L'argentino si racconta a Sportweek. Riparte dal Padova in Serie B dopo due anni di squalifica: "Sono lo stesso di sempre, anche alla mia età e con qualche acciacco, ma il mio livello è alto"
Andrea Barilaro
29 novembre 2025 (modifica alle 10:56) - MILANO
Alejandro Gomez, il Papu. 167 centimetri di classe argentina, gol, assist, dribbling, magie, colpi belli e impossibili. Dirà Gasp: “Un giocatore straordinario”. Un campione del mondo. Sarandì, San Lorenzo, Catania, Metalist, Atalanta (!), Siviglia, Monza. Poi la mazzata: due anni ai box per doping. L’hanno fermato, ora è tornato. Padova, Serie B, 500 mila euro per due stagioni: riparte da qui. A 37 anni.
Perché Padova?
“Per rinascere. È una scelta di vita, non mi interessavano i soldi. Al direttore Mirabelli ho detto: ‘Guarda, io voglio solo giocare e sentirmi importante’. Non sono qui per fare passeggiate”.
Aveva avuto altre offerte?
“Dall’Arabia e dall’Argentina, ma io volevo giocare a un certo livello. Dalla Serie A invece nulla”.
Come sta il Papu calciatore?
“Non voglio fare il fenomeno, ma il livello è alto. Sono il Papu di sempre, anche a 37 anni e con qualche acciacco”.
E il Papu uomo?
“Sta bene anche lui. A causa della squalifica ho passato un periodo brutto, mi sono trovato catapultato in una vita diversa da quella che avevo sempre vissuto. Ho imparato a non spendere energie in cose che non potevo controllare. È servita tanta pazienza, sono stati due anni lunghi”.
Come ne è uscito?
“Mi sono fatto aiutare da uno psicologo. Avevo troppo tempo libero, non ero abituato. Prima c’era la routine: allenamenti, partite, ritiri. E poi, da un giorno all’altro, mi sono ritrovato ad avere 35 anni, portare i bimbi a scuola e non sapere cosa fare. Ho iniziato col padel, poi ho esagerato, mi mettevo anche tre partite di fila. Non era sano. Lo facevo per non pensare, volevo scappare dai miei tormenti”.
Ripercorriamo la notte in cui prende l’antibiotico.
“Ero arrivato a casa tardi dopo la partita. Durante la notte mi è venuto un attacco di tosse, a quel punto ho preso lo sciroppo di mio figlio. L’ho fatto in buona fede, senza pensarci più di tanto. Qualche giorno dopo c’è stato un controllo antidoping a sorpresa: mi ero dimenticato di dichiarare l’antibiotico, e sono stato trovato positivo”.
Reputa eccessiva la squalifica?
“Hanno sbagliato completamente, non si può fermare due anni un giocatore per una sciocchezza come questa”.
In quel periodo ha scoperto qualche nuovo interesse?
“Ho iniziato a leggere. Per lo più libri sulla nutrizione sportiva, anche qualcuno psicologico per scavare dentro se stessi”.
E il calcio l’ha seguito?
“Poco. I primi mesi sono stati i peggiori: non guardavo niente, mi faceva stare male, ero arrabbiato con il sistema. Mi domandavo: perché a me? Perché a me che sono sempre stato un esempio e non ho mai fatto niente di male?”.
Ha detto: “È incredibile come, nella vita, si equilibri tutto”. Sente di aver preso abbastanza?
“Ho realizzato tutti i miei sogni: esordire con la prima squadra dell’Arsenal Sarandì, giocare in Italia. Poi la Champions, la Nazionale, il Mondiale... Cosa posso chiedere di più?”.
Quindi rimpianti zero?
“Rifarei tutto. Dopo ogni cosa brutta ce n’è sempre stata una bella. Scappo dalla crisi in Ucraina e arrivo all’Atalanta, lascio Bergamo e vado a Siviglia. Poi vinco il Mondiale. Lo stesso adesso: ho vissuto due anni bui, ora sono a Padova e succederà qualcosa di bello”.
Una squadra in cui le sarebbe piaciuto giocare?
“Il Napoli. Per la passione, il sentimento dei napoletani. E poi per Diego, sono cresciuto con le sue giocate in azzurro”.
Ora la carriera. Catania in un’immagine?
“Eravamo dodici argentini, una cosa pazzesca. I primi due anni non ho neanche imparato l’italiano. In spogliatoio mettevamo la musica argentina, ci vedevamo tutti assieme per le grigliate. Era come essere a Buenos Aires. Mettici poi il pesce, il sole e il mare...”.
Poi va al Metalist, in Ucraina.
“Scelta di cui mi sono pentito. Per la prima volta ho inseguito i soldi, e ho sbagliato”.
E infine l’Atalanta. Su Instagram aveva scherzato sulla preparazione di Gasperini: si correva così tanto?
“Per il suo modo di interpretare il calcio, o corri o sei fuori. L’ho capito al primo giorno in ritiro. Mi sono detto: ‘Okay, questo fa sul serio’. Ha avuto ragione lui: al 70esimo gli avversari crollavano, mentre noi andavamo ancora a mille all’ora. Anche per questo segnavamo 4 o 5 gol a partita”.
Fuori dal campo che tipo è?
“Era facile capire cosa gli passasse per la testa, bastava guardarlo negli occhi per capire se fosse incazzato o contento. Qualche volta ti prendeva da parte e ti parlava, ma raramente”.
Oggi in che rapporti siete?
