
a modo mio
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Napoli è bagnata da un mare mai lineare e prevedibile. Antonio ha preso il comando della squadra in mezzo alla tempesta: vento e onde non lo spaventano, perché non c'è vittoria senza sfida
Il capitano Conte detesta il mare calmo: esaurisce l’ispirazione, atrofizza i muscoli e il pensiero. La corrente culla fino ad assopire, la corrente culla e annulla. E il senso dell’uomo si realizza nelle cose che fa - così scrisse Italo Calvino sui capitani di Joseph Conrad. Ne fu lettore appassionato tanto da scriverci la sua tesi di Laurea e ne ripropose filosofia e significati fino alle ultime Lezioni Americane. Gente che sceglie il mare, dunque lo spazio aperto, finito (a differenza del cielo) ma mai lineare né prevedibile. Gente che sceglie il comando: di uomini e natura, ostinata nel tentativo di piegare (dunque) tutto il creato alla propria volontà, con l’irriducibile (a volte frustrante) volontà di realizzarsi non solo nel tentativo ma nel risultato: la nave deve scorrere, l’equipaggio deve sopravvivere, sconfiggere la morte, superare la linea d’ombra. C’è una morale implicita nel lavoro ma c’è un compimento umano nella vittoria: sul vento, sulle onde e le tempeste, sulla critica, sugli avversari in duello e associati, concreti o inventati per rilanciare, per agitare qual mare e farlo probante, perché non c’è vittoria senza sfida.