L'azzurro, da oggi numero 15 del mondo, è reduce dal trionfo di Acapulco: "Orgoglioso di questo titolo, dopo le sconfitte mi sono rialzato"
Il tatuaggio di Hulk sulla coscia destra è un promemoria di quello che Flavio Cobolli sa essere. Forte, tenace, indomabile. Anche il mostriciattolo verde ha avuto la sua importanza nella vittoria dell’Atp 500 di Acapulco dopo un inizio 2026 difficile. Cobolli, proprio come l’anno scorso, è riuscito a rinascere dalle proprie ceneri nel modo migliore: vincendo. Prima vittoria contro Frances Tiafoe (“Non potevo farmi battere tre volte dallo stesso giocatore”), primo titolo sul cemento e, finalmente, il posto nella top 15, il più alto della carriera. La Top 10, adesso, è un orizzonte meno lontano.
Tre titoli Atp in bacheca
Flavio Cobolli è nato a Firenze il 6 maggio 2002. Ha vinto tre titoli Atp: Bucarest e Amburgo nel 2025, Acapulco nel 2026. È n.15 Atp.
Flavio, anche questa volta dopo un momento complicato ha trovato la forza di scuotersi, ha ritrovato gioco e fiducia. Qual è stata la chiave?
“A parte il team e la famiglia, che mi sono sempre vicini, penso che la chiave sia come lavoro fuori dal campo. Dopo le sconfitte mi tiro su le maniche e rimetto subito sotto. Sono molto orgoglioso di me stesso e nell’ ultimo anno mi sento maturato, anche come atteggiamento, sono più professionale”.
L’immagine di lei che si strappa la maglia in Davis è tra quelle più iconiche del nostro tennis. Quanto l’ha cambiata quella vittoria?
“Tanto. Prima di tutto perché come ho detto tante volte, vincere con la Nazionale è stato il mio sogno fin da bambino, e poi mi ha fatto capire tante cose”.
Ora siamo curiosi, ci dica le più importanti...
“Innanzitutto ho capito di essere un giocatore più difficile da incontrare, e poi che posso giocare su tutte le superfici. Mi hanno sempre detto che sul cemento non avrei potuto mai raggiungere grandi risultati. Alla fine le partite migliori, prima di questo titolo, le avevo fatte sul cemento indoor. Anche con Jannik, ad esempio, dove agli ottavi di Vienna ho giocato molto bene anche se poi sono uscito sconfitto”.
Beh, non è che siano tanti quelli che escono vincitori dagli incroci con Sinner e Alcaraz...
“Infatti... Però mi sono divertito molto in quella partita. Sono più consapevole, sono affamato, e cosa a mio avviso molto importante, questa vita mi piace sempre di più, anche quando devo affrontare delle difficoltà”.
Restando sui fenomeni: sia Jannik sia Alcaraz chiedono sempre più spesso di allenarsi assieme a lei.
“A essere sincero sono più io che chiedo, e loro gentilmente mi dicono di sì...”.
Non sia troppo umile, anche a fine 2025 ha trascorso una settimana a Murcia a lavorare con il numero 1 al mondo. Com’è andata?
“Mi ha dato molta forza. E quando ho dovuto pagare pegno per aver perso me lo sono portato a spalle: due o tre sedute di potenziamento extra, chiamiamole così... Allenarsi con Carlos è sempre molto divertente, però si fa fatica. In più a inizio dicembre ero reduce dalle fatiche di Davis con quei match maratona che mi hanno prosciugato di energie fisiche e mentali”.
Il suo team resta a conduzione famigliare, con suo papà Stefano come coach. Avete aggiunto qualche altro professionista per il 2026?
“Insieme a noi ora c’è anche Gerardo Brescia, un tecnico che ci dà una mano attraverso la federazione. E poi c’è un fisioterapista che viaggerà con me nelle settimane più importanti, Fabio Coniglio”.
Flavio Cobolli è l’ottavo italiano a entrare in top 15 nell’era Open. Gli altri: Sinner (n.1), Panatta (4), Musetti (5), Berrettini (6), Barazzutti (7), Fognini (9) e Bertolucci (12).
Una struttura sempre più da giocatore di vertice. Ora è tra i primi 15 al mondo, con vista Top 10. Le cose sono cambiate?
“Stanno, e sto, cercando di mettermi nella miglior situazione possibile per riuscire a rendere al meglio e essere costante tutto l’anno. Poi, i risultati verranno di conseguenza”.
In Australia ha iniziato il 2026 con tutta la famiglia, papà, mamma, fratello. Prima di Acapulco ha chiamato in “soccorso” la sua fidanzata Matilde. Quanto la carica le dà avere con sé le persone che ama?
“Più che carica, mi mettono tranquillità e serenità. Ed è ciò di cui ho più bisogno, perché mi carico già tanto da solo. Con loro ritrovo l’equilibrio”.
Mancava solo Edoardo Bove, il suo amico fraterno fin dai tempi delle giovanili della Roma. Una storia a lieto fine...
“Per fortuna, adesso, ha molto meno tempo libero, è una gioia che sia tornato in campo. Spero presto di essere io a sedermi in tribuna per lui”.









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