Il manager che per primo intuì le potenzialità di Antonelli: "Nel 2014 a Sarno in due giri aveva già fatto il record della pista, linee perfette. Toto Wolff si mostrò molto disponibile, mandò un suo uomo a vederlo e..."
Bastava vederlo correre per pochi minuti, il tempo di qualche giro. Anche a otto anni Andrea Kimi Antonelli aveva tutto quello che serviva: talento, sensibilità, naturalezza. Lo racconta con un po’ di emozione Giovanni Minardi, figlio di Gian Carlo e fondatore della Minardi Management. L’uomo che, oltre dieci anni fa, vide Kimi correre sui kart e decise che quel bambino sarebbe arrivato in Formula 1.
Quando ha visto Kimi per la prima volta?
“Eravamo sulla pista di Sarno durante il Kart Summer Camp del 2014. Kimi aveva otto anni e mi avevano già parlato di lui. Conoscevo suo padre Marco ma lui era molto prudente sulle capacità del figlio, non voleva alzare troppo le aspettative, quindi non sapevo cosa aspettarmi”.
E cosa successe?
“Bastarono pochi minuti: dopo due giri su un tracciato mai visto, a otto anni, aveva già fatto il record della pista. Aveva un modo di guidare, con delle linee perfette, che indicavano un talento naturale impossibile da non vedere. Io gestisco da molti anni la Minardi Management e quando vedi tanti ragazzi sei abituato a riconoscere subito quando qualcuno ha qualcosa in più. Lui però era proprio di un’altra categoria, è una sensazione impossibile da spiegare”.
L’aveva mai provata?
“Io no. L’unica similitudine che mi viene in mente è con i racconti di mio padre Gian Carlo quando vide per la prima volta Fernando Alonso in pista. Anche in quel caso gli bastarono pochi minuti per comprendere il suo talento”.
E dopo quel primo incontro cosa fece?
“Nonostante il padre minimizzasse, vista l’età di Kimi, io gli dissi: 'Questo ragazzo arriverà in Formula 1'. Da lì iniziammo a lavorare per portarlo al più presto all’interno di un’Academy. Per proseguire nelle monoposto servono disponibilità economiche molto importanti e garanzie sul futuro, al giorno d’oggi entrare nell’Academy di un team è fondamentale”.
Con chi avete parlato?
“Sia con Ferrari che con Mercedes, bisognava muoversi bene e scegliere chi poteva dare le garanzie maggiori. Per Ferrari Kimi era ancora troppo piccolo, invece Mercedes poteva dare garanzie migliori su una prospettiva futura”.
Quando incontrò Toto Wolff?
“Chiesi un incontro con lui durante il Gran Premio di Monza, una cosa non semplicissima da ottenere ma Toto si mostrò molto disponibile. Restò colpito da come parlassi di questo ragazzo e mandò una persona fidata di Mercedes a vederlo in pista ad Adria. Quel giorno Kimi fece una gara strepitosa, e da lì molte altre. Toto venne a vederlo più avanti, quando i suoi gli dissero che effettivamente valeva la pena dargli un’occhiata, e il resto è storia: entrò nell’Academy Mercedes nel 2019, quando ancora correva sui kart”.
Quando vedi tanti ragazzi sai riconoscere subito quando qualcuno ha qualcosa in più. Lui però era proprio di un’altra categoria, è una sensazione impossibile da spiegare
Oltre al talento puro, cosa ha fatto la differenza?
“Sicuramente la sua famiglia. Il papà Marco è un ex pilota e gestisce un team: lo ha cresciuto in simbiosi con le auto e con la velocità. Mamma Veronica gli ha permesso di tenere i piedi per terra: lo ha fatto concentrare sulla scuola e lo studio, ha dato importanza alle sue amicizie e al fatto che avesse una vita normale, pur essendo sempre presente in pista al suo fianco. Sono stati molto uniti in questo percorso, e si vede”.
La vittoria di Kimi e la sua presenza in F.1 può aiutare oggi il movimento italiano?
“Penso di sì. Serve che le aziende investano e sostengano i nostri giovani piloti italiani. Che credano alla possibilità di vederli in grandi posizioni nel motorsport internazionale. Spero che Kimi possa diventare uno spartiacque nel nostro contesto italiano e farci tornare ad anni fa, quando la massima serie - e anche le categorie minori - erano piene di ragazzi italiani. Ora con lui si può sognare in grande”.









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