Valerio Boni
4 gennaio - 10:18 - MILANO
C’è chi considera folle già l’idea della Dakar: interminabili giornate di guida nel deserto, caldo e navigazione. E lo era ancora di più negli anni epici della Parigi–Dakar, quando si partiva dalla Francia e si inseguiva in Senegal, in un’avventura che metteva in crisi uomini e macchine molto prima del traguardo. In questa follia totale, qualcuno ha scelto di rilanciare: schierarsi con veicoli improbabili, spesso "sbagliati", trasformando la Dakar in un museo viaggiante di idee estreme. Talvolta risultate vincenti
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Elogio della follia
C’è chi dice che la follia non sia nei veicoli, ma nel progetto stesso: prendere un manipolo di persone (e di mezzi) e spedirlo lontano da casa per due settimane, chiedendo loro di correre su un percorso sconosciuto seguendo un libro di note e l’istinto. Ai limiti del ragionevole questa idea lo era ancora di più negli anni epici della "vera" Parigi–Dakar, quando si partiva dalla Francia e si andava davvero a cercare l’Atlantico fino a Dakar, attraversando l'Africa seguendo percorsi dimenticati. Alla fine degli anni Settanta era avventura nel senso pieno, con bivacchi lontani da tutto, assistenze costrette a macinare trasferimenti, e a raggiungere il bivacco di fine tappa tra sabbia, pietre, piste e imprevisti di ogni genere. Oggi la Dakar resta dura, ma la logistica è più razionale, e la corsa alterna tappe e trasferimenti costruiti per far muovere l’intero circo in modo efficiente. E quando l’organizzazione vuole ricreare lo spirito originale lo fa con regole speciali, tipo marathon e bivacchi minimali (nel 2026 addirittura con varianti "refuge bivouac", senza assistenza meccanica esterna). C’è poi l’altro aspetto che rendeva quegli anni irripetibili: la navigazione con roadbook e bussola, senza ausili tecnologici. Oggi i migliori si giocano spesso la gara su distacchi ridotti e gestione perfetta, ma la Dakar moderna continua a ricordare che basta una nota interpretata male per buttare via tutto. Nel 2022, per esempio, una tappa ha mandato fuori strada decine di equipaggi e qualcuno ha perso quasi due ore solo "per essersi trovato nel posto sbagliato". