L'ex Fiorentina e Milan: "A Firenze eravamo un gruppo fantastico, ma con Liedholm ero depresso. La Fatal Verona? Ancora oggi non mi so dare una spiegazione"
Basta nominare la Fiorentina per fargli cambiare la voce. Sorride, ricorda, gli cambia anche lo sguardo. "Il nostro segreto è stato divertirci. Lo scudetto del ‘69 nasce dicendo “bischerate” in spogliatoio". Luciano Chiarugi si racconta, aprendo l’album dei ricordi commuovendosi a ogni fotografia. Analizza diapositive in serie, una dopo l’altra. Quando giocava dribblava le domande scomode, come faceva con gli avversari sulla fascia. “Cavallo pazzo”, mica per caso. Oggi invece si apre, tocca anche temi importanti e delicati. "Con Liedholm ero depresso, avevo perso dieci chili. Il Milan e Nereo Rocco mi hanno ridato la felicità".
Chiarugi, partiamo dal soprannome. Perché la chiamavano tutti “cavallo pazzo”?
"Fu merito di un gol segnato a Zoff, al tempo portiere del Napoli. Presi il pallone a centrocampo e li saltai tutti, una corsa da... cavallo pazzo. E un giornalista mi chiamò appunto così. Da lì non me lo sono più tolto".
Lei giocava alla Fiorentina, con cui vinse uno splendido scudetto. Ricordi?
"Eravamo un gruppo fantastico. Quello scudetto nacque in spogliatoio. E quanti campioni: De Sisti, Amarildo, Maraschi e così via".
Vi chiamavano la Fiorentina Ye-Ye. Quale era il vostro segreto?
"Penso sia stato il fatto che ci siamo sempre divertiti. Quante “bischerate” dicevamo. E avevamo un allenatore come Pesaola, capace di gestirci al meglio. Usava bastone e carota".
Eppure, lei quell’anno divenne protagonista nello sprint finale.
"Ero stato fuori per infortunio, loro avevano trovato la quadra senza di me e io faticai a riprendermi il posto. Però, avevo i tifosi dalla mia: volevano vedere i dribbling e le giocate di “cavallo pazzo".
Due anni dopo, invece, il rapporto con Liedholm la portò a lasciare la Fiorentina...
"Che rapporto? Non ne abbiamo mai avuto uno. Non mi parlava e quando lo faceva mi dava del lei. Mi sentivo rinchiuso in schemi e dettami tattici. A fine anno abbiamo avuto un confronto acceso e ho deciso che sarei andato via".
Si dice che quell’anno perse dieci chili. Come mai?
"Sa, ai miei tempi non era usuale parlare di depressione. Io ero depresso, non mi vergogno a dirlo. Avevo perso 10 chili, non mangiavo. Non giocavo, ero triste e stressato. Per fortuna mi salvò Nereo Rocco...".
Il Paròn la prese al Milan. Ricorda il primo incontro?
"Ancora mi emoziono a raccontarlo. Lo incontrai a Coverciano, mi tremava la voce. Mi vide e mi disse “è tutto qui quello che abbiamo comprato?”. Ero magrissimo. Lui mi rassicurò e mi affidò ai cuochi. Tempo pochi mesi e volavo".
In rossonero trovò una famiglia. È vero che la voleva anche l’Inter?
"Fu un vero e proprio derby. Io avevo dato la mia parola a Fraizzoli, ma poi il Milan mi convinse. Volevo essere allenato da Rocco. Il Paròn mi giurò che al Milan avrei trovato una famiglia e non potrò mai ringraziarlo abbastanza".
Beh, decidere una finale di Coppa delle Coppe è un buon inizio...
"Che partita! Eravamo distrutti, fu una battaglia. Il Leeds in attacco aveva Joe Jordan, lo squalo. Segnai io, su punizione. Pensi che prima di battere andai da Rivera e gli chiesi di lasciarmela. “Me la sento”, gli dissi. E lui me la fece battere. Ne parliamo ancora quando ci sentiamo. “Ti avrei lasciato solo quella, ti è andata bene”".
Come era Gianni?
"Era il Milan. Ci rappresentava in tutto e per tutto. Ricordo gli scontri con Giagnoni. Non lo vedeva, lo tenne fuori in quattro o cinque occasioni. Giravano tante cavolate, come che la squadra fosse contro Rivera. Tutto inventato. Quando Gianni tornò titolare, Milanello fu invasa di giornalisti. Era un campione, anche per rispetto e umiltà. Mi chiedo come si potesse solo pensare di metterlo in panchina. È il più forte con cui abbia mai giocato, insieme a Riva".
Un flash su Gigi?
"Aveva un tiro assurdo, una potenza mai vista. A fine allenamento si metteva a provare e riprovare, era una macchina perfetta".
Invece il difensore più forte mai affrontato?
"Burgnich. Ogni volta che mi marcava era una battaglia. Calci, provocazioni, di tutto. Era uno tosto".
In chiusura, non si può non chiederle della Fatal Verona, il suo Milan fu sconfitto dai veneti. Che successe quel pomeriggio?
"Mi crede se le dico che a distanza di tanti anni non so darmi una spiegazione? Ogni giorno penso che vorrei rigiocarla. Avevamo vinto la Coppa Italia e la Coppa delle Coppe, sarebbe stato il nostro Triplete. Era tutto fatto. Il Bentegodi era pieno di milanisti. Noi venivamo da una finale massacrante con il Leeds, arrivammo stanchi. Ma quella partita ha un qualcosa di sovrannaturale".
Dello spogliatoio post-partita cosa ricorda?
"La rabbia di Rocco e il nostro silenzio. Era un silenzio che urlava e gridava vendetta. Vedi gli sforzi di un anno sfumare nel modo più incredibile. Ma non abbiamo mai litigato, quello no. Abbiamo sofferto insieme. Siamo stati squadra anche lì".
Ai suoi tempi si parlava di “Chiarugismo”, facendo riferimento al fatto che lei simulasse. È vero?
"Macché... penso semplicemente che gli arbitri mi odiassero. Era un continuo. Ero diventato famoso, ma non mi sono mai buttato. Mi hanno perseguitato per l’intera carriera. E al tempo si menava per davvero in campo, altro che Var...".









English (US) ·