"Dell'orgoglio non ce ne facciamo più niente". L'Italrugby non si accontenta più

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Una vittoria e due ko giocandosela alla pari: cambio di mentalità azzurro anche nelle parole di capitan Lamaro. "Niente più alibi e basta sconfitte onorevoli. Ora vogliamo di più". Gli Azzurri di Quesada ci credono

Francesco Palma

25 febbraio - 17:13 - MILANO

Ancor più dei risultati, delle vittorie, delle partite competitive contro le corazzate, il vero grande traguardo raggiunto dall’Italrugby è stato cambiare la narrazione nei suoi confronti. Lo spiegano perfettamente le parole di Michele Lamaro dopo la sconfitta per 33-8 con la Francia, dopo essere stati in partita per 70 minuti (parziale di 19-8) e aver ceduto solo in inferiorità numerica. Una partita che poteva essere considerata la “solita” prova d’orgoglio contro un’avversaria oggettivamente fortissima: “Noi dell’orgoglio non ce ne facciamo più niente. Vogliamo di più” ha risposto il capitano azzurro. Questa frase è la pietra tombale su una narrativa che un tempo serviva a tenere l’Italia attaccata al treno del Sei Nazioni, ma che adesso è diventata troppo stretta: le sconfitte onorevoli, a testa alta, l’orgoglio di essersela giocata. E allo stesso modo le vittorie descritte compre imprese, miracoli. Lo stesso Gonzalo Quesada dopo la vittoria sulla Scozia del 2024 (il primo colpaccio della sua gestione) volle essere chiaro: per lui questi risultati non sono imprese, ma conseguenza del lavoro e della prestazione dei ragazzi. Niente di più. In questo Sei Nazioni l’Italia ha battuto la Scozia, ha sfiorato il pari con l’Irlanda (facendo un punto di bonus) e poi ha perso a Lilla contro la corazzata francese. In altri tempi sarebbe stato grasso che cola, oggi è un buon percorso, ma non di più: “Guardando alle prime tre partite ci portiamo dietro troppi rimpianti, non vogliamo più accontentarci” ha detto lo stesso Lamaro in vista delle ultime due partite del torneo, contro Inghilterra e Galles.

basta sconfitte onorevoli

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E si, magari un tempo gli azzurri si sarebbero anche accontentati di una “sconfitta onorevole” contro una corazzata che sta prendendo a schiaffi chiunque abbia davanti: con 15 punti su 15, la Francia potrebbe vincere il Sei Nazioni addirittura con una giornata d’anticipo. Oggi le cose sono diverse: l’Italia scende in campo per provare davvero a vincere ogni partita, con l’umiltà di chi sa che certe squadre sono ancora lontane (e la Francia e una di queste) ma anche con la consapevolezza di non essere più la Cenerentola del Sei Nazioni e che le altre vanno affrontate a viso aperto: è successo nella sconfitta con l’Irlanda, con gli Azzurri avrebbero forse meritato il pari, con la Scozia e l’Australia (battute), è successo più volte col Galles, con 3 vittorie nelle ultime 4 partite. Del resto, era successo anche a novembre contro il Sudafrica: l’Italia fece una grande partita di fronte ai campioni del mondo in carica, li mise in difficoltà e con un po’ di “braccino” sprecò pure l’opportunità di giocarsela fino alla fine, perdendo 32-14 e con le solite due mete nel finale ad allungare oltremisura il punteggio, in un match molto simile a quello di Lilla. In quel caso, durante il match l’Italia era stata ancora più pericolosa, e mise realmente paura agli Springboks: “In questo momento vivo emozioni contrastanti. Sono felice e soddisfatto di tante cose della nostra prestazione, ma sono anche deluso perché avevamo costruito una partita che potevamo vincere” disse Quesada. Quando mai un c.t. dell’Italrugby ha potuto dire una cosa del genere prima d’ora, dopo aver giocato contro il Sudafrica? Del resto, lo stesso allenatore degli Springboks, Rassie Erasmus, si lasciò sfuggire un pronostico: “L’Italia adesso è una squadra da podio al Sei Nazioni”. Del resto, lo stesso allenatore della Francia, Fabien Galthié, ha speso grandi parole per gli Azzurri: “E pensare che qualcuno voleva escluderli dal Sei Nazioni… per fortuna non è successo. L’Italia può provare a battere tutte le nazionali britanniche e quelle dell’Emisfero Sud. È una storia di successo nello sviluppo del rugby mondiale".

