Obesità, così il pitone insegna come si controlla l'appetito e apre la via ai farmaci del futuro

2 ore fa 1

La ricerca

Dopo il pasto il serpente produce sostanze che consentono di non nutrirsi per periodi prolungati. Così si trovano molecole su misura per il controllo del metabolismo e del peso corporeo

di Federico Mereta

24 marzo 2026

 Capture the positive lifestyle changes in individuals benefiting from revolutionary weight-loss medications Natchaya - stock.adobe.com

Weight-loss drugs: Capture the positive lifestyle changes in individuals benefiting from revolutionary weight-loss medications Natchaya - stock.adobe.com

A prima vista, il pitone può sembrare una sorta di “supereroe” biologico. Magari ingoia, seppur lentamente, un'antilope. E se si segue quanto accade, ci si accorge che l'animale ingerito che quasi si disegna all'interno del grande serpente, deformandolo, con il cuore stesso del rettile che aumenta di volume e si contra con più forza, per poi ritornare normale dopo la digestione. Ma c'è un'altra caratteristica del pitone che colpisce. Una volta nutritosi con un pasto davvero abbondante, riesce a placare il suo appetito per settimane, addirittura per mesi. senza avere interazioni negative sul metabolismo Ed è questo segreto che ora la scienza esplora, con uno studio condotto da esperti dell'Università del Colorado Boulder assieme a studiosi delle Università di Stanford e Baylor, pubblicato su Nature Metabolism. La ricerca mette in luce in particolare la presenza di un composto (para-tiramina-O-solfato - pTOS) che sopprime l'appetito nel sangue dei pitoni. E proprio da questo modello biologico potrebbero nascere principi attivi in grado di aiutare, oltre a quanto già disponibile, nella sfida a obesità e sovrappeso con tutte le conseguenze che questi comportano sul metabolismo e sul benessere.

I superpoteri del serpente

Pensate: dopo un pasto, il cuore dei pitoni reali si espande di circa un quarto. Ma soprattutto si osserva un'accelerazione devastante del metabolismo, che si rende più rapido di quasi 4.000 volte, visto lo sforzo digestivo da sopportare. Ed allora, come segnala in una nota dell'ateneo una degli autori dello studio, Leslie Leinwand, c'è davvero da capire cosa stia dietro a queste reazioni naturali: “questi animali sono capaci di fare cose che noi e altri mammiferi non possiamo fare, e si cerca di sfruttare queste capacità per interventi terapeutici – è il commento della studiosa -”. La ricerca, quindi, ha provato a svelare i segreti del pitone, andando ben oltre le classiche provette di laboratorio e gli animali più comunemente testati, come i modelli murini. Insieme a Jonathan Long, dell'Università di Stanford, si è quindi andati a valutare i metaboliti energetici nel sangue dell'animale. Quindi si è proceduto ad una sorta di analisi mirata per ricercare tracce di principi presenti nel sangue di pitoni reali e pitoni birmani, alimentati una volta ogni 28 giorni, immediatamente dopo il pasto.

La chiave in una molecola

Analizzando più di 200 diversi metaboliti la cui presenza nel sangue cresceva dopo il pasto, gli esperti hanno concentrato l'attenzione su una molecola, para-tiramina-O-solfato (pTOS), cresciuta dopo lo stress alimentare di un migliaio di volte. Ed è a questo punto che si è chiuso il cerchio delle collaborazioni tra atenei visto che insieme ad esperti dell'Università Baylor si è provveduto a somministrare di dosi elevate di pTOS a topi obesi o magri. Si è visto che questo composto agisce sull'ipotalamo e quindi sull'appetito, con conseguente calo ponderale senza effetti diretti sul tubo digerente né sarcopenia, quindi perdita di massa magra muscolare. Attenzione: il pTOS è frutto del lavoro del microbiota digestivo del serpente e nelle urine umane aumenta solo di poco dopo il pasto. Ma non è presente nei topi, quindi negli studi su animali non si è mai considerato. Morale della favola? La stessa Leinwand in una dichiarazione ricorda che si è sostanzialmente scoperto un soppressore dell'appetito che funziona nei topi senza alcuni degli effetti collaterali dei farmaci GLP-1 –“. Non solo: la mancata azione negativa sul tessuto muscolare di questo potenziale farmaco futuro potrebbe trovare applicazioni anche oltre il semplice calo ponderale, proponendosi come opzione di cura per la sarcopenia e quindi la perdita di tessuto muscolare tipica di alcune patologie e soprattutto dell'età avanzata.

Dai rettili alle terapie

Detto che gli esperti USA puntano a valutare anche altri metabolitii, non è certo la prima volta che si parla di un rettile come “base delle conoscenze” per trattamenti attivi sul metabolismo. Basti pensare in questo senso ad exenatide, farmaco che praticamente è la copia di un ormone trovato nella saliva di una lucertola chiamata Gila Monster, capace di mimare l'effetto del Glp-1, l'ormone che entra in gioco anche nel meccanismo d'azione dei moderni trattamenti per diabete ed obesità. Il medicinale può aiutare a migliorare il controllo glicemico stimolando la secrezione di insulina e rallentando lo svuotamento gastrico, per cui aiuta anche il calo ponderale. Il pitone, in ogni caso, è un modello sperimentale quasi unico, come mostra un'altra ricerca coordinata da Leinwand apparsa su PNAS. Lo studio mostra che il cuore dell'animale, pur ingrossandosi dopo il pasto, grazie ad una serie di reazioni genetiche e metaboliche uniche ritorna alla normalità e pur essendo magari un pochino più grande non perde la sua vigoria. Insomma, nei serpenti che hanno consumato il pasto, i fasci muscolari del cuore che ne consentono contrazione e rilassamento pur diventando più morbidi nei giorni successivi al pasto aumentano la forza di contrazione. E questo consente al muscolo cardiaco di rimodellarsi. Rubando questi misteri al rettile, forse, in futuro si troveranno risposte nuove anche per il trattamento di patologie cardiovascolari e non solo metaboliche.

Leggi l’intero articolo