“Ci stimiamo, ma non c’è mai stata amicizia. Siamo andati a cena insieme dopo la vittoria dell’Europa League, abbiamo chiacchierato dei tempi passati all’Atalanta. Poi basta”.
Se dico Valencia-Atalanta?
“Ottavi di Champions del 2020, una partita paradossale. È stato il momento più bello per l’Atalanta e più difficile per Bergamo. In quei mesi, durante il Covid, sono morte tante persone, ho visto coi miei occhi passare in strada i camion militari coi feretri. Mi è capitato di andare al bar di sempre, chiedere di qualcuno e sentirmi dire: ‘Non ce l’ha fatta’. I bergamaschi sono forti, gente tosta, grandi lavoratori. Ne sono usciti. E noi, nel nostro piccolo, in quel periodo gli abbiamo regalato dei momenti di gioia”.
E quella Champions League per poco non l’avete vinta.
“Nel momento clou eravamo un po’ cotti. L’avessimo portata a casa col Psg ai quarti, saremmo potuti arrivare in fondo. E sai, a quel punto sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa. Gara secca, stadio vuoto...”.
Ora la Nazionale. Prima della finale di un Mondiale si riesce a dormire?
“È impossibile. Il momento peggiore è dopo pranzo: ti metti a letto, provi a riposare... ma niente. Quindi che fai? Ovviamente prendi il telefono, inizi a leggere notizie, vedi le immagini dei tifosi che iniziano ad andare allo stadio. E il cuore inizia a battere a mille”.
Avete fatto un regalo a un popolo intero.
“In Argentina si vive il calcio in maniera esagerata. Abbiamo visto gente arrivata in Qatar dopo aver venduto la macchina, e senza avere il biglietto per lo stadio. Non si vinceva da trent’anni, dal Mondiale di Diego. Un’emozione pazzesca”.
Qualche retroscena sulla festa?
“Siamo arrivati in Argentina dopo 25 ore di volo, eravamo stanchissimi. Una volta atterrati, era pronto il pullman scoperto. Dovevamo fare circa una quindicina di chilometri, ma ne avremmo fatti tipo tre. In strada c’erano 5 milioni di persone, non si riusciva a passare. E noi, intanto, eravamo sotto al sole con 35 gradi e ubriachi... A quel punto siamo tornati al centro sportivo e basta, finito tutto. Ci hanno accompagnati a casa in elicottero. Per giorni non siamo riusciti a uscire di casa neppure per andare a mangiare qualcosa fuori. Niente. La gente ti placcava proprio”.
Ci sono mai riusciti con lei?
“Una mattina sono andato al centro commerciale per prendere qualche regalo di Natale. Apriva alle 10, noi ci siamo presentati lì alle 9 per evitare il caos. Abbiamo fatto tipo cento metri e lì basta, caos totale: sono usciti tutti i ragazzi che lavoravano nei negozi e sono venuti verso di noi. Poi è arrivata anche altra gente da fuori, ed è dovuta intervenire persino la polizia. Sono dovuto scappare e per una settimana sono stato chiuso in casa”.
Oggi esiste un nuovo Papu Gomez?
“Forse Dominguez del Bologna, un bell’esterno. Ma ormai ce ne sono pochi così, li cercano tutti grossi, fisici. Il calcio sta cambiando”.
La Roma di Gasp può vincere lo scudetto?
“Per me sì. Il Napoli sta rallentando, la Juve non ingrana. L’Inter è quella che sta meglio, ma la Roma lotterà fino alla fine”.
Palladino all’Atalanta: scelta giusta?
“Raffa lo conosco bene, ha un grande futuro davanti a sé. È un ragazzo a posto, capisce di calcio, lavora bene e ha uno staff preparato. Sono sicuro che possa raddrizzare questa stagione”.
Torniamo a lei. Che papà è?
“Uno vecchia scuola. Sto crescendo i miei figli come hanno fatto con me i miei genitori. Credo che oggi i giovani siano fatti ‘di cristallo’, un po’ più deboli rispetto alla mia generazione anche per colpa della società. Un esempio: oggi a un torneo di calcio vengono premiati tutti. Ma perché? Così non imparano a perdere. E non è sano”.
Fanno sport?
“Bauti gioca a calcio qui a Padova. Tecnicamente è bravo, gli piace Pirlo ma io gli dico sempre: ‘Devi guardare anche Gattuso, essere bravo coi piedi non basta’. Ora è in quella fase che sta pagando un po’ fisicamente, gli altri sono giganti mentre lui è piccolino. Milo gioca all’Accademia del Padova: è bravo anche lui, mancino e tecnico. Constantina invece gioca a tennis”.
Che ci dice di lei? È brava?
“Molto. È piccolina, veloce, pimpante. E molto metodica, quadrata. L’altra volta mi ha detto: ‘Papà, io non vado a tennis per divertirmi, vado per allenarmi, capito?’. Le piace la Paolini e prova a prendere spunto da lei, non essendo altissima. Dei maschi le piace Alcaraz. Per me può arrivare in alto, ha una mentalità fuori dal comune”.
La batterà mai a padel?
“No, a padel no...”.
Che giocatore è?
“Uno di destra, tipo Chingotto. Difensore, tattico, sono scattante e tiro su tutte le palle”. Avevi detto: “Il Papu Gomez calciatore non c’è più”.
Lo pensa ancora?
“Per un periodo è andato via. Ma ora posso dirlo: il Papu Gomez è tornato”.









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