Marco, oggi c.t. della Mongolia, ha allenato nella Repubblica Democratica del Congo per 8 mesi, prima di fuggire via a causa della guerra civile. "Ho avuto paura di morire. Per la Repubblica Democratica del Congo questo Mondiale è un riscatto agli occhi del mondo nonostante quello che succede nel paese"
16 giugno - 22:40 - HOUSTON (USA)
Quando ha messo piede allo Stadio dei Martiri di Kinshasa, un giorno come tanti di dieci anni fa, il sammarinese Marco Ragini ha dato uno sguardo alle due traverse: “Allenavo l’Ujana, in Repubblica Democratica del Congo. Ci avevano raccontato che nel 1966 avevano impiccato lì quattro persone, tra cui tre ministri, accusati di aver cospirato contro l’ex dittatore Joseph-Desiré Mobutu. Lì appesero allo stadio, di fronte alla gente. Avevo i brividi…”. Il gran ritorno al Mondiale dei “leopardi” passa da qui. Nel 1974 sbarcarono in Germania come Zaire, con un’altra bandiera e altre storie di vita, tutt’altro che serene. Joseph Mwepu Ilunga calciò a 50 metri una punizione “al contrario” contro il Brasile, uscendo dalla barriera prima del fischio dell’arbitro. Dietro quel gesto c'era il terrore di rientrare in patria e perdere la vita. Ragini, oggi c.t. della Mongolia, ha allenato a Kinshasa per 8 mesi, prima di fuggire via dal Paese a causa della guerra civile.
Marco, come arrivò in Repubblica Democratica del Congo?
“Era il 2016. Venivo da esperienze in Lituania, Svizzera e Slovacchia, dove il presidente era italiano, di Torino. Fu lui a organizzare tutto: mi accordai per gestire l’accademia più grande d’Africa con più di tremila ragazzi e allenare la prima squadra. Mia moglie, paramedico, diventò il responsabile sanitario. Aveva infiocchettato tutto per bene, ma una volta arrivati a Casablanca per lo scalo, in Marocco, questo signore tornò indietro e mi lascio lì”.
Un cattivo presagio, no?
“Ovvio. Anche perché una volta lì mi dissero che lì non c’era mai stato. Mi aveva assicurato che conosceva tutti…”.
Com’era la situazione dieci anni fa?
“Difficile raccontare tanta povertà. Ho visto bambini di cinque anni chiedere l’acqua al semaforo, accanto a delle mamme con dei volti in un altro mondo, sotto effetto di chissà quale droga, totalmente assenti. Il console mi disse che il 4% della popolazione era straricca, il resto in miseria o quasi”.
Difficile raccontare tanta povertà. Ho visto bambini di cinque anni chiedere l’acqua al semaforo, accanto a delle mamme con dei volti in un altro mondo"
Marco Ragini sulla povertà e le difficoltà
Dove avete vissuto?
“In un residence, insieme ai funzionari delle ambasciate. Sulle torrette c’erano i soldati coi mitra”.
Com’era la sua giornata?
“Uscivo la mattina alle 7 e rientravo alle 20. Il centro sportivo era enorme: 16 campi di calcio, migliaia di ragazzi, strutture buone. Facevo lezione a 70 allenatori. Di fronte vedevo il Tata Raphael, lo stadio del “rumble in the junglee” dove Muhammad Ali stese George Foreman in mondovisione nel '74. Andavo a cercare i giocatori nei campetti di fango”.
Un calciatore a cui è rimasto legato?
“Ernest Luzolo, terzino sinistro, arrivato a giocare una quindicina di partite coi “leopardi”, ma anche Cédric Bakambu, oggi in nazionale. Lo affrontammo in un paio di amichevoli contro i grandi”.
Cosa le raccontavano della squadra del ’74?
“Un giorno il presidente entrò nello spogliatoio, fece alzare un ragazzo davanti a tutti e disse: “Lo sapete chi è? Ha il sangue di un eroe”. Era il nipote di Mwepu Ilunga, quello della punizione. C’è grande rispetto per loro”.
Quand’è che finì tutto?
“Con la guerra civile. La situazione era già sul filo del rasoio, ma scoppiò nel giro di 7-8 mesi. Io e mia moglie ci ritrovammo in mezzo, anche perché l’Ujana era la squadra del vecchio Presidente della Repubblica, Joseph Kabila. E quindi la gente ci vedeva come “nemici”. Abbiamo vissuto in un bunker per dieci giorni, impauriti, blindati, aspettando notizie dall’ambasciata italiana su come fare per uscire dal Paese, perché ovviamente in questi posti San Marino non ha niente”.
Avete avuto paura di morire?
“Sì, assolutamente. Con me c’erano italiani, francesi, spagnoli. Non riuscivamo a parlare con nessuno. Fuori, invece, c’era gente armata di pistole, fucili e machete. La polizia sparava ad altezza uomo, per strada c'erano cadaveri. Terribile”.
Abbiamo avuto paura di morire. La gente era armata di pistole, fucili e machete. La polizia sparava ad altezza uomo, per strada c'erano cadaveri.
Marco Ragini
Che valore ha questo Mondiale per loro?
“Una storia di vita e di sofferenza. Un riscatto agli occhi del mondo nonostante quello che succede nel paese, coi casi di ebola e l’emergenza sanitaria. Forse alcuni anni fa la nazionale era più forte, ma resta temibile. E darà filo da torcere”.
In Mongolia come precede, infine?
“È una sfida. Ho allenato qui anche otto anni fa e non c’era niente, neanche la cultura sportiva. Parliamo di una nazionale al 190esimo posto nel ranking Fifa, poco sopra il mio San Marino, che è ultimo. Solo che qui ci sono tre milioni e passa di abitanti. Faccio anche i corsi per gli allenatori. Intorno al centro sportivo vedo pecore, mucche, capre e cavalli: starò qui fino al 26 giugno, poi tornerò per un campus dedicato ai giovani. C’è anche mia moglie, ovviamente. Mi segue sempre”.










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