Dante Ferretti: "Per Pasolini ero un genio, sono solo uno a cui è andata bene"

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Dal 17 aprile al 19 luglio ai Musei di San Salvatore in Lauro arriva una mostra dedicata allo scenografo tre volte Premio Oscar

A 83 anni, tre Oscar e svariate nomination, oltre 90 film e una carriera che ha attraversato Pasolini, Fellini, Cavani, Comencini e Scorsese, lo scenografo Dante Ferretti continua a parlare come ha sempre lavorato: senza filtri, senza compiacere nessuno, con quella lucidità tagliente che solo i grandi si possono permettere. Alla vigilia dell’apertura della mostra 'Dante Ferretti, con i miei occhi. I segreti del maestro della scenografia' - dal 17 aprile al 19 luglio ai Musei di San Salvatore in Lauro a Roma - lo scenografo più celebrato del cinema italiano e internazionale si concede un’intervista che è un viaggio nella sua memoria, nella sua ironia e nella sua disarmante sincerità. "Come sto? Sono vivo ancora", dice nell'intervista all'Adnkronos. E sembra quasi un manifesto: Ferretti non si prende sul serio, ma prende terribilmente sul serio il cinema.

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Classe 1943, nato a Macerata, Ferretti è un artista che ha attraversato oltre sessant’anni di cinema tra generi, paesi, epoche, trame e visioni. Un viaggio dentro il saper fare del cinema, dentro quella dimensione artigianale, colta e visionaria che trasforma il disegno in spazio, la memoria in immagine, il set in immaginario. Curata da Raffaele Curi e organizzata da Il Cigno Arte in collaborazione con Vertigo Syndrome, la mostra riunisce circa quaranta opere tra bozzetti, studi, lavori pittorici e materiali che restituiscono la forza di uno sguardo capace di segnare in profondità la storia del cinema italiano e internazionale, con un occhio particolare alla dimensione artistica della produzione di una figura che – da Pier Paolo Pasolini a Martin Scorsese, passando per Federico Fellini – ha reso grande la maestria italiana nel mondo. "Ho amato tutti i registi con i quali ho lavorato, non ce n'è uno con il quale mi sono pentito di lavorare. Deve ancora nascere". Fellini "era un genio vero. Era il cinema. Il più grande di tutti". Pasolini, invece, "mi ha aperto la testa".

Il regista di 'Mamma Roma' lo definì "un genio", mentre la star di Hollywood Leonardo DiCaprio "lo scenografo migliore di tutti i tempi": "Li ho denunciati", dice scherzando lo scenografo tre volte premio Oscar ('The Aviator' e 'Hugo Cabret' di Scorsese e 'Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street' di Tim Burton). "Io non mi reputo né un genio e né un maestro, sono solo uno scenografo al quale è andata molto bene". Eppure, dietro quella modestia, c’è un uomo che ha costruito mondi. "Ho fatto 95 film e ho lavorato con i più grandi registi, forse qualcosa di buono lo devo aver fatto". Presentata in una prima tappa al Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera, la mostra arriva nella Capitale con una nuova edizione dal forte valore simbolico. Roma non è infatti soltanto una sede espositiva, ma il luogo fondativo della vicenda artistica di Ferretti: è qui che si intrecciano la sua formazione, l’incontro con i grandi maestri del cinema italiano e l’apertura internazionale. Ed è proprio nella 'sua' Roma, che la seconda tappa di questo viaggio/omaggio, non si limita a celebrarne l’immagine di scenografo pluripremiato, bensì lo propone come artista visivo autonomo, capace di trasformare il bozzetto in opera, la pittura in cinema e il cinema in forma permanente del vedere. E' qui che il cinema incontra l’arte: i disegni preparatori, i modelli e le ricostruzioni scenografiche non appaiono come passaggi accessori o strumenti funzionali alla realizzazione del film, ma come originali veri e propri, dotati di una propria compiutezza estetica e poetica.

