L'ex n.1 Borg: "Sinner-Alcaraz come me e McEnroe: le rivalità sono il sale dello sport"

1 ora fa 1

Il campione svedese: "Senza lo spagnolo, a Wimbledon il favorito è Sinner. Occhio a Djokovic, è il più forte di tutti i tempi"

Riccardo Crivelli

Giornalista

27 giugno - 14:41 - MILANO

Gli eroi non invecchiano mai. E allora, anche se ha appena compiuto settant’anni, di Bjorn Borg rimarranno per sempre eterne le immagini giovanili di quando ha cambiato la storia del tennis. Saranno i posteri ad assegnargli il posto giusto, comunque vicino al cielo, tra i più grandi di sempre, ma non c’è dubbio che è esistita un’era prima e dopo Borg, con lo svedese che si fece messia non solo di un radicale cambiamento tecnico, ma anche di una percezione totalmente nuova del tennis. Come disse Ilie Nastase dopo la finale persa contro di lui a Wimbledon nel 1976, “Mandatelo su un altro pianeta, noi giochiamo a tennis, lui a un’altra cosa”. È vero, c’erano stati già interpreti del rovescio a due mani e, appena prima di lui, Connors lo aveva sdoganato ad alti livelli, ma le generazioni successive si sono ispirate all’Orso di Stoccolma per abbandonare, salvo rare e lodevoli eccezioni, il rovescio tradizionale. Ma al successo di Borg ha contribuito l’immagine glaciale eppur affascinante, i lunghi capelli biondi tenuti da una fascia, la barba quasi incolta, lo sguardo penetrante. Insomma, Bjorn è diventato presto un’icona, dando vita negli Anni 70, insieme agli Abba e a Ingemar Stenmark, a quello che alcuni definirono addirittura Rinascimento Svedese. 

Bjorn, lei ha vinto cinque volte a Wimbledon senza mai giocare un torneo sull’erba prima di Londra. Una scelta che poi è stata copiata da molti, perfino da Sinner quest’anno. 

“Io raggiungevo il picco di condizione al Roland Garros, poi c’erano solo due settimane per recuperare e dopo Parigi ero sempre molto affaticato, soprattutto mentalmente. Perciò dovevo prendermi una pausa. Poi a Wimbledon, come conseguenza di questa scelta, rischiavo spesso di uscire nei primi turni, ma una volta superati gli scogli iniziali, mi adattavo alla superficie e trovavo freschezza e vigore fisico”. 

La finale del 1980 contro McEnroe rimane una delle partite più leggendarie della storia, con il tie-break più famoso di sempre. Quando ha realizzato insieme a John che si trattò di un evento capace di trascendere lo sport? 

“Intanto per fortuna l’ho vinta io… Non c’è dubbio che la rivalità tra me e McEnroe portò il tennis verso un’altra dimensione, e quella partita contribuì molto a rendere le nostre carriere ancora più luminose. Avevamo stili e personalità differenti, i tifosi in un certo senso si sentirono quasi obbligati a prendere le parti dell’uno o dell’altro e la popolarità del tennis diventò planetaria. Oggi, quando John e io ci incontriamo, parliamo ancora di quel match con orgoglio, non tanto per ciò che rappresentò per noi, ma soprattutto per quello che significò per il nostro sport”. 

Jannik Sinner si presenta a Wimbledon da campione in carica. È ancora il favorito o ciò che è accaduto a Parigi potrebbe lasciargli degli strascichi a livello mentale? 

“Jannik è un grandissimo campione, è il numero uno del mondo, il giocatore che colpisce più forte e ormai ha dimostrato le sue enormi qualità anche sull’erba. Non sappiamo cosa sia successo davvero al Roland Garros, ma sono sicuro che si è già lasciato tutto alle spalle. Per questo è decisamente il mio favorito, anche perché manca Alcaraz”. 

A proposito: pensa che la rivalità tra Jannik e Carlos possa essere paragonata a quella tra lei e McEnroe, Sampras e Agassi, Federer e Nadal? 

“Quando Roger e Rafa si sono ritirati, la domanda più frequente che si facevano tutti riguardava cosa sarebbe accaduto al tennis. Ebbene, è successo che sono arrivati questi due ragazzi a mostrare un livello incredibile e a suscitare un interesse molto simile a quello che si respirava con i Big Three. Le rivalità, soprattutto quelle sane come la loro, sono da sempre il sale dello sport e quella tra Sinner e Alcaraz è destinata a rimanere nella storia”. 

