L'ex centrocampista tedesco e il fratello al Mondiale con la Tunisia: "Il pallone oggi è meravigliosamente multiculturale: ne siamo orgogliosi"
In attesa di raggiungere Jose Mourinho alla Casa Blanca per fare da secondo allo Special One Sami Khedira è il primo ospite di Gazzetta Caffè, lo spazio d’incontri allestito all’interno di Home of Football, museo pop-up lanciato a Manhattan per esporre maglie da calcio sensazionali, a cominciare da quella indossata dal 17enne Pelé a Svezia 58.
Lei collezionava maglie?
"Sinceramente no. Mi sembrava ipocrita dare un calcione a un tipo come Leo Messi e poi andare a chiedergli la maglia. Non mi piaceva. Qualcuna a casa ne ho, dei miei amici, Ozil, Sergio Ramos, ma sinceramente in campo l’unico scambio che ricordo è stato con Cristiano Ronaldo, mio compagno al Madrid, al Mondiale brasiliano. Anche perché vincemmo 4-0. Non era felicissimo".
Ronaldo gioca ancora. Mentre noi parliamo ha segnato nel suo sesto Mondiale...
"Incredibile. Ha quasi due anni più di me… Lui è qui, io sul divano con un hot-dog…".
Abbiamo chiuso i primi due turni del Mondiale. Pensieri?
"La prima parola che mi viene in mente è sorpresa. E va spalmata su vari aspetti. Non mi aspettavo tanta qualità, e vale per le grandi nazionali, Spagna, Argentina, Inghilterra, Portogallo, Germania, Francia, e per i grandi campioni: Haaland, Mbappé, Messi, Vinicius, Cristiano Ronaldo. Le superstar stanno tutte lasciando il segno. Non mi aspettavo tanta intensità dopo una stagione così lunga. Ci sono 8-10 squadre che possono vincere, e poi ci sono gli underdogs, il gap tra grandi e piccole si è ridotto in maniera evidente. E in mezzo ci sono una serie di squadre che magari non vinceranno ma giocano bene e sono pericolose per tutti: Marocco, Norvegia, Giappone, Stati Uniti, possono andare lontano".
Abbiamo 48 squadre. Troppe?
"Ci sono due aspetti chiaramente positivi: l’esposizione di nazionali e giocatori meno noti, Capo Verde ha il sacrosanto diritto di mettersi in mostra, e l’educazione. L’Europa è il centro del calcio, e va bene. Ma attorno al nostro continente le cose si muovono, migliorano, crescono, e questo è senz’altro positivo. Finalmente anche altri hanno la possibilità di migliorare le proprie strutture di sviluppo grazie ai soldi incassati partecipando al Mondiale".
E il numero di partite? 74 per tornare a 32 squadre.
"È chiaro che i grandi giocatori dei grandi club si lamentano. E vanno protetti perché andiamo allo stadio per vedere le grandi stelle e al momento giocano troppo, 60-70-80 partite all’anno. Il problema però non è nel numero dei match, perché i giocatori amano giocare, ma nella mancanza di riposo fisico e mentale. Qui finiamo il 19 luglio e ai primi di agosto in Europa riprendono diversi campionati: non ci sono pause, e sono fondamentali per migliorare le prestazioni. Il problema non è il Mondiale in sé, ma il calendario".
A proposito di pause: siamo passati dai due tempi del calcio ai 4 quarti…
"E qui non so se devo essere diplomatico o no. Vabbé, andiamo: per me stanno distruggendo il calcio. Capisco il cooling break in caso di caldo estremo, ma basta un minuto. I giocatori vogliono tornare in campo, non vogliono star lì fermi ad aspettare. Il nostro è uno sport dinamico che deve scorrere, fluire, e così diventa un’altra cosa. Le squadre perdono il ritmo. E poi è un controsenso: da una parte si implementano nuove regole, ottime a mio avviso, per evitare perdite di tempo e migliorare il gioco effettivo, dall’altra ci sono queste due pause che snaturano il nostro gioco".
Suo fratello è qui con la Tunisia. Lei è stato campione del mondo con la Germania. Al Mondiale ci sono 4 coppie di fratelli che giocano in nazionali diverse.
"Per me è una cosa meravigliosa, è il mondo che si unisce, che si adatta ai cambi generati dalle migrazioni. Non siamo più negli anni 50, le persone possono decidere dove vivere, dove si sentono a casa. Parlo per me: io sono nato e cresciuto in Germania ma non sembro tedesco, il mio nome non è tedesco, ma mi sento tedesco. Eppure per certe persone non sono tedesco. E in Tunisia mi dicono che non sono tunisino. Io e mio fratello siamo entrambe le cose, e siamo orgogliosi di questo. Ci sentiamo speciali. È un grande vantaggio, un regalo. Ho incontrato Arsene Wenger e mi ha detto che i fratelli Doué avversari in Francia-Costa d’Avorio hanno cantato entrambi gli inni. Fantastico! Ricordo che lo fece anche Jurgen Klinsmann quando allenava gli Stati Uniti e affrontò la Germania al Mondiale brasiliano. Il calcio è meravigliosamente multiculturale, e manda un messaggio potentissimo al mondo".
È difficile scegliere per un ragazzo? Ci sono grandi pressioni.
"Eccome. Pensiamo a Bouaddi: in marzo era il capitano dell’under 21 della Francia e ora gioca il Mondiale con il Marocco. O a Kenan Yildiz, nato e cresciuto in Germania. È una scelta difficile, ci sono passato e il mio amico Mesut Ozil ha vissuto la stessa cosa con la Turchia. È come avere due cuori. Ma mi sembra eccezionale che si possa scegliere, e che si possa cambiare".
Chiudiamo con un po’ di Italia. Prima Carlo Ancelotti, l’allenatore col quale ha vinto la Champions nel 2014.
"La cosa che più mi ha colpito di lui è come tratta le persone. Non i giocatori eh? Le persone. Io ho passato momenti pessimi al Madrid, anche nell’anno della Décima, e lui era sempre dalla mia parte. Parlo del Khedira essere umano: era sempre attento, protettivo, interessato. Ed è per questo che ha tanto successo e riesce a influenzare tanto il gioco: perché cura i giocatori e non pensa al successo personale. Vuole farti sentite bene. È ovvio che il Brasile a livello di squadra non è nel suo miglior momento a livello di talento puro, diciamo che la Francia ha preso il suo posto in quel senso, ma Carlo è in grado di unire e dare sicurezza al gruppo. È uno che ti fa pensare di essere il migliore anche se non lo sei. Non ha ego, pensa solo al gruppo, per questo se c’è una persona che può riportare il Brasile alla gloria perduta, quello è Carlo".
La Juve tornerà ad alto livello: ho fiducia in Chiellini
Sami Khedira
E se parliamo di gloria perduta… Come vede la situazione della Juventus?
"Per me la Juve è il miglior club nella storia del calcio italiano. Non sono a Torino, non conosco bene la situazione ma sì conosco Giorgio Chiellini e so che sta soffrendo tanto, esattamente come me che sono un tifoso. La stagione è stata difficile, la Juventus deve andare in Champions. Devono lottare per tornare, esattamente come hanno fatto quando sono andati in Serie B e poi hanno vinto 9 scudetti e conquistato due finali di Champions. La chiave è la continuità, e non parlo di risultati ma di allenatore, di società, di dirigenti. Spero possano risolvere i problemi ma ho enorme fiducia in Giorgio, è una gran persona, è molto intelligente e ama la Juve come me. Sono certo che il club tornerà a grande livello".








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