efficacia. Tecnicamente completa nei movimenti da pivot, ma le difese non possono neanche lasciarla libera da tre punti. La sua presenza dà sicurezza: quando le altre perdono un po' di forze spesso è capitato le prendessero da lei.

Questa Nazionale ti somiglia un po’: sembra che non abbiate più paura di nessuno. È così?

"Sì, direi proprio di sì. Siamo un gruppo molto unito e  abbiamo trovato un equilibrio sia in attacco sia in difesa. La difesa è il nostro marchio di fabbrica. Il fatto di essere così unite aiuta tantissimo. E sì, è vero: non abbiamo paura di nessuno, perché pensiamo di poter giocarcela con tutte".

Sotto canestro si prendono e si danno botte. Tu non arretri mai: che cosa ti diverte di più di quella battaglia?

"Il fatto che, come le prendo, le do anche. Non sono solo io a subire: anche le altre devono subire un po’. Il basket è un gioco molto fisico e la fisicità è uno dei miei punti di forza".

Con Olbis, Madera e Keys formate un pacchetto di lunghe molto forte.

"Aiuta il fatto che siamo vicine d’età e che abbiamo avuto esperienze insieme già nelle nazionali giovanili. Ognuna porta qualcosa di diverso e che completa le altre. Siamo un bel gruppetto e il fatto di conoscerci da quando eravamo più piccole aiuta".

Il pre-Mondiale è arrivato senza un vero raduno, in mezzo alla stagione e dall’altra parte del mondo. Eppure dal primo minuto sembrava non vi foste mai lasciate dopo l’Europeo. Come si fa?

"Magari all’inizio si è visto un po’ meno, soprattutto nelle prime due partite. Venivamo tutte da club diversi e siamo abituate a cose diverse, ma serviva solo un attimo per ritrovarci e rimettere insieme i pezzi che però erano già molto solidi dall’Europeo. Siamo state brave a dare continuità e a portare qui le stesse cose viste all’Europeo, nonostante il poco tempo per preparare tutto. Ci è voluta molta concentrazione". 

​Nei momenti di difficoltà sapete ritrovarvi e ripartire, e spesso sei stata tu a dare la svolta.

​"Una delle mie caratteristiche è portare energia alla squadra. Può essere con un rimbalzo, una palla rubata o anche un canestro. Per me la cosa più importante è la difesa, perché penso che tutto nasca da lì. Da una giocata difensiva può arrivare l’energia per superare un momento di difficoltà. E sì, parlo molto in campo: sono abbastanza chiacchierona!".

A proposito, la comunicazione in campo è sempre importante. Riuscite a dirvi sempre le cose e accettarle?

"Sì, assolutamente. Ma sempre per il bene della squadra. Sappiamo che il confronto serve a migliorare e siamo tutte molto aperte ad ascoltare anche nei momenti più tesi".

C’è un momento dell’ultimo Europeo che ti è rimasto particolarmente dentro?

"Può sembrare strano perché è legato a una sconfitta: la partita persa con il Belgio. Eravamo distrutte, piangevamo. Però alla fine ci siamo avvicinate e abbracciate dicendoci subito che dovevamo pensare alla partita dopo e vincerla. È stato un momento che secondo me ci rappresenta molto: anche dopo una sconfitta durissima eravamo già concentrate su quello che veniva dopo". 

Ora arrivano i Mondiali, che all’Italia mancavano da più di trent’anni. Che ruolo volete avere?

"Noi vogliamo competere. Non importa che sia il primo Mondiale dopo più di trent’anni: vogliamo giocare la nostra pallacanestro e confrontarci con le migliori del mondo. È uno stimolo enorme e non vediamo l’ora". 

Qualificarsi dopo così tanto tempo fa un certo effetto?

"Fa impressione, sì. Ma credo che ancora non ce ne siamo rese conto davvero. Anche ieri ne parlavamo tra di noi: è come se non avessimo ancora realizzato che andremo ai Mondiali. Però è una sensazione bellissima". 

Che cosa significa avere in squadra un talento come Zandalasini?

"Aiuta tantissimo, un talento naturale. Ha un senso del canestro che si vede in poche persone. E in attacco crea tantissimi spazi perché attira molta attenzione. Siamo fortunate".​

Andremo a Berlino per competere. Vogliamo giocare la nostra pallacanestro e confrontarci con le migliori del mondo. È uno stimolo enorme e non vediamo l’ora

Hai avuto esperienze importanti negli Stati Uniti. Che cosa ti hanno lasciato, dentro e fuori dal campo?

"La mia crescita da ragazza a donna è avvenuta lì, tra i 18 e i 23 anni. Dal punto di vista del basket mi hanno aperto a uno stile di gioco diverso, più fisico, ma soprattutto mi hanno insegnato ad adattarmi. Fuori dal campo vivere lontano da casa ti fa maturare in fretta: sei in un paese con un’altra lingua e incontri tante culture diverse, ti si apre davvero un altro mondo. Atlanta per me è una seconda casa, perché lì ho fatto il college, mentre New York è stata un’esperienza completamente diversa: vivevo e giocavo a Brooklyn, è molto più caotica ma anche incredibile da vivere".

Con la Reyer siete arrivate alle Final Six di Eurolega, un’altra prima volta.

"Se a inizio stagione qualcuno me l’avesse detto probabilmente non ci avrei creduto. Siamo partite dalle qualificazioni. Guardando il percorso che abbiamo fatto, con alti e bassi, è stato davvero bello. Ed è importante anche avere una squadra italiana tra le prime sei". 

Prima della partenza per il Portorico coach Capobianco ha parlato di una squadra “libera”, libera anche di sognare. Vi riconoscete?

"Molto. Un discorso bellissimo, mi ha fatto venire in mente l’Europeo: quella leggerezza, ma anche la consapevolezza di chi siamo. L’idea è continuare a giocare con quello spirito. Non è facile con dodici giocatrici, ma tutte ci sentiamo a nostro agio e c’è una sintonia di squadra che non si trova così facilmente. In questo senso sì, siamo davvero una squadra libera".

Il gruppo WhatsApp della Nazionale è sempre attivo?

“Certo. Chi lo anima di più? Keys e Olbis, senza dubbio!".

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