Il musicista, in tour con lo spettacolo 'Canzoni sul Saper Vivere ad uso delle Nuove generazioni', si racconta: "Un ultimo concerto dei Timoria? Sarebbe bello ma..."
Omar Pedrini torna a teatro e stavolta non si tratta solo di musica. 'Canzoni sul Saper Vivere ad uso delle Nuove Generazioni' è uno spettacolo di teatro-canzone che lo vede alla regia e che racconta un presente fragile e disorientato in cui, dice l'artista all'AdnKronos, bisogna saper tornare a vivere. Ispirato al 'Trattato sul saper vivere ad uso delle giovani generazioni' di Raoul Vaneigem, lo spettacolo, in calendario fino al 24 aprile prossimo, porta in scena un percorso articolato per macro-argomenti che ruotano attorno al concetto di saper vivere attraverso un dialogo costante con il pubblico.
‘Canzoni sul Saper Vivere ad uso delle Nuove Generazioni’, nasce da un senso diffuso di disorientamento tra guerre, crisi sociali, rivoluzioni digitali. Come è nata l’idea di questo progetto?
"Il teatro-canzone è un po’ la mia seconda vita, il mio piano B, e ormai da tanti anni occupa gran parte del mio tempo, proprio perché attraverso di esso si possono approfondire concetti e sensazioni, anche immediate. Avevo bisogno di esprimere qualcosa di più profondo rispetto ai concerti, dove prevalgono l’animo rock, il divertimento, l’energia. Dopo aver scritto ‘Sospeso’, un album che parlava del senso di sospensione del mondo, di un’attesa verso qualcosa di positivo che non succedeva, e dopo un periodo in cui eravamo tutti col fiato sospeso, oggi vedo una situazione mondiale degenerata: l’ordine mondiale, i presupposti e le convinzioni che credevamo di aver costruito in secoli di cultura occidentale. Forse è proprio il pensiero occidentale in crisi".
Da dove sei partito per la scrittura dello spettacolo?
"Mi sono affidato al situazionismo, quella corrente di pensiero che avevo incontrato ai tempi dell’università, con ‘La società dello spettacolo’ di Debord. Mi innamorai dei concetti base di questo movimento. Vaneigem aveva scritto un trattato incentrato sul saper vivere e non sopravvivere. Con i Timoria avevo fatto peraltro un album intitolato ‘Storie per sopravvivere’. Credo che in questo momento storico così disorientante e insicuro, per qualcuno portatore di ansia e dei peggiori pensieri, questo trattato mi sia tornato utile: l’ho trasformato in canzoni sul saper vivere ad uso delle nuove generazioni. Nelle mie canzoni c'è sempre l’impegno: non mi accontento di parlare solo di sentimenti. Ho pensato, un po’ come nel ‘Flauto magico’, di parlare ai giovani, e spesso ai genitori, anche loro in crisi. Tra me e i miei figli non c’è una generazione, c’è un’epoca: io sono nato nell’era analogico-digitale, loro in quella digitale, che è come il fuoco o la ruota. Noi genitori siamo disorientati. La cultura e le canzoni – non solo le mie – possono aiutare. Io ho imparato a vivere grazie all’arte, al cinema, alle canzoni. Spero di poter dare qualche dritta ai più giovani o alla mia generazione, che oggi è un po’ nel panico".
Hai definito lo spettacolo ‘liquido’, che cambia ogni sera in base alle notizie del giorno. Ti piace l’idea di portare sul palco qualcosa che non sia mai davvero replicabile?
