L'ala del Venezia e l'esordio contro Haaland e compagni: "Sono nato lì, mi contattarono nel 2021 per giocare con la loro nazionale ma rifiutai. E quel provino con il Manchester City..."
A Baghdad, come a Bassora, Musul o Tikrit, la polvere si mescola spesso con l’inchiostro con cui si scrivono pagine di storia. Quella di Marko Farji, 22 anni, ala del Venezia neopromosso in Serie A e dell’Iraq, s’intreccia con la guerra, la diaspora e anche con la Norvegia, il Paese in cui è nato e cresciuto e che sfiderà al debutto Mondiale.
Marko, in quanti le hanno scritto?
“Ho i direct di Instagram intasati: gli amici di una vita con cui giocavo al campetto, i vecchi allenatori, gli insegnanti, i parenti. La Norvegia torna a giocare un Mondiale dopo 28 anni, noi dopo quaranta. Sarà speciale”.
Beh, per lei un po’ di più.
“Io sono nato a Grimstad. I miei genitori, curdi iracheni, fuggirono più di vent'anni fa, a causa del regime di Saddam Hussein. Mi hanno raccontato del loro viaggio. Alcuni parenti di mio padre furono uccisi, non fu facile”.
Quanto vale per l’Iraq questo Mondiale?
“Più di una partita di calcio. Durante la guerra, in passato, milioni di iracheni hanno lasciate le proprie case perché non avevano più un posto dove stare. In rosa c’è chi è nato in Svezia, in Inghilterra, in Germania: siamo i figli della diaspora. Il padre di Aymen Hussein, la nostra punta, fu ucciso in guerra. Giocheremo per chi non c’è più e per le nostre famiglie”.
I suoi genitori cosa le hanno detto?
“Sono orgogliosi di me, come io di loro. Vogliamo solo goderci il momento, senza pensare a fattori esterni. Solo noi sappiamo quant’è stato difficile arrivare fino a qui, oltre i semplici novanta minuti”.
La Norvegia l’ha mai contattata?
“Sì, nel 2021. 'Adesso non possiamo convocarti, ma contiamo su di te per le prossime partite e per il futuro'. Gli dissi di no. O mi vuoi subito, o niente, ma in ogni caso era impossibile non scegliere l’Iraq”.
Lei e Odegaard siete cresciuti nello stesso club, lo Stromsgodset. A fine partita gli chiederai la maglia?
“Certo, sarebbe un onore. Nel mio vecchio club è pieno di sue foto appese al muro, debuttò a 15 anni. Sono cresciuto guardando quelle immagini. La Norvegia è top e Haaland è il miglior numero nove al mondo, ma vogliamo giocarcela”.
Il punto di forza dell’Iraq?
“Oltre l’unione, direi la struttura: tutti sappiamo cosa fare”.
A proposito di Erling: come mai lei a 12 anni non andò al City?
“Feci un provino di un paio di giorni, andò bene. Tuttavia, alla fine mi dissero che non ero abbastanza bravo per quel livello, e che avrei dovuto crescere. A quel tempo feci anche un tentativo con l’Ajax”.
Cosa l’ha convinta a scegliere il Venezia?
“Il progetto 'cool'. Avevo altre offerta, ma ho scelto in modo consapevole. Ho giocato solo due partite da gennaio in poi, ho avuto problemi fisici. Mi trovo molto bene, hanno fiducia in me e voglio ripagarla. Non vedo l’ora di giocare in Serie A”.
Cos’è che la colpita di più dell’Italia?
“Il fatto che la cultura sia simile a quella irachena”.
In quali aspetti?
“La cordialità delle persone, il parlare a voce alta, il cibo. Il fatto che dovunque vai la gente ti sorride”.
Un paio di giocatori di Serie A che guardava da bambino?
“Ronaldinho al Milan era 'crazy'. Ancora oggi mi rivedo le sue giocate su YouTube. Il mio idolo è Cristiano Ronaldo”.
Siete entrambi al Mondiale: lui all’ultimo, lei al primo.
“Un'emozione che dedico alla mia famiglia. Ci sono sempre stati”.










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