Il talento belga non segna in campionato ormai dal 22 dicembre. Nella Dea la sua involuzione pesa tanto
Trattasi, ovviamente, solo di coincidenza temporale: non è il caso di scomodare implicazioni psicologiche da lettino dell’analista. Charles De Ketelaere si è infilato nel tunnel dentro il quale, da tempo, riesce a vedere solo flebili bagliori, nella metà iniziale di febbraio. Il primo giorno del mese, con il primo punto fatto dall’Atalanta (1-1 con il Torino: CDK giocò ancora una partita discreta), diventò anche ufficialmente - ma di fatto lo era già dall’estate, per questo parliamo di coincidenze - un giocatore nerazzurro: questo era stabilito dalla formula concordata con il Milan, per trasformare il suo prestito in acquisto definitivo. A metà mese la doppia sfida di Champions con il Bruges, la squadra trampolino per il suo decollo: doveva essere una vetrina, fu il vero inizio del suo momento no. Come se in quel frullatore di presente, futuro e passato, avesse provato vertigini da cui fatica ancora a riprendersi.
Mood negativo
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Ieri, primo giorno di preparazione della fondamentale gara di domenica con la Lazio, De Ketelaere è andato in tripla cifra, e ne avrebbe fatto volentieri a meno: 100 giorni dal suo ultimo gol in campionato, il 22 dicembre contro l’Empoli. Dopo, un paio di lampi (gol e assist) contro lo Sturm Graz e stop. Interruttore spento, o quasi. Il giocatore che aveva convinto chiunque a chiedersi come il Milan se lo fosse fatto sfuggire è ricaduto in vuoti di rendimento e impalpabilità simili a quelle dei suoi giorni rossoneri più incompiuti. Imprigionato da un mood negativo dal quale fatica a scuotersi. E l’impressione è la stessa di allora: più che un problema fisico, e tantomeno tecnico, è mentale. Perdita di sicurezze, di fiducia, di autostima.
Il “clic” che manca
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È quanto da un paio di mesi si vede in partita, ma pure in allenamento: il De Ketelaere che cercava anche giocate inimmaginabili per altri, ora troppo spesso si limita al "compitino" senza azzardi: prova meno la giocata, il dribbling, il tiro, è meno "cattivo" nell’uno contro uno. Attorcigliato in un’involuzione che lo rende molto più leggibile. Non rassegnato, e questo è importante: il gesto di rabbia con cui si è ribellato a quel tiro mirato fuori di poco a Firenze, subito prima di uscire - il suo unico vero lampo di domenica - ha mostrato un ragazzo che da quell’abisso vuole risalire. Charles ha imprecato perché solo qualche mese fa quel gol l’avrebbe fatto di sicuro. Perché sa di poterlo fare ancora, e forse proprio quello gli manca, solo quello: un "clic" che lo sblocchi e lo faccia sentire di nuovo confident come in passato. Prima di domenica, poteva succedere già a Verona: lo respinse il palo. O proprio contro il Bruges, quando Gasperini avrebbe voluto che fosse lui, e non Lookman, a dare una dimostrazione di forza prendendosi la responsabilità di calciare quel rigore poi sbagliato dal nigeriano.
Otto gare per rilanciarsi
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Non è rassegnato neanche Gasperini, ovviamente, e glielo dimostra a parole, facendolo giocare (nel post Bruges titolare tre volte su cinque), sostituendolo anche dopo Retegui e Lookman (a Firenze). Perché sa che Lookman è velocità, imprevedibilità, cambio di ritmo; che Retegui è un killer dell’area di rigore. Ma sa anche che De Ketelaere di quel tridente è l’uomo con più qualità, quello che fa giocare a calcio la squadra. Che può far svoltare le partite, e adesso il finale dell’annata dell’Atalanta: l’anno scorso dopo 43 gare stagionali aveva segnato gli stessi gol di quest’anno (11) e dopo 29 partite giocate in campionato solo due in più di adesso (7 contro 5). Ma soprattutto: nelle ultime otto gare dello scorso torneo segnò quattro volte. Ne mancano altrettante: c’è ancora tempo per vedere luce in fondo a quel tunnel.