"Sì. Ho preso il termine da Bauman. Lo spettacolo è diviso in otto capitoli: la donna, la società, la memoria e altri temi generali. Il corpo centrale, una mezz’ora o quaranta minuti, è dedicato all’improvvisazione. Qui faccio davvero i conti col situazionismo. Ogni giorno dipende da ciò che sento al radiogiornale: una partita di rugby o la politica internazionale. All’anteprima della tournée, a Trento per il Festival della Memoria, ho trattato il concetto di memoria, partendo dalla frase di Merlino in Excalibur: “La maledizione degli uomini è che essi dimenticano”. È attualissima: dimentichiamo guerre, conflitti, errori. A Trento erano appena stati annunciati nuovi bombardamenti e non ho potuto non parlare dell’America: quella della mia adolescenza, dei figli dei fiori del ’67, della Beat Generation, di Ferlinghetti, del rock’n’roll, dell’America della libertà e del sogno americano. Oggi mi trovo a fare i conti con un’America che non c’è più. Assomiglia di più alla colonia di terremotati mentali di Camus, o a quella raccontata da Piero Ciampi in 'Non c’è più l’America', che interpreto. È una canzone che sembra scritta ieri. I grandi capolavori sono eterni: sembrano sempre attuali".
Guardando all’Italia, parli anche di ciò che accade qui? Ad esempio ora c’è il referendum sulla giustizia
"Nelle mie canzoni c’è sempre attenzione a ciò che succede in Italia. Quando canto ‘Giorno per giorno’, dedicata agli incidenti sul lavoro, penso che ancora oggi si muore sul lavoro, e ogni anno superiamo il record precedente. Un morto sul lavoro al giorno è una tragedia. Affronto anche il tema delle carceri con ‘Sole spento’, ispirata da una lettera di un detenuto, ultimo disco d’oro dei Timoria. La canto con piacere".
Tutto raccontato da un 'anarchico pacifista e responsabile', come ti definisci
"Mi rispecchio molto in questa definizione. Ho avuto l’onore di essere allievo di Veronelli e di incontrare Ferlinghetti, entrambi grandi anarchici. L’anarchia è spesso fraintesa come caos o violenza, come la descriveva Platone, ma esiste un pensiero anarchico profondo, filosofico, letterario. Ferlinghetti diceva che oggi è forse utopistico, perché l’umanità è peggiorata ed è governata ancora peggio. Siamo stati resi ignoranti, e questo aiuta a non sapere votare o addirittura a non andare a votare. L’anarchia, per me, è responsabilità personale: pensare senza aderire obbligatoriamente a un’ideologia o un partito. Non è necessariamente lotta allo Stato, ma prendersi la responsabilità delle proprie opinioni. A volte mi rimproverano perché dico cose non sempre “di sinistra”. Per me è un complimento: non devo essere allineato a un pensiero unico. Da anni scontento tutti, perché preferisco non essere strumentalizzato. Ho sacrificato qualche risultato, ma ho un pubblico fedele che vuole il mio pensiero originale".
Molti tuoi colleghi si stanno schierando sul referendum sulla giustizia. Tu che idea ti sei fatto dei quesiti?
"Penso che sia difficile da interpretare. Il concetto di separazione delle carriere non mi dispiace, quindi lì sarei per il sì. Sugli altri quesiti vedo pericoli e sarei più per il no. È un referendum complesso, e credo che molti non lo abbiano capito: ho fatto fatica anch’io".
Hai insegnato molti anni in università. Che impressione ti hanno fatto i giovani? Sono consapevoli di ciò che accade nel mondo?
"Sì, molto. In questo spettacolo c’è molto dell’Omar docente al Master del Laboratorio Musicale della Cattolica, dove ho insegnato 15 anni. Le mie lezioni erano molto “anarchiche”, parlavano di contaminazione tra le arti, di pittura, cinema, libri. I ragazzi mi chiamavano “professor rock”. A Trento ho capito quanto ci fosse dell’Omar professore o “cattivo maestro”: c’è spazio per il parlato, per testi recitati di Majakovskij, Neruda, Kavafis, Pasolini. Menti illuminate che aiutano a dare dritte a chi ascolta. I ragazzi sono molto meglio di quello che pensiamo: attenti, vogliosi di fare. Non faccio parte dei cinquantenni che dicono “la mia generazione…”. La mia generazione ha perso. Gli studenti cercano la loro strada in un mondo pieno di trappole e poche speranze. Questo spettacolo è soprattutto per loro".
