Il direttore della Juventus Women fa il punto sulla crescita del movimento: "Il professionismo una conquista sociale, ma ora quella sportiva. Servirebbe un supporto istituzionale, si sta ragionando pure su una Lega autonoma come previsto dal regolamento federale. Le conquiste in bianconero? Merito anche del pensiero di Andrea Trinchieri"
Dieci anni fa accettò la sfida e si ritrovò davanti a un foglio bianco per abbozzare la prima formazione ideale. Il primo atto di Stefano Braghin in un mondo che fino a quel momento non conosceva per niente fu semplice, quanto i metodi di gestione che in questi anni ha utilizzato al comando di una Juventus Women di successo (6 scudetti, 4 Coppa Italia, 5 Supercoppa e una Serie A Women’s Cup). Il direttore dell’area femminile del club è un uomo di calcio di vecchi valori, senza un trascorso da calciatore ma particolarmente avvezzo ai riti del calcio. Così, con passione e aperture ad alti sport per attingere idee positive, è stato fra i principali protagonisti di una crescita del movimento che è passato dall’esigenza di essere riconosciuto all’ambizione di alzare il proprio livello per una conquista prettamente sportiva. Quello che è diventato in fretta il suo nuovo mondo lo sintetizza in questa intervista esclusiva alla Gazzetta.
Partiamo dall'attualità: con l'esclusione della Champions League e con l'ultimo risultato in campionato la sensazione è che questa stagione sia finita troppo presto.
“Direi che per il momento abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi stagionali. Abbiamo vinto due trofei, la Supercoppa e Serie A Women’s Cup, e siamo ancora in corsa per la Coppa Italia, in semifinale. In Champions League puntavamo a superare la prima fase e a giocare un buon playoff, nella doppia sfida con il Wolfsburg ci rimane un po’ di rammarico per la gara di andata, ma quest’anno in generale abbiamo fatto un percorso europeo di livello. Questo ci ha tolto qualcosa in campionato, dove in effetti viviamo un momento complicato. Sarà necessario adesso consolidare l’accesso all’Europa del prossimo anno, utile anche per mantenersi tra le prime dieci del ranking Uefa che non è affatto semplice”.
Sono aumentate le giocatrici, molte di quelle che giocano nelle squadre meno blasonate escono dai settori giovanili professionistici
Roma, Inter, Napoli e altre… non è più la Serie A che avete affrontato al vostro primo anno.
“Sicuramente si è alzato il livello tecnico, tutte le squadre hanno un'organizzazione di gioco e c’è meno differenza tra le prime e quelle che seguono, tanto che le gare sono mediamente più equilibrate. Sono aumentate le giocatrici, molte di quelle che giocano nelle squadre meno blasonate escono dai settori giovanili professionistici e quindi hanno un vissuto che prima non c'era, credo che questo abbia alzato il livello”.
Cosa serve per rendere appetibile il prodotto finale?
“A livello calcistico credo i club abbiano lavorato molto bene nella formazione delle calciatrici, lo dimostrano la presenza di due squadre italiane fra le prime dieci del ranking Uefa e la nazionale a un passo dalla finale dell’Europeo. Credo si debba lavorare tanto nel reclutamento, perché 40-42 mila giocatrici come movimento sono ancora pochi rispetto ai grandi colossi, e alla formazione dei tecnici. Il tema principale che attira o allontana l’interesse le giocatrici di livello internazionale resta però legato al giorno della partita, tenendo il focus sugli stadi in cui si gioca e sull’organizzazione dell’evento. Una straniera non accetta di venire a giocare in strutture fatiscenti, talvolta in fondi irregolari”.
Quanto ha aumentato il valore della vostra attività il centro sportivo di Vinovo, con un’area esclusivamente riservata al settore femminile del club?
“Sicuramente per noi è uno degli asset più importanti quando dobbiamo attirare delle calciatrici, avendo a disposizione due palestre, tre campi riscaldati e tutto ciò che serve per sviluppare un lavoro professionistico di alto livello. Non un caso che il settore giovanile ci abbia messo nelle condizioni di tirar su qualche talento per la prima squadra, cito Beccari e Schatzer solo per fare un esempio”.
