Perché alcuni di noi non si arrendono anche quando un compito diventa faticoso? La risposta è nei neuroni dell'oressina
Daniele Particelli
22 agosto - 17:15 - MILANO
Rimanere concentrati e motivati anche quando un compito che siamo svolgendo diventa sempre più difficile e faticoso non è un'abilità facile da sviluppare, ma la scienza ad oggi non è stata ancora in grado di spiegare con precisione perché alcuni di noi si arrendono al primo ostacolo e perché, molti altri, riescono a non rinunciare anche quando lo sforzo aumenta. A svelare qualcosa in più su quello che accade nel nostro cervello in quei momenti, però, è stato un gruppo di ricercatori giapponesi, riusciti a identificare il meccanismo cerebrale che ci spinge a non rinunciare anche quando la difficoltà aumenta.
Concentrazione, la scoperta degli scienziati giapponesi
—
Al centro della scoperta dei ricercatori dell'Università di Nagoya ci sono i neuroni produttori di oressina, le molecole fino ad oggi associate principalmente al controllo del sonno, dell'appetito e del metabolismo energetico. Queste, secondo gli scienziati, sono fondamentali anche nel tradurre l'aspettativa di un risultato nel proseguimento dell'azione.
Come funziona il circuito della motivazione. Il team, guidato da Hiroyuki Mizoguchi e Kiyofumi Yamada, ha utilizzato un modello innovativo di ratti geneticamente modificati, monitorando e manipolando i circuiti oressinergici durante test comportamentali a sforzo progressivo, tutte prove in cui la fatica necessaria per ottenere una ricompensa alimentare aumentava gradualmente nel tempo. Attraverso tecniche sofisticate come la chemogenetica, l'optogenetica e la fotometria a fibra, i ricercatori hanno osservato che l'attività dei neuroni dell'oressina cresce in modo direttamente proporzionale alla difficoltà del compito: più lo sforzo richiesto è elevato, più questi neuroni si attivano.
Le conferme sperimentali sono arrivate in entrambe le direzioni. Quando i neuroni oressinergici venivano stimolati chimicamente, gli animali mostravano una tenacia nettamente superiore prima di arrendersi, perseverando molto più a lungo nel compito. Al contrario, disattivare questi neuroni provocava un crollo immediato della motivazione e tempi di esecuzione significativamente più lunghi. Gli esperimenti hanno anche evidenziato che sopprimere l'oressina nel momento preciso in cui l'animale "pregusta" la ricompensa, e cioè quando l'aspettativa del risultato è più alta, frena la spinta ad agire.
Sovrastimolando artificiale dei neuroni oressinergici oltre i livelli fisiologici, invece, non ha prodotto un ulteriore aumento della motivazione: il circuito, secondo i ricercatori, è indispensabile per sostenere lo sforzo, ma opera all'interno di un sistema finemente regolato che non può essere semplicemente amplificato senza limiti.
"Il nostro studio dimostra significativi cambiamenti nell'attività dei neuroni dell'oressina a seconda delle ricompense attese e dello sforzo richiesto, suggerendo il meccanismo con cui il cervello traduce le aspettative in un'azione sostenuta nel tempo", ha sottolineato Mizoguchi, secondo il quale i prossimi passi della ricerca si concentreranno sulla mappatura delle connessioni di questo circuito, con l'obiettivo di sviluppare strategie terapeutiche mirate a contrastare la perdita di motivazione nelle malattie neuropsichiatriche.








English (US) ·