Il governo spinge per la Legge elettorale, la maggioranza propone un tavolo alle opposizioni

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La riunione inizia con la classica mezz'ora di ritardo. E attorno al tavolo ci sono tutti, leader e sherpa. Perché bisogna non solo blindare l'accordo interno alla maggioranza ma anche trovare un terreno utile su cui provare a trovare consenso anche nelle opposizioni (e implicitamente a stanarle) che, al momento, restano alla finestra in attesa che la maggioranza faccia la sua mossa. Ma Giorgia Meloni vuole portare a casa la nuova legge elettorale, una riforma che, è il mantra, garantisca la governabilità, a prescindere da chi vince.

Al vertice è stata fatta una disanima delle critiche sollevate dalle opposizioni. E lì è nata l'idea di interpellarle, formalmente. Se però la reazione sarà barricadera, si andrà avanti comunque. Certo ci sono anche perplessità interne al centrodestra da superare, a partire dalla suddivisione del listino - o listone - del premio di maggioranza tra i partiti, oltre ad alcuni ritocchi per blindare il testo da eventuali rilievi di costituzionalità (che girano sempre attorno al premio, sia per la sua entità sia per la possibilità che il risultato non sia omogeneo nelle due Camere). Ma la piena "disponibilità" ad aprire "un tavolo" di confronto con le opposizioni, a patto che "vi sia convergenza sull'obiettivo della stabilità" è il messaggio che viene inviato nel campo avverso, dopo circa un'ora di riunione, con Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani, e gli esperti dei partiti che hanno elaborato la proposta ora all'esame della commissione Affari costituzionale della Camera, Giovanni Donzelli e Angelo Rossi (FdI), Alessandro Battilocchio e Stefano Benigni (FI), il ministro Roberto Calderoli e Andrea Paganella per la Lega, e Alessandro Colucci (Nm).

Se invece il gioco delle opposizioni, è il sottotesto, è quello di puntare al pareggio, cioè a "sistemi che non garantendo un risultato chiaro consentono di governare anche a chi non ha il consenso della maggioranza dei cittadini", allora non se ne può fare nulla, è la linea della maggioranza.

"Vogliamo aprire un dialogo" ma non si discute "sull'impianto", cioè sul proporzionale con premio di maggioranza che caratterizza lo Stabilicum proposto dal centrodestra, puntualizza Maurizio Lupi, lasciando Palazzo Chigi alla fine della riunione, che Salvini ha lasciato poco prima del termine. Ma ora si cercherà davvero di capire se ci può essere un terreno comune, tanto che i capigruppo del centrodestra a Montecitorio "contatteranno" già "nelle prossime ore" i colleghi di centrosinistra per "avviare un tavolo di confronto".

Per il momento le opposizioni non stanno nemmeno iniziando a lavorare ai possibili emendamenti - che potrebbero anche essere unitari - proprio in attesa di capire su quale testo si debba intervenire, visti i dubbi espressi dalla stessa maggioranza nei giorni in cui sono comunque state avviate, in commissione alla Camera, le audizioni degli esperti. E proprio nel giorno del nuovo vertice di maggioranza arriva l'appello di 126 costituzionalisti (tra i quali Enzo Cheli, Ugo De Siervo, Roberto Zaccaria, Enrico Grosso, Andrea Pugiotto) che esprimono "forte preoccupazione" sulla riforma che presenterebbe "principi non conciliabili con la democrazia rappresentativa". Gli esperti puntano il dito anche contro il sistema a "liste bloccate" e la "rigidità di un premio abnorme" che certo "non combatte l'astensionismo, ma lo incrementa" e pure con "l'indicazione preventiva del candidato" premier che "contrasta con i principi che reggono nel nostro ordinamento la nomina del governo". Ma è presto per dire ora se questo possa essere un punto su cui tendere la mano alle opposizioni, che sono divise tra il vecchio "indica il premier chi prende più voti all'interno della coalizione" e il sistema delle primarie, con tutte le sue incognite.

L'importante per ora era dare un segnale. Non solo della volontà di dialogare ma anche della volontà, altrettanto forte e di tutta la coalizione, di andare avanti.    

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