Il suo connazionale Wilander ha detto che il momento attuale del tennis italiano gli ricorda la vostra Svezia degli anni 70: lei era il campione che ispirava, come Sinner adesso, e molti giocatori hanno seguito quell’ispirazione. 

“Sono d’accordo con lui: avere un campione formidabile rappresenta uno stimolo per tutto il movimento. Ma poi ci devono essere strutture adeguate a supportare la crescita di interesse. Non conosco troppo a fondo le dinamiche della vostra Federazione, ma faccio i complimenti all’Italia perché sta producendo, oltre a Sinner, una grande quantità di ottimi giocatori, competitivi su tutte le superfici e in grado di essere protagonisti negli Slam, cioè il palcoscenico più privilegiato. La Svezia, invece, dopo quel periodo d’oro, non è stata più capace di trovare il filo per inserire nel circuito giocatori di alto livello”. 

Molti ritengono che Wimbledon sia lo Slam in cui Djokovic conserva più probabilità di vincere. È d’accordo? 

“Per me, Novak è il più grande giocatore di tutti i tempi, anche se i 14 Roland Garros vinti da Nadal restano un’impresa sovrumana. Certo, Novak ha appena compiuto 39 anni, deve fare i conti con l’usura del tempo, e riuscire a imporsi contro Sinner e Alcaraz per lui risulterà sempre più difficile. Però, come ha dimostrato in Australia, mantiene una motivazione eccezionale che lo spinge ancora a ricercare il risultato più alto e fin quando conserverà questa capacità di competere sarà un rivale ostico per tutti, soprattutto sull’erba che è in pratica il suo giardino di casa”. 

Si dice che Borg abbia rivoluzionato definitivamente il tennis, spostandolo dalla rete alla riga di fondo. Però se si guardano i video delle sue partite, lei in un match scendeva a rete molto più spesso di quanto faccia oggi la maggior parte dei giocatori in un torneo intero… 

“Birra pagata! Sono contento che mi abbia fatto questa domanda, perché coglie perfettamente nel segno. Io sono stato certamente un giocatore che basava la sua forza sugli scambi da fondo campo, ma quando si presentava l’occasione attaccavo, soprattutto sull’erba, che non era quella di adesso e spesso ti metteva in difficoltà con i rimbalzi. Certo, non ero bravo come McEnroe (sorride), però anche a rete mi difendevo bene”. 

Cosa pensa delle rivendicazioni attuali dei giocatori contro gli Slam e i loro profitti? 

“Intanto, il tennis e in generale ogni sport sono sempre più grandi dei loro protagonisti. Non c’è dubbio però che oggi i giocatori abbiano un ruolo centrale e decisivo nella promozione: non si tratta solo dei risultati sul campo, ma anche di tutte le attività collaterali, dai rapporti con i media alla visibilità degli sponsor a cui si legano. Probabilmente questa centralità meriterebbe di essere maggiormente riconosciuta, per questo credo si debba trovare un accordo che possa soddisfare tutti”. 

Una delle accuse più frequenti che si muove al tennis attuale è che si gioca troppo. Però lei e i tennisti della sua generazione spesso superavate le 100 partite in un anno. 

“Vero, però si giocava a ritmi e velocità diversi. Ritengo che il vero cuore del problema sia il poco tempo che rimane per prepararsi tra la fine di una stagione e l’inizio di un’altra: in pratica sono quattro settimane, un periodo troppo breve. Certo, adesso i giocatori più forti riescono a programmarsi durante l’anno, magari rinunciando a qualche appuntamento, però anche l’incidenza degli infortuni è cresciuta. Più che giocare troppo, ci sono troppi tornei: servirebbe un calendario che consenta ai giocatori di allenarsi dall’inizio di novembre alla fine di dicembre”. 

Bjorn, lei è stato anche un’icona di stile grazie alla Fila, che l’ha resa popolarissima nel nostro paese. È riuscito a combinare il rigore svedese con l’eleganza italiana… 

“Ero a Filadelfia, doveva essere il 1973 o il 1974. Vidi arrivare Panatta e Bertolucci con quegli splendidi completi della Fila e rimasi a bocca aperta: fino ad allora nessuno aveva posto troppa attenzione sulle tenute da gara dei tennisti. E nella mia mente dissi che volevo ritrovarmi elegante come loro. Fila resterà per sempre una parte di me, è in un angolo speciale del mio cuore”.

Leggi l’intero articolo