Roy Keane, bad boy leader dei Red Devils. Rissoso, polemico e collezionatore di cartellini rossi

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Dalla boxe nei sobborghi di Cork al Nottingham Forest fino alla leadership del Manchester United. La sua sincerità estrema gli costò una carriera splendente. In mezzo al campo comandava lui, con le buone o le cattive. Come imparò anche Haaland senior... 

Andrea Schianchi

Giornalista

26 giugno - 23:34 - MILANO

Aveva il fuoco dentro e non sapeva come spegnerlo prima che provocasse un incendio. Questa era la sua dannazione. I nervi gli saltavano, neanche fossero molle, e non c’era più verso di frenarlo: poteva succedere di tutto, in quei momenti. Impulsivo? Violento? Indisciplinato? Rissoso? Polemico? Vendicativo? Attaccabrighe? Ognuno di questi aggettivi aiuta a disegnare il carattere di questo personaggio che, negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, è stato un fior di centrocampista e, se solo avesse avuto più freddezza e un maggiore autocontrollo, probabilmente oggi se ne parlerebbe soltanto in termini positivi e non, invece, come il classico esempio di Bad Boy. Roy Keane aveva il sangue bollente. Fin da bambino era così, inutile cercare le ragioni indagando la psiche o il retroterra familiare e culturale nel quale è cresciuto. Semplicemente nel suo Dna c’era una dose d’impulsività ben al di fuori della norma: lo si poteva gestire oppure lasciare che debordasse e, inevitabilmente, creasse problemi. Keane decise che, poiché quella era sostanza di cui era fatto, tanto valeva assecondarla, anziché reprimerla. 

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