L’indagine del network Demetra porta alla luce gli ostacoli della coppia nell’accesso alle cure. Età, attese e costi i problemi più comuni da affrontare
25 marzo 2026

Il sogno di diventare genitori che si spezza nel momento in cui la coppia affronta problemi di infertilità. Una difficoltà per cui si ricorre a diversi metodi e - tra questi - c’è quello di seguire un percorso di Procreazione medicalmente assistita (Pma). Una strada intrapresa da molte donne nella speranza di esaudire il loro desiderio, con un aumento del 72,6% dei trattamenti nell’ultimo decennio.
Eppure anche questa alternativa risulta essere una corsa ad ostacoli. Età, attese e costi sono soltanto alcuni dei fattori che giocano un ruolo importante nelle selezioni, mentre dall’altro lato ci sono gli elevati numeri di abbandoni durante i percorsi.
È quanto emerso nell’ultimo report di Demetra, il network di cliniche Pma convenzionate con il Servizio sanitario nazionale. Una doppia indagine che fotografa il fenomeno restituendo un’immagine chiara sull’accesso ai trattamenti, dove solo il 42% riesce ad essere inserito nei percorsi.
Chi ricorre alla Pma
L’infertilità è la sfida di chi vorrebbe concepire un figlio. La Pma risulta quindi essere l’ultima prova da superare per le coppie italiane, soprattutto in un Paese dove l’inverno demografico è sempre più rigido e aumentano i trattamenti, con un’età media al primo figlio di quasi 32 anni per le madri, la più alta d’Europa.
Nel 2024 la fecondità ha raggiunto il minimo storico con 1,18 figli in media per donna. Risale sempre a due anni fa l’inclusione della Pma nei Livelli essenziali di assistenza (LEA). Un primo traguardo per i coniugi o i conviventi che possono avere accesso alle cure pagando il ticket. Restano escluse chi invece non ha un partner.
La corsa al privato
Per la ricerca sono stati esaminati i casi di 480 donne e 35 centri, rappresentativi di oltre il 50% dei cicli in Italia, che calcola circa 150mila coppie interessate ogni anno che non riesce ad avere figli.
Eppure secondo il report il 43% dei pazienti attende oltre tre mesi per una visita nel Servizio sanitario nazionale. La conseguenza è che 9 su 10 si rivolgono poi al privato, dove però a pesare sono i costi.
L’orologio biologico
Ma il muro economico non è l’unico da rompere. Chi vorrebbe diventare genitore deve fare i conti anche i conti con l’età. «L’orologio biologico non aspetta, ma i dati raccontano di un accesso sempre più tardivo alla medicina della riproduzione», è il commento di Laura Rienzi, docente dell’Università di Urbino e direttrice scientifica del gruppo Ivirma Italia.
L’embriologa accende i riflettori sul 78% delle candidate che hanno più di 35 anni. Fattore, quello dell’età anagrafica, che chiama in causa una serie di rischi che vanno dall’insuccesso del trattamento fino all’abbandono precoce.
Tra le donne con più di 40 anni, il 17,2% delle gravidanze è dovuto alla Pma. Un dato, dichiara la ricercatrice dell’Istat Cinzia Castagnaro, che sale fino al 32,1% se si considerano le donne che diventano madri per la prima volta superati i 40 anni.
La percentuale di abbandoni
Quando il test di gravidanza risulta dare esito negativo per l’ennesima volta, è proprio il peso emotivo che porta la donna a prendere la decisione di interrompere il percorso.
Il supporto psicologico è richiesto dal 35% di chi valuta la Pma e fino al 50% di chi ha già affrontato un ciclo, ma il 40% dei centri non registra chi sceglie di ritirarsi. Oscilla, infine, tra 20% e il 50% del totale il numero delle coppie che abbandona il percorso al primo esito negativo.











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