Il passaggio al professionismo ha creato solo vantaggi o c’è qualcosa che è rimasto indietro nel programma di sviluppo del movimento?
“Il professionismo sicuramente è stata una conquista sociale, etica e morale verso il riconoscimento delle calciatrici come lavoratrici, quindi nessun passo indietro su questo. È vero, però, che il passaggio è avvenuto nel momento in cui le società uscivano dal Covid e non è stato graduale; quindi, c’è stato poco tempo per sviluppare un sistema per consolidare la sostenibilità finanziaria. In sostanza è stata una grande conquista per il calcio italiano, ma ci sono stati pochi sistemi per mitigare un impatto così importante sui costi e questo ha creato degli squilibri all’interno del movimento. Tornerebbe utile un maggiore supporto dalle istituzioni, la Federazione sta facendo uno sforzo sulla formazione e intanto si sta ragionando alla creazione di una Lega autonoma come previsto dal regolamento federale”.
Nel frattempo, è cambiato anche il calciomercato.
“In piccolo riprende le dinamiche del calcio maschile professionistico, la novità sostanziale è che una società può capitalizzare e patrimonializzare sulle calciatrici. Però, anche qui siamo di fronte a un altro paradosso…”.
Le giocatrici top non sono ancora interessate al campionato italiano. Per cui il paradosso è che spesso c'è la disponibilità economica ma non quella dell'interlocutore
Spieghi meglio.
“Pur avendo un buon patrimonio per andare sul mercato a rimpiazzare le calciatrici che vanno via, non sempre questo è possibile perché quelle di alto livello non sono ancora interessate al campionato italiano. Per cui il paradosso è che spesso c'è la disponibilità economica ma non quella dell'interlocutore. Ecco perché ci concentriamo su un’altra fascia di mercato, provando a intercettare giocatrici top che arrivano da stagioni poco fortunate o di buon livello che cercano l’ultimo trampolino per consacrarsi, oltre alle giovani provenienti dal settore giovanile. Noi con l’uscita di Cantore abbiamo fatto spazio a Beccari, che verrà sicuramente fuori. Per lanciare le giovani però serve una pazienza che non sempre c’è”.
Lei ha sempre salvaguardato il gruppo storico della rosa, è stato questo il segreto per accompagnare le giovani nel percorso di crescita?
“In questi anni abbiamo operato i cambi nella continuità, il gruppo storico ci ha dato più di quello che ha ricevuto grazie alla lealtà e all’appartenenza che ha trasmesso alle nuove arrivate, specie nelle difficoltà. Cito con molto piacere Andrea Trinchieri, che è un mio grande ispiratore, dicendo che esiste una filosofia che definisce i valori non negoziabili: le nostre ragazze sono sempre state le migliori ambasciatrici della cultura storica del club, questo è stato il segreto per vincere molto spesso in questi anni. Credo che il nostro gruppo sia quello che negli ultimi anni abbia vinto di più dopo il Barcellona, che ha un’altra forte connessione con i valori storici del club”.
Cristiana Girelli ha salutato per andare in America in piena stagione.
“A questo punto della sua vita e della sua carriera ha un'occasione credo irripetibile, lei ci ha dato tanto e ora è giusto che qualcosa le torni indietro. In questi anni ha svolto anche un’attività parallela in tv, ma mai è venuta meno agli impegni sportivi. Giusto che una giocatrice pensi al post carriera, visto che a differenza dei colleghi uomini dovrà lavorare ancora nel resto della sua vita”.
Quanto è lontano il calcio italiano da quello inglese, in cui lo sviluppo ha portato già a introiti importanti?
“Dal punto di vista tecnico non moltissimo. Dal punto di vista organizzativo e soprattutto di risorse, molto. Credo il quadro sia chiaro guardando alle squadre che sono arrivate ai quarti di Champions League: togliendo il Lione, che ha una proprietà ricca e una tradizione storica, ci sono tre club inglesi, due tedeschi e due spagnoli. Tra questi campionati e il nostro c’è una grande differenza di budget, qui voglio fare una precisazione che è doverosa: il calcio femminile italiano non è più solo un fenomeno sociale alla ricerca di riscatto, ma un modello di sport professionistico di alto livello che ora bisogna posizionare sulla scena europea che conta”.
