L’ex ala si racconta: "La scazzottata di Venezia-Cagliari? Fu una cosa brutta, ci siamo chiariti solo anni dopo. Il Chino arrivava tardi agli allenamenti ed entrava da dietro fingendo di essere già in campo"
Lorenzo Cascini
29 novembre - 10:31 - MILANO
C’è chi se lo ricorda solo per il post partita di quel Venezia-Cagliari, febbraio 2000. "Valtolina? Quello della scazzottata?". Qualcun altro per una super rovesciata alla Roma di Zeman. Lasciò a bocca aperta anche un giovane Francesco Totti, allora ventiduenne già titolarissimo e con la dieci sulle spalle. In realtà, Fabian Valtolina - ala vecchio stampo da oltre 130 presenze in A - tra Bologna, Piacenza, Venezia e Sampdoria ha lasciato bei ricordi ovunque è andato. E quando si apre, racconta aneddoti in serie. Da quella famosa rissa, "una roba scomoda, che fu ingiustamente insabbiata in fretta e furia", al Venezia con Recoba e Novellino, Zamparini e Spalletti.
Fabian Valtolina, partiamo da quel finale di Venezia-Cagliari del 2000. Cosa successe?
"Fu una cosa brutta. Ci eravamo un po’ stuzzicati con quelli del Cagliari durante la partita, ma niente di eccessivo. Nel tunnel che porta agli spogliatoi vennero da me in tre e mi accerchiarono".
Chi erano se lo ricorda?
"Il portiere Scarpi mi teneva fermo. Con lui c’erano Berretta e Lopez, che è poi quello che mi ha preso a cazzotti".
Ganz ai microfoni dei giornalisti andò a denunciare il tutto, definendola una cosa obbrobriosa.
"Eh aveva visto la scena evidentemente. Io ho provato a difendermi ma non era facile, mi trattenevano. Presi almeno due cazzotti in faccia. E infatti alcuni giornalisti mi fotografarono con il volto insanguinato. Sarà durata trenta secondi. Purtroppo, però, fu una roba scomoda che venne ingiustamente insabbiata in fretta e furia".
Come gliela spiegarono?
"Zamparini mi disse che se fosse stato un altro presidente avrebbe voluto giustizia ma, per via dei rapporti con il patron del Cagliari Cellino, preferiva lasciar correre. Non l’ho mai tanto capita, ma il calcio è così, quasi mai le cose vanno come devono".
Nemmeno la squalifica?
"Quella un po’ sì, effettivamente. A Lopez diedero tre giornate, a me una. Agli altri nulla...".
Qualcuno disse che lei si andò scusare nello spogliatoio del Cagliari. Cosa c’è di vero?
"Niente. Per cosa mi sarei dovuto scusare? Per essere stato preso a pugni? Ma figuriamoci. Semmai sarebbe dovuto accadere il contrario...".
E Lopez si è mai scusato?
"No, anzi sul momento in tanti hanno negato. Dall’allenatore rossoblù Ulivieri al portiere Scarpi, che addirittura disse di non aver visto niente. Con Diego, poi, abbiamo però avuto modo di parlarne. In fondo, sono passati tanti anni. Ci siamo visti a Coverciano e ci siamo abbracciati".
Oltre che 'quello della scazzottata', per molti Valtolina è anche 'quello della rovesciata alla Roma'. Un gol incredibile, che valse il 3-3 al 90’ e lasciò a bocca aperta anche Totti. Che ricordi ha?
"Sa quando si dice istinto puro? Giocavo nel Piacenza e perdevamo 2-3 in casa. All’ultimo minuto mi arriva questa palla e io per arpionarla sono obbligato a fare un contro movimento... potevo prenderla solo così. Da quando ho sentito il rumore del pallone ho capito che l’avevo impattata bene. Fu una giocata da figurine Panini".
Torniamo al “suo” Venezia. Sono stati quattro anni, dal 1998 al 2002, pieni di successi, episodi strani e personaggi da film. Partiamo da Zamparini, lo citava lei prima...
"Forse il presidente più cult di tutti. Un pazzo, in senso buono. Un giorno si presentò in spogliatoio con uno sciamano e ci obbligò ad andare singolarmente a colloquio con questo signore. L’allenatore era Prandelli, che uscì con una faccia...".
Lei ci andò?
"Sì, subito dopo. Mi aspettavo una seduta di stregoneria, invece mi fece sdraiare su un lettino e mi mise una ciotola sulla pancia. Intanto mi leggeva il futuro. Bah, cose strane".
Nel ’99 con Recoba centraste un’insperata salvezza. In panchina c’era Novellino. Qualche aneddoto?
"Il mister non aveva capito il soprannome di Alvaro. Invece che 'Chino' lo chiamava 'cigno'. E al suo compleanno gli regalò una scultura in vetro che raffigurava un cigno. In spogliatoio scoppiammo tutti a ridere".
Un flash su Recoba?
"Un marziano sbarcato in laguna. Ma dovevi coccolarlo. Ricordo che andavamo in due a svegliarlo a casa la mattina, sennò non si sarebbe mai allenato. Lo facevamo entrare da dietro al campo, così non sembrava in ritardo. Faceva finta di correre, di fare gli esercizi. Poi, però, la domenica gli davi la palla e lui te la risolveva".
L’anno dopo in panchina arrivò Spalletti.
"Durò poco, non ha mai avuto lo spogliatoio dalla sua. Io mi trovavo bene a livello calcistico, ma non c’era un gran feeling a livello umano. Parlo del gruppo in generale. Dopo una sconfitta con la Roma ci accusò di non essere andati a festeggiare Petkovic dopo un gol. Ma eravamo sotto 3-1 e dovevamo salvarci, mi sembrò un po’ una scusa per prendersela con noi".
È vero che a volerla a Venezia fu Marotta?
"Sì, una direttore fantastico. Era giovane, ma già determinato, autorevole e scaltro. Un altro mio grande sponsor fu Capello. Aveva scelto lui di portarmi al Milan. Pensi si prese anche una buona dose di insulti da Sacchi, che nel frattempo era diventato l’allenatore. 'Dove l’hai pescato questo, Fabio?'".
Si è mai ricreduto?
"Alla fine credo di sì. Mi chiamava 'Butragueno' in allenamento. Giocavo nello stesso ruolo, evidentemente aveva visto qualcosa in comune. Non so cosa, visto che non debuttai mai...".









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