il cambio di mentalità

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È chiaro che né Quesada né Lamaro pensano di essere al livello delle big d’Europa e del mondo, pur avendo fatto un gran passo avanti. E questo non significa che in futuro non arriverà qualche altra sconfitta pesante, qualche brutta partita: perché il livello è altissimo e tutto questo fa parte del percorso. Del resto, Quesada non si è scomposto nemmeno dopo il 45-0 rimediato a Port Elizabeth dal Sudafrica la scorsa estate, con una formazione rimaneggiata e sperimentale. Anzi, proprio perché gli Azzurri ne sono pienamente consapevoli, seguono il primo vero mantra di Gonzalo Quesada, ripetuto dal primo giorno in cui ha messo piede in Italia e ripetuto prima e dopo ogni partita dal tecnico, dal capitano e da qualsiasi altro giocatore: “Il risultato passa dalla prestazione, perché solo la prestazione è ciò che ci può permettere di competere a questi livelli, di arrivare nel finale attaccati nel punteggio e di provare a vincere le partite”. Ciò che è cambiato, però, è il modo in cui l’Italia vive tutto il contesto del Sei Nazioni e del grande rugby, e anche questo è stato spiegato da Lamaro proprio alla vigilia di Francia-Italia: “Al mio primo anno da capitano tutti mi chiedevano ‘Cosa ne pensi dell’Italia fuori dal Sei Nazioni?’ La percezione conta, e conta tantissimo anche per noi. È quello che Gonzalo stava cercando di spiegare prima parlando della fiducia che abbiamo costruito. Ora sono al quinto anno da capitano, ma io non sono cresciuto con questa fiducia: sono cresciuto con l’idea di essere ultimi in classifica. E la cosa di cui vado più orgoglioso è vedere oggi un ragazzo di 18 anni entrare nel gruppo e pensare ‘Sto giocando con una squadra che un giorno può vincere il torneo’. È esattamente ciò che abbiamo cercato di fare negli ultimi anni. Abbiamo provato a ispirare le persone attorno a noi, a ispirare i giovani che stanno crescendo, dando loro opportunità e una convinzione che noi non avevamo: quella di potercela fare davvero. È questo ciò che vogliamo creare".

niente alibi

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Un tempo si parlava di prestazione per mettere le mani avanti, per poter dire “abbiamo perso, ma abbiamo giocato bene”. Oggi, invece, la prestazione è il mezzo più efficace per arrivare al risultato: anche questo fa parte di quella battaglia alla cultura degli alibi che Quesada, esattamente come fece Velasco (e i due si vedono spesso), sta portando avanti. “Dobbiamo badare alle cose che possiamo controllare, nient’altro” dice spesso il tecnico azzurro: il risultato quindi passa dalla prestazione, e se non arriva è perché sono stati commessi degli errori. E nemmeno gli infortuni sono stati un alibi. L’Italia è arrivata a questo Sei Nazioni senza 9 possibili titolari, tutti giocatori che potevano benissimo entrare – se non nei primi 15 – quantomeno nella lista dei 23 tra campo e panchina. Eppure, come ha spiegato lo stesso Quesada, non avrebbe mai dovuto diventare una giustificazione: “Degli infortuni non abbiamo mai parlato. Siamo sempre stati fiduciosi del gruppo che avevamo a disposizione. Per alcuni ragazzi che giocavano meno è stata l’occasione di dimostrare il loro livello, e lo hanno fatto bene”. Contro la Scozia c’erano in campo il terzo e il quarto mediano di mischia in gerarchia (Fusco e Alessandro Garbisi, con Varney e Page-Relo infortunati) e il terzo e quarto estremo (Pani e Marin, con Capuozzo e Allan fuori). Eppure né il tecnico né i giocatori ne hanno mai parlato come un problema. E per chiudere, c’è ovviamente la questione arbitri, l’alibi per eccellenza, e anche qui Quesada ha dato due risposte tra Scozia e Irlanda che rendono fin troppo bene l’idea: “In settimana facciamo degli allenamenti con un arbitro professionista, e a lui chiedo di fischiarci qualsiasi cosa, perché dobbiamo abituarci a qualsiasi decisione”. La seconda, dopo la sconfitta con l’Irlanda in cui qualche decisione controversa c’era pure stata: “Non voglio parlare di arbitri perché se lo facessi farei passare in secondo piano tutto quanto di buono hanno fatto i ragazzi oggi. E non sarebbe giusto”.

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