Rivera e Padre Eligio: "Ha tirato fuori tanti ragazzi dalla droga, a Milanello lo ascoltava anche Rocco"

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Addio al consigliere spirituale del Milan degli Anni '70. L'ex capitano rossonero: "Era un gigante, stava con gli ultimi"

Germano Bovolenta

Collaboratore

30 novembre - 08:24 - MILANO

È morto Padre Eligio. Aveva 94 anni. Si è spento a Milano nel Convento dei Francescani, dove viveva. Si chiamava Angelo Gelmini, era nato a Bisentrate, Milano, il 17 luglio 1931. Aveva fondato Telefono Amico, Mondo X e altre numerose comunità per il recupero dei tossicodipendenti: Milano, Cozzo Lomellina, l’Isola di Formica, Cetona. Era un frate francescano, diventò Peligio, il cappellano, l’amico, il consigliere spirituale del Milan nei trasgressivi e pesanti Anni 70. Anche calcistici. Faceva molto discutere, Padre Eligio. Diceva: "Sono più sui giornali più io che Gina Lollobrigida". Si faceva fotografare, gli piaceva. Era grande amico di Gianni Rivera, il Golden Boy e capitano del Milan. Che adesso lo ricorda con dolcezza e commozione.

Rivera, chi era Padre Eligio?

"Un gigante. Un frate, un uomo, un amico, un maestro. Sì, merita tutte queste definizioni, perché era veramente un uomo con la U maiuscola".

Cosa le ha insegnato?

"A vivere, a capire. Mi ha aperto gli occhi e fatto distinguere la gente. Era la persona, non sto esagerando, più colta e intelligente che io abbia conosciuto. Poi era un vero generoso, amico".

Ma anche un personaggio molto discusso…

"Da me no. Io lo ascoltavo e seguivo i suoi consigli e suggerimenti. Era discusso sui giornali, c’era una grande attenzione e confusione mediatica. Un frate eccentrico e stravagante fa sempre notizia".

E c’era il Milan di mezzo. Le battaglie di Rivera in società. Polemiche e scontri con allenatori e presidenti. Padre Eligio cosa faceva?

"Diceva la sua, interveniva. Aveva capito che c’era voglia di cambiamento, di novità, di freschezza. Anche di libertà. Si divertiva, veniva a Milanello, a San Siro e in trasferta. Anche viaggi lunghi, in Sudamerica. Stava con noi, gli volevamo bene".

Anche l’allenatore Rocco?

"Come no. Lo ascoltava con grande rispetto e attenzione. E quando qualcuno di noi aveva problemi personali, il paron diceva: 'Sta bon lì, adesso ciamo el prete'. E chiamava Peligio. 'Ciò, prete, questo g’ha bisogno de ti'. Lo ha fatto con tanti di noi. Era bello ascoltarlo".

C’era anche chi diceva: Peligio prega per la nostra vittoria. È vero?

"Mah, forse qualche battuta. Ma lui ti guardava negli occhi, fisso e serio: 'Ehi, ragazzi, no eh? Calma, non esageriamo. A quello dovete pensare voi'".

È vero che consigliava anche i vini?

"Diceva che era nato in campagna e sentiva tutti i profumi. Anche quelli delle vigne. Stavamo delle ore a parlare della natura, della vita".

Poi al Milan avete trascorso notti tumultuose...

"In campo o fuori? In campo qualche volta è andata male. Ma lui era sempre positivo. Vabbè fioeu, diceva, è andata così. Il calcio, il gioco, la partita, lo interessavano relativamente. Lui guardava all’uomo. E lo ripeteva sempre. Eligio pensava agli ultimi, agli scarti, a quelli che sono rimasti indietro e per questo ha fondato Mondo X". 

Lei è sempre stato molto vicino a Mondo X e alle altre comunità. Come ha vissuto quei periodi?

"Bene, benissimo, con grande passione ed entusiasmo. Mi ha fatto presidente di Mondo X. Poi mi ha aiutato pure in politica lavorando nel sociale: una grande mano. E io facevo di tutto per contraccambiare. Sempre poco, rispetto a quello che lui mi ha, ci ha dato".

E tutto quel can can sui giornali? Spesso si è scagliato contro il Palazzo del calcio. Un paio di titoli di archivio a caso: "Una tonaca contro le giacchette nere", "Frate mangia arbitri".

"Sì, gli arbitri. Ma mi arrabbiavo anch’io. Non possiamo dimenticare che in quegli anni abbiamo subito dei grandi torti. L’ho detto allora e lo penso adesso. Forse con il Var avremmo qualche scudetto in più".

E Rocco? Come viveva quel trambusto?

"Approvava. Senza riserva. Diceva: 'Prete, te ga fatto ben'. Gli piaceva stare con Eligio, gli dava serenità. E poi erano, entrambi, intenditori di vino. E se ne vantavano".

Anche se Padre Eligio prediligeva lo champagne...

"Perché non doveva? Con lui a tavola si stava bene. Siamo stati spesso al ristorante, al nostro Assassino, a mangiare, bere e tirare tardi".

E vi fotografavano. Padre Eligio allegro, con i Ray Ban e gli stivaletti alla Beatles. Anticonformista?

"Anche, ma moderno e contagioso. Trasmetteva a tutti la sua allegria e il suo gusto della vita".

Hanno scritto: frate d’assalto. Ma anche: ha salvato molti drogati e fondato "Telefono amico".

"Lui era con gli ultimi, sempre. Ha subito anche ingiustizie e accuse per come gestiva le comunità. Io posso solo dire che quei ragazzi tirati fuori dalla droga l’hanno sempre cercato e ringraziato. Non dobbiamo dimenticare come si viveva cinquant’anni fa. L’eroina in quegli anni distruggeva le famiglie, si portava via migliaia di ragazzi".

Poi qualcuno ha scritto: Padre Eligio è stato sottovalutato. È così?

"Sì, l’ho detto spesso. Non l’hanno capito o non hanno voluto capirlo. Penso sia stato un errore trattarlo da personaggio folkloristico, centrare l’attenzione sullo champagne, il Dom Perignon, gli stivaletti. Frate eccentrico, i capelli lunghi. Padre Eligio è stato molto di più: un uomo, un francescano di primissimo ordine. Poi andava anche di moda spararla grossa. Grandi titoli, grandi casini. E lui non si tirava indietro. Ma quello che conta nella vita sono i risultati. E Padre Eligio, pur nel frastuono mediatico, ha vinto e fatto vincere". 

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