Ferretti non ama le mitologie. Ama la verità, anche quando è scomoda o comica. Alla domanda su come si passi da Macerata a Hollywood risponde secco: "Ci vuole un po’ di culo". Poi la sua storia diventa un romanzo di formazione: "Rubavo i soldi dalle tasche di mio padre per andare al cinema. Vedevo due o tre film al giorno. A lui dicevo che andavo a studiare a casa di amici". Ha scoperto l'amore per la scenografia "grazie a un mio amico scultore di Macerata" e poi "ho convinto mio padre a mandarmi Roma". A 17 anni è arrivato negli studi di Cinecittà. "Come ci arrivò Maestro?". Risposta disarmante: "Con il tram". Ha iniziato "come assistente per 'Il Vangelo secondo Matteo' (del 1964, ndr) di Pasolini". Il resto è storia. Il cuore della mostra sta nel considerare i bozzetti di Ferretti come le opere originarie da cui nasce tutto il resto. Spazi, ambienti, architetture, prospettive e visioni esistono già lì, prima ancora della macchina da presa, con una loro identità visiva, estetica e interpretativa. Il film li espande, li trasfigura, li moltiplica: nella loro materia si leggono gessetti, carboncini colorati, talvolta collage, una sapienza tecnica capace di restituire profondità di campo, luce, ombra, tensione narrativa. Ferretti ha imparato a vedere il cinema attraverso la pittura, a costruire atmosfere a partire dalle immagini dell’arte, a leggere nei quadri una possibilità di spazio, luce e racconto: una genealogia visiva che passa da Piero della Francesca a Masaccio, da El Greco a Luca Signorelli, dalla luce caravaggesca a Giotto, dalla pittura fiamminga al manierismo, fino a Bosch e Bruegel, e che nei suoi bozzetti continua a vivere come materia concreta dell’invenzione.

Nell'intervista, Ferretti interviene sul cinema di oggi. Non guarda più molti film contemporanei. E non lo nasconde: "Mi manca il cinema del passato. Oggi molti film americani sono fatti con l’intelligenza artificiale. Io, invece, preferisco la deficienza artificiale". E, sull'assenza di film italiani al prossimo Festival di Cannes è schietto e lapidario: "Se non ci sono film italiani è perché non sono piaciuti quelli presentati". Mentre sull'iniziativa del movimento 'Siamo ai titoli di coda' - che invita i candidati agli 'Oscar italiani' a boicottare la cerimonia in segno di solidarietà al momento drammatico che sta vivendo il cinema italiano - dice da votante dei David: "Penso che non sia giusto usare quel palco per dire qualcosa".

Ferretti ha un’idea precisa del film che farebbe oggi: "Mi piacerebbe fare un film su Trump", scherza. Poi si fa serio: "Ne farei uno su tutti quelli che non vanno al cinema. Un documentario sulle sale vuote e abbandonate". Il futuro per Ferretti non è chiuso: "Sto valutanto delle proposte interessanti. Ma non voglio parlarne, è troppo presto". E quando gli si chiede se pensa all’atto finale della sua carriera, risponde con un’immagine che sembra uscita da un film di Fellini: "Mi sono immaginato come se avessi comprato un terreno al Verano e ci avessi scavato un appartamento sotterraneo: una scala che scende giù, intorno solo tombe. La sera invitavo tutti i miei amici, la gente che conoscevo. Scendevano le scalette e venivano a mangiare. Mi chiedevano: 'Che si mangia stasera?'. E io rispondevo: 'Andate a vedere gli ultimi morti seppelliti due o tre giorni fa: aprite la tomba, tagliateli a pezzi e portateli giù, li facciamo ai ferri'. In questa tomba-appartamento c’era tutto: salotto, sala da pranzo, cucina, camera da letto, televisione. E gli amici che venivano a cena erano tutti scheletri, come me. Dopo aver mangiato, ognuno risaliva le scale e rientrava nella propria tomba". Una visione al tempo stessa macabra e poetica, che solo un visionario come Ferretti può raccontare con naturalezza. E dopo sessant’anni di carriera, cosa riesce ancora a sorprenderlo? "Niente. Mi stupisce il fatto di non stupirmi". E cosa lo colpisce ancora? "La stupidaggine, ahinoi", conclude. (di Lucrezia Leombruni)

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