Quanto investe la Juve nel settore femminile?
“Abbiamo costi simili a una squadra di Lega Pro abbastanza importante, che è pur sempre un quarto di quello che costa un campionato inglese o tedesco. Di conseguenza, in campo europeo competiamo con squadre che hanno una potenza di fuoco tre volte alla nostra, ecco perché sono molto felice del percorso che abbiamo fatto quest’anno in Champions, vincendo in casa dell’Atletico Madrid e contro il Benfica, facendo tanti gol come serviva in Austria. Sul campo non abbiamo lasciato niente contro le squadre che nel ranking stanno sotto di noi. Il confronto con il Wolfsburg ha mostrato che viviamo ancora certi appuntamenti con meno serenità”.
Dieci anni dopo dalla nascita del vostro progetto serve, insomma, una nuova conquista, stavolta sul piano sportivo.
“Esatto. Per una ragazza giocare a calcio prima era il motore, adesso è la conseguenza e questo, per fortuna, vuol dire che siamo andati molto avanti. È stata una conquista straordinaria riconoscere a questo sport un regime professionistico, adesso però dobbiamo lavorare sulla grande differenza che c’è con l’estero sul piano dei ricavi per i club”.
Anche perché non tutte le squadre hanno a disposizione budget e strutture come la Juve.
“È vero. Ma per dare un’idea più precisa, con i ricavi dei diritti televisivi noi riusciamo a pagare il contratto del terzo portiere, mentre in Inghilterra la società che guadagna meno porta a casa un milione, che vuol dire circa quattro giocatrici utili per la Champions. Credo che in questa forbice si possa comprendere bene la differenza. Il rammarico per la nostra uscita col Wolfsburg c’è per la storia e per i valori del club che le nostre ragazze rappresentato bene sul campo, ma mettendo a confronto i parametri gestionali è come far combattere due pugili di peso diverso”.
Lei è arrivato nel calcio femminile da neofita, adesso con quali occhi guarda questo mondo?
“Sono molto contento della scelta che ho fatto e non tornerei mai indietro, perché ho imparato tanto da queste ragazze che mi hanno aiutato a entrare pian piano nelle dinamiche specifiche di questo mondo. Faccio questo mestiere perché mi piace il gioco e tutti i riti che ci sono attorno, un privilegio per me che non ho fatto il calciatore. Ma ho imparato ancora di più che questo è un gioco in cui, al di là del potenziale iniziale di una squadra che è determinato dal budget con cui si fa il mercato, i risultati si costruiscono sulle connessioni che si riescono a creare tra le persone che fanno parte di quel progetto. Così, il mio contributo principale credo non sia tanto sul mercato quanto sul creare le condizioni migliori per coinvolgere 35-40 persone che hanno ciascuno un ruolo diverso, per raggiungere lo stesso obiettivo. Arrivare in fondo al successo in questi anni mi ha gratificato molto per tutto questo, facendomi sentire un artigiano al lavoro su un orologio in cui tutti i meccanismi devono muoversi in armonia. Sono un cacciatore di gesti unici e non trofei, a livello umano ho ricevuto tanto in questi anni”.
Dieci anni dopo, cosa abbozzerebbe su un nuovo foglio bianco?
“Prima di tutto non sarebbe bianco, perché in questi anni ci abbiamo fatto una bella cornice. Adesso bisogna aggiungerci più consapevolezza che questo mondo sta crescendo molto velocemente e necessita di un motore veloce, in campo e fuori. In dieci anni in Italia è cambiato proprio il modo di giocare: se guardiamo una nostra partita al primo anno sembra vedere il calcio maschile degli anni Cinquanta, invece siamo solo nel 2018. Adesso le squadre corrono e vanno più veloce come il gioco”.









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