Pellizzari vede il Giro: "Tifavo per Nibali, ora tocca a me. Quando sei leader non puoi nasconderti"

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Il marchigiano a 10 giorni dalla Corsa Rosa: "Che gioie con Vincenzo. Vingegaard è distante? Spero di no. La strada dirà la verità, punto in alto, non parto per fare esperienza"

Sergio Arcobelli

Giornalista

28 aprile - 12:01 - MILANO

C’ è una linea sottile tra la leggerezza e la responsabilità. Giulio Pellizzari la percorre senza fare rumore, ma lasciando segni profondi sull’asfalto. Terzo alla Tirreno-Adriatico, dominatore al Tour of the Alps, si presenta al via del Giro d’Italia - partenza tra dieci giorni dalla Bulgaria - con un’ambizione nuova: non più scoprire quanto vale, ma dimostrarlo.

Il Giro è dietro l’angolo: che Pellizzari vedremo?

"Uno che vuole restare in corsa il più a lungo possibile. Non parto per fare esperienza: quella l’ho già fatta. Voglio capire dove posso arrivare davvero".

Ha già misurato il livello di alcuni rivali al Tour of the Alps. Che indicazioni ha avuto?

"C’erano corridori come Bernal e Arensman. Non erano al top, ma al Giro saliranno di livello. Quindi servirà uno step in più anche da parte mia".

E lei? È pronto a reggere quell’urto?

"Devo esserlo. Quando sei leader non puoi nasconderti. L’anno scorso ero una spalla, oggi no. Se la squadra lavora per me, io devo rispondere. Al Tour of the Alps non avevo scelta: dovevo vincere".

È stato il primo italiano a conquistarlo dopo Vincenzo Nibali (2013). Un’eredità pesante?

"È una motivazione. Nibali è stato un riferimento per tutti noi. Ma non voglio fermarmi a questo: spero sia solo l’inizio".

Sono cresciuto guardando Nibali staccare tutti in maglia rosa sotto la neve, nel 2013, sulle Tre Cime di Lavaredo. Lì ho capito quanto può essere grande questo sport

Giulio Pellizzari

Il richiamo non è casuale.

"Sì, sono cresciuto davanti alla televisione guardando proprio Vincenzo staccare tutti in maglia rosa sotto la neve, nel 2013, sulle Tre Cime di Lavaredo. È lì che ho capito quanto può essere grande non solo il Giro, ma questo sport".

E il suo momento più bello nella corsa rosa?

"La tappa del Monte Grappa, al Giro 2024, quando andai in fuga e transitai per primo al primo passaggio. Poi Tadej Pogacar mi riprese durante l’ultima ascesa del Grappa e vinse, ma arrivai tra i primi (6°; ndr). È stato uno dei momenti più belli anche perché eravamo in Veneto, nella mia seconda casa".

Che Giro si immagina?

"Aperto. Spero che resti in bilico fino all’ultima settimana. E spero di esserci dentro".

Il livello dei big, come Jonas Vingegaard, è ancora distante? 

"Non lo so ancora. Spero di no. Sto imparando, ma so che devo migliorare. Il Giro dirà la verità".

Intanto, intorno a lei c’è una squadra, la Red Bull, che sembra costruita per accompagnarlo in alta quota. Quanta forza le dà il gruppo?

"Tanta. Con Giovanni Aleotti c’è un rapporto speciale: è il mio compagno di stanza nonché mio fedele scudiero. Poi Gianni Moscon, Aleksandr Vlasov e Jai Hindley: esperienza, qualità, fiducia. Non mi sento solo".

Eppure lei ama partire da dietro. Non è un rischio?

"È una mia caratteristica. Nelle accelerazioni secche faccio più fatica. Ma a volte diventa un vantaggio: se non mi vedono, pensano che non ci sono. E invece ci sono".

Il 2025 è stato un anno intenso, con due grandi giri da protagonista: sesto a Giro e Vuelta. Ha pagato qualcosa? 

"Alla fine ero stanco, soprattutto mentalmente. Al Lombardia non ero competitivo e mi dispiace. Per questo ho staccato 40 giorni: mi sono serviti più di qualsiasi allenamento".

La chiamano il “Duca di Camerino”: un soprannome che racconta chi è?

"Me l’ha dato il telecronista Luca Gregorio dopo la vittoria di tappa alla Vuelta e mi rappresenta. Camerino è casa, è tutto. Il 18 maggio si festeggia il nostro patrono, San Venanzio, con una rievocazione storica dei duca. Se non vado è solo per il Giro".

Alla Tirreno, proprio a Camerino, c’era la sua famiglia ad aspettarla nell’arrivo in Piazza Cavour, dove in passato vinse Scarponi.

"Michele è marchigiano come me: è stato un momento speciale. Mio padre Achille mi ha messo sulla bici, mia madre Francesca mi segue sempre, i miei fratelli Gabriele e Giorgia pure. C’erano anche i ragazzi del Gruppo Avis Frecce Azzurre, formazione in cui ho corso. Tutti loro sono la mia forza".

E poi c’è la sensibilità, come quando al TotA ha dedicato una vittoria a Stefano Casagranda.

"Era il papà della mia ragazza Andrea, pure lei ciclista. Ci pensavo da tempo. Sono cose che ti restano dentro e che vuoi trasformare in qualcosa di concreto".

Anche questo contribuisce a creare un legame con il pubblico, sempre più vicino. Sente crescere l’affetto intorno a lei?

"La gente mi ferma, mi chiede una foto. È bello e spero che al Giro possa diventare una spinta in più".

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