Una ricerca evidenzia il ruolo strategico delle imprese statunitensi in Italia ma per attrarre nuovi investimenti serve un terreno fertile per l’innovazione
24 marzo 2026

Una spinta alla produzione da 9,2 miliardi, 180 milioni di investimenti e sponsorizzazione di metà degli studi clinici realizzati in Italia. E’ il contributo dell’industria farmaceutica a capitale statunitense al tessuto economico e sanitario del nostro Paese fotografato da una ricerca realizzata dalla Luiss Business School e promossa dall’American Chamber of Commerce in Italy. I risultati di questo impegno si traducono anche in una crescita dell’occupazione (+20% nel periodo 2015-2024) che oggi arriva ad occupa il 16% degli totale degli addetti del settore.
“L’impatto economico generato sul territorio - continua il report - è stimato in circa 6,3 miliardi, con un impatto occupazionale complessivo (diretto, indiretto e indotto) pari a quasi 22.600 addetti”. Per Matteo Caroli, Associate Dean for Sustainability and Impact della Luiss Business School “i dati mostrano un settore estremamente dinamico e di primaria importanza nel Paese”.
Il 25% dei farmaci innovativi e di aziende Usa
Secondo l’indagine della Luiss Business School, nel 2024 il valore della produzione delle imprese farmaceutiche Usa è risultati pari al 17% dell’intero comparto farmaceutico nazionale (9,2 miliardi, appunto), in crescita di quasi il 25% nel periodo 2015–2024 attivando oltre 1.000 collaborazioni scientifiche sul territorio nazionale. Anche il 25% dei farmaci valutati come innovativi da Aifa sono delle aziende intervistate dalla Luiss Business School tra le quali Abbvie, Bristol Myers Squibb, Gilead, Incyte, Johnson & Johnson, Lilly, Pfizer e Vertex del Gruppo strategico della AmCham Italy. Il 57% del campione considera l’Italia una localizzazione vantaggiosa, grazie alla disponibilità di tecnologie produttive e risorse con competenze di elevate qualità ma per il 71% esistono criticità strutturali che limitano l’attrattività del Paese.
Rilanciare la ricerca
“Le potenzialità di ulteriore crescita sono significative - continua Caroli - ma la capacità di attrarre nuovi investimenti deve necessariamente basarsi su una strategia nazionale organica e coordinata che intervenga su regolazione, infrastrutture, competenze, dati e incentivi”. In particolare occorre rilanciare la ricerca su cui è tutta l’Europa a perdere terreno e non solo l’Italia: aumenta fortemente il divario rispetto agli Stati Uniti, segnala la Luiss Business School, e gli investimenti in Cina stanno crescendo ad un tasso annuo composto circa cinque volte superiore a quello Europeo. Se ancora nel 2009, gli investimenti nei Paesi Ue più UK e Svizzera si mantenevano intorno al 40% del totale, come nel decennio precedente, al 2020 sono scesi al 31%, rispetto ad un incremento al 52% degli Stati Uniti (dal 45% circa). La Cina, che all’inizio dello scorso decennio pesava circa il 2%, è arrivata all’8%. “Occorre studiare meccanismi premianti - sottolinea ancora Caroli - perché la ricerca accademica si trasformi in ricerca applicata innovativa”.
Gemmato: svolta con il Testo Unico della farmaceutica
Il ruolo “importante” delle aziende a capitale statunitense è sottolineato anche dal sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, ricordando come “l’Italia sia il quarto esportatore al mondo grazie anche allo sprint della produzione farmaceutica che nel 2025 ha raggiunto i 70 miliardi di cui 68 destinati all’estero”. “Il nostro impegno – ha aggiunto – è rivolto al Testo unico sulla farmaceutica per recuperare indipendenza sulla produzione dei principi attivi che servono per allestire farmaci salvavita, per i quali siamo dipendenti all’80% da India e Cina, ma anche per promuovere una governance che sia attrattiva per i capitali esteri e in grado di recuperare efficacia e promuovere la ricerca”.










English (US) ·