Dopo questo progetto ci saranno nuove canzoni?
"Ho concluso a Torino un tour sulla violenza di genere, ‘Uomini si diventa’, con Alessio Boni. È stato impegnativo, con otto racconti di scrittori italiani. Ora porto avanti il teatro-canzone. Dopo due tournée così impegnate, mi piacerebbe fare un piccolo tour rock a fine anno, se i cardiologi e Dio vorranno. Quest’anno ricorre il 25esimo anniversario di ‘Sole spento’ e vorrei celebrarlo con uno o due concerti, ma dipende dalla salute. Vorrei che la gente uscisse dai miei concerti felice".
Francesco Renga ha detto che una reunion dei Timoria diventa ogni anno più difficile. Tu hai replicato parlando di ‘distanze artistiche incolmabili’. Ma se ci fosse la possibilità di un unico concerto dei Timoria, l’ultimo, accetteresti?
"Sarebbe stato bello. In questi anni ho provato a fare una reunion, ma probabilmente non era destino. Ora io e Francesco ci parliamo, ci siamo riavvicinati umanamente, ma artisticamente siamo sempre più lontani. Speravo che tornasse un po' al rock a Sanremo, sarebbe stato un assist per un concerto insieme. Invece ha preso, e lo fa con successo, una direzione musicale molto lontana dalla mia. Sarebbe come mettere insieme un tennista e un giocatore di golf: si gioca sempre con le palle.. e qui mi fermo per evitare battute, però ci vogliono anche quelle per fare certe scelte".
Negli ultimi tempi ti sei dedicato alla tua azienda agricola. Come procede e come concili questo aspetto con il lavoro sul palco?
"La vita contadina mi piace da sempre. Ho un fazzoletto di terra in Valdichiana, in Toscana: ulivi, vigne, un’arnia, ora dodici. Produco anche miele. È sempre stato il mio modo di riconnettermi con il mondo e con l’ecologia, è un’azienda a impatto zero. Dopo l’ultima operazione, con complicazioni e cinque giorni di coma, ho deciso di trasformare la terra in un lavoro. Mi sono iscritto all’albo degli agricoltori e ne sono orgoglioso. Penso che gli ultimi anni o decenni li passerò lì, senza smettere di scrivere canzoni. Forse scriverò per altri: sono sempre stato geloso dei miei brani, ma ora potrebbe essere il momento. La terra richiede presenza quotidiana, e io vivo a Milano. Vado una settimana al mese, ma servirebbe trasferirsi. Aspetto che mia moglie voglia venire. Per i miei figli sarebbe un tesoro per il futuro: in collina, a 500 metri, con il clima che cambia. Una bella notizia: alla Coldiretti ho scoperto che il 30% delle nuove aziende agricole toscane sono di under 30. I giovani sono in gamba, e questa cosa mi ha riempito di gioia. Vengo da una famiglia operaia: mia madre entrò in cottonificio a dieci anni e un giorno, perché per lavorare il cotone servivano mani piccole. Lavorare la terra allora era considerato svilente. In realtà la civiltà contadina è meravigliosa. Veronelli lo diceva sempre: terra, terra, terra, fortissimamente terra".
Parli molto dei giovani: chi ti piace oggi nel panorama italiano?
"Non sono attento come dovrei. Ho visto una serata di Sanremo: trap e rap sono molto presenti. Non sono artisti che conosco benissimo. Però quest’anno sono stato invitato al Tenco e ho trovato degli artisti molto interessanti che non hanno sicuramente bisogno delle mie canzoni. Ma soprattutto ci sono artiste femminili che mi piacciono molto: Joan Thiele, una ragazza molto brava Emma Nolde, La Niña, e poi mi piacerebbe scrivere per le donne, mi affascinerebbe molto scrivere per una voce femminile. Ho sentito Frida Bollani Magoni, bravissima". (di Federica Mochi)












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