Doveva fare il portiere di calcio, come da tradizione di famiglia, ora è leader di un’Italia che sorprende il mondo. Col fratello Lorenzo forma una coppia azzurra da paura, ed è pure "Magnifico Messere", da buon fiorentino
Francesco Palma
7 marzo 2026 (modifica alle 21:11) - MILANO
Dell’impresa dell’Italia contro l’Inghilterra c’è un’immagine che colpisce più di tutte, ed è quella di Niccolò Cannone in lacrime agli inni. Non è una novità, perché il più grande dei due fratelli toscani che hanno conquistato l’Italia (l’altro è Lorenzo, il più piccolo, anche lui titolarissimo azzurro) ha sempre vissuto l’inno con un’emotività fuori dal comune. Le lacrime sono uno sfogo, l’unica concessione alle emozioni prima di scatenare l’inferno, perché poi in campo Niccolò diventa una belva. Placca qualsiasi cosa, trascina i compagni, urla, lotta, e da un anno è anche il vice-capitano di questa squadra che non smette di sorprendere. E quelle lacrime sono tutta voglia di lottare, trasmessagli da una delle persone più importanti: “Uno dei miei primi allenatori, Paolo Ghelardi detto ‘Il Ciafo’, piangeva prima di tutti i derby toscani, sentiva la partita come se dovesse giocarla anche lui insieme a noi. Non ho mai visto una persona vivere così tanto emotivamente una partita, e questa cosa ci caricava tantissimo, e alla fine me la sono portata dietro. Ancora oggi condivido con lui la passione, l’emotività e la cattiveria agonistica che mettiamo in campo, oltre ovviamente all’amore smisurato che abbiamo per Firenze”. Quel pianto, paradossalmente, serve a decomprimere, perché Cannone pensa sempre e solo alla partita, senza le scaramanzie tipiche degli sportivi: “Prima della partita non ho riti scaramantici, e non ascolto nemmeno musica per caricarmi”. Anche perché è già carico di suo.
portiere mancato
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E pensare che Niccolò Cannone sembrava destinato a tutta un’altra carriera, perché la sua famiglia le mani le usava, ma per parare. Il nonno, lo zio, il padre, tutti portieri di calcio, e infatti Niccolò ha giocato nove anni alla Lastrignana, ovviamente in porta. Il suo destino sembrava segnato, poi un è arrivato il rugby, quasi per caso: una lezione a scuola, ed è scattato l’amore. Anche perché a 15 anni pesava già 110 chili: insomma, l’idea di provare è venuta anche abbastanza facile. La prima volta che Niccolò ha preso in mano una palla da rugby ha capito che il suo destino doveva essere quello, e con sé ha trascinato anche il fratello più piccolo, Lorenzo. Un doppio regalo insomma, considerando che entrambi sono i migliori in campo in ogni partita: “Lorenzo ha iniziato soltanto per seguire le mie orme. Solo che io per diventare bravo per davvero mi sono dovuto fare un mazzo così: allenarmi duramente, mettermi a dieta. Invece Lorenzo in quattro e quattr’otto e diventato subito fortissimo. È stato baciato dal talento: a volte ancora mi rode vedere quanto tutto gli venga facile, sapendo quanta fatica costa invece a me” aveva raccontato a The Owl Post. E di strada Niccolò ne ha fatta: giocava nell’under 20 che ha battuto i primi grandi record del rugby italiano, insieme a Lamaro (che era il capitano), Fischetti, Riccioni. Poi a 21 anni ha esordito in Nazionale maggiore, al fianco di un mostro sacro del rugby italiano come Alessandro Zanni. Era il periodo più complicato: non solo l’Italia non ne vinceva, ma non ci andava nemmeno vicina. Dal suo esordio – febbraio 2020 – alla prima vittoria in azzurro passano due anni: è assente nel match vinto (ma di certo non memorabile) contro l’Uruguay, mentre invece è in campo a Cardiff quando esplode il fenomeno Capuozzo e l’Italia torna a vincere al Sei Nazioni dopo 7 anni. Quei 2 anni di inferno però lo fortificano, e piano piano il ruolo di Niccolò diventa sempre più preponderante nello spogliatoio azzurro, fino a diventare addirittura il capitano nella tournee estiva del 2025 in Sudafrica. Un altro momento dove serve carattere, perché l’Italia si presenta al cospetto dei campioni del mondo con una formazione iper-rimaneggiata, ma lui è il migliore degli Azzurri in entrambe le partite, e nella prima viene elogiato anche dalla stampa sudafricana, non proprio la più leggera sulla piazza. È l’ultimo passo, quello decisivo per diventare uno dei leader di questa Italia che non si ferma più.
fratelli azzurri
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Niccolò è estroverso, vulcanico. Il primo a fare scherzi, il primo a farsi sentire negli spogliatoi, sia quando c’è da scherzare sia quando c’è da fare molto sul serio. Lorenzo invece è l’opposto: introverso, tranquillo, nelle interviste parla poco e in campo ancora meno. Eppure sono in simbiosi, in azzurro e nella vita: “A volte mi prendono anche in giro per quanto siamo attaccati noi due. Ancora oggi capita. Mi sembra quasi di essere una tata. Ma lui è sempre stato il mio fratellino, e sempre lo sarà, non posso farci niente, viviamo in simbiosi, uniti da quei primi anni lontani. Giochiamo nella stessa squadra, viviamo nella stessa casa, amiamo le stesse cose. Condividiamo passioni e tristezze. L’esempio della fratellanza perfetta”. Niccolò e Lorenzo condividono un’altra passione, la pesca, anche se il più fanatico è Lorenzo: “Il primo ricordo che ho di lui è proprio sulla barca da pesca. Fin da quando era piccino, lui si piazzava lì e pescava, e guai a spostarlo. Era felice così e non c’era modo di fargli cambiare idea. E in generale quando torniamo a Firenze è tutto uno stare in mezzo alla natura, agli amici e alla famiglia. Siamo fatti così, ogni occasione è buona. Ma non a Treviso, lì sono concentrato al cento per cento sul rugby e poi se vado per boschi finisce che mi perdo…”. Quello che in pochi sanno di Cannone è che, oltre a praticare la boxe, è anche un ballerino di salsa. E tra i suoi tanti tatuaggi ci sono tre citazioni prese da “Il Ciclone” di Pieraccioni, uno dei suoi film preferiti. E nel 2023 è stato pure nominato “Magnifico Messere”, onore che spetta solo a personalità importanti del capoluogo toscano.









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