Milano Cortina: La valanga azzurra e il ritorno della Russia, i volti delle Paralimpiadi

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La valanga azzurra sopra Cortina, l'inno russo di nuovo ammesso a una competizione ufficiale, gli ucraini infallibili nel biathlon, l'americana più forte di tutte le avversità. Le Paralimpiadi italiane vanno in archivio, i volti copertina e i momenti entrano nei libri di storia dello sport.

L'Italia manda in bacheca la sua più bella Paralimpiade di sempre. Protagonista lo sci, in cui gli azzurri si sono scoperti una superpotenza. Il trionfo ha il volto della fassana Chiara Mazzel, trent'anni giovedì prossimo. A 18 perse quasi del tutto la vista per un glaucoma. "Dopo un lungo periodo trascorso chiusa in camera, lo sport ha rappresentato l'inizio della mia seconda vita", ha raccontato, spiegando che dopo l'accettazione della sua disabilità "la mia strada è stata in discesa".

Cortina è stata la consacrazione. Un oro, quello nel Super-G, e tre argenti, in discesa, combinata e gigante, prima dell'uscita in slalom. Per lei anche la soddisfazione di essere stata l'unica atleta a queste Paralimpiadi in grado di battere, una volta, Veronika Aigner che ha dominato il programma con quattro ori e un argento. Non male il tandem dell'austriaca col fratello Johannes, tre ori e un bronzo tra gli uomini sempre nella categoria vision imapaired. Ad accompagnare la fassana due guide: Nicola Cotti Cottini per le prove veloci e la combinata e Fabrizio Casal per quelle tecniche.

Contraltare a livello maschile di Mazzel è stato Giacomo Bertagnolli, leggenda dello sport paralimpico italiano. A questi Giochi, nel programma Vision Impaired ha conquistato due ori in combinata e slalom, due argenti (gigante e Super-G) e un bronzo in discesa. Cinque medaglie, in coppia con Andrea Ravelli, con cui ha portato a 13 il suo palmares paralimpico: d'inverno nessuno è salito sul podio quanto lui. E, forte dei soli 27 anni, ha ancora tanto da dire.

Dagli sci allo snowboard, Cortina è stata il palcoscenico della favola di Emanuel Perathoner, un fuoriclasse a dieci cerchi. Cinque sono quelli delle Olimpiadi di Sochi e Pyeongchang. Poi lo spartiacque della carriera, un gravissimo infortunio in allenamento nel 2021 che lo costrinse a una protesi totale al ginocchio. Lì è iniziata la seconda carriera agonistica, con la consacrazione a Cortina alle soglie dei quarant'anni: doppio oro, in snowboard cross e banked slalom, in una disciplina in cui l'Italia paralimpica non si era mai imposta. Non è un caso che stasera il portabandiera sia lui.

Le Paralimpiadi sono state anche al centro di polemiche per la decisione di riammettere la Russia dopo il bando per l'invasione dell'Ucraina. Era dal 2014 che Mosca non si presentava a una Paralimpiade con bandiera e inno, perché prima della guerra c'era stato lo stop per doping. A 12 anni dai Giochi di casa a Sochi, e a dieci dai Giochi di Rio, non è tornata solo la bandiera ma anche l'inno russo in una competizione globale multisport. È risuonato otto volte a questi Giochi, la prima per una vittoria della sciatrice Varvara Voronchikhina il 9 marzo. I russi sono arrivati terzi nel medagliere proprio davanti all'Italia, nonostante abbiano ottenuto 12 podi contro 16. Al settimo posto gli ucraini, che però di medaglie ne hanno 19 dietro solo a Cina e Stati Uniti. A penalizzarli, i pochi ori: tre. Tutti arrivati in una mattinata magica, il 7 marzo, con Taras Rad, Serhii Kucheriavyi e Oleksandra Kononova - che poi ha ricevuto un richiamo per gli orecchini col messaggio "Stop War" - a dominare il poligono del biathlon, terreno di caccia prediletto anche nei giorni successivi per gli atleti di Kiev.

C'è un po' di Ucraina anche nella carta d'identità di Oksana Masters, nata quasi 37 anni fa a Khemlnitsky. Corre per gli Stati Uniti e a questi Giochi ha vinto quattro medaglie d'oro, oltre a una di bronzo, tra biathlon e sci di fondo. Lei è abituata a essere il volto delle Paralimpiadi. Di medaglie ne ha conquistate 23, in estate e inverno, mettendoci dentro canottaggio ed handbike, senza mai piegarsi ai numerosi ostacoli che si è trovata davanti: la disabilità, l'infanzia in un orfanotrofio, l'adozione in un Paese straniero, le amputazioni, gli interventi chirurgici, gli infortuni alla schiena che l'hanno costretta a lasciare il canottaggio e cambiare sport. E alla fine, una volta in più, ha vinto lei. 
   

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