E' una doppia partita incrociata e mette alla prova la tenuta della maggioranza e dei singoli partiti. Un confronto tra i leader resta nell'aria, ma è al Senato che si gioca la sfida clou. Sul decreto giustizia e migranti, da martedì in Aula con la disputa sulle 'intercettazioni a strascico' mai risolta tra FI e FdI, e sulla legge elettorale su cui pendono le preferenze dei candidati, 'incenerite' a Montecitorio ma ancora difese dai meloniani. A partire da Ignazio La Russa.
Il presidente del Senato sostiene la riforma e, convinto dei rischi di costituzionalità che il testo avrebbe senza le preferenze, avverte gli alleati: "Bocciare una legge non sarebbe come aver bocciato un emendamento". Dal palco di Viareggio il suo messaggio sembra chiaro: un altro ko alla Camera, in terza lettura e di nuovo con il voto segreto, potrebbe far saltare il banco. Quello che del resto la premier non ha nascosto: si andrebbe al voto.
La legge elettorale impegnerà i senatori per tutta la settimana con le 26 audizioni chieste dai gruppi. Poi sarà dato il termine per proporre emendamenti e allora saranno più chiari intenzioni e tempi. Per entrambe le partite a spingere di più è Fratelli d'Italia. In particolare, insiste sull'allargamento delle intercettazioni sui reati 'spia' per mafia in più indagini, chiesto in un emendamento al decreto in discussione. E attraverso Andrea De Priamo, che guida la commissione Affari costituzionali, annuncia che se ora dovesse saltare (perché ritenuto inammissibile, com'è probabile) sarà "spostato in un successivo provvedimento".
A frenare - con toni diversi - è il partito di Antonio Tajani: tranchant sulla giustizia e più guardingo sulla legge elettorale.
Sarà una settimana cruciale per la maggioranza anche per il tour de force imposto ai parlamentari. Il decreto che contiene norme dal Patto europeo sulla migrazione e l'asilo e altre sull'attività giudiziaria, va votato a Palazzo Madama entro giovedì e 'chiuso' definitivamente entro l'11 agosto. In commissione si è arenato sotto gli oltre 500 emendamenti delle opposizioni e su quello di FdI (mai discusso per mancanza di tempo) voluto per accogliere l'appello del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo proprio sull'uso delle intercettazioni. Il 'no' degli azzurri resta perentorio e in nome delle garanzie costituzionali. Lo spiega Giorgio Mulè: "Il procuratore ha piena legittimazione a chiedere o a suggerire modifiche alla legislazione" ma rimarca: "Chi fa le leggi è il Parlamento, il magistrato le applica". Tuttavia altre correzioni al testo servirà farle - spiegano fonti di governo - per cui niente voto di fiducia e inevitabilmente tempi lunghi per l'ok finale, complice la pioggia di emendamenti ventilata dalle opposizioni.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA

1 ora fa
4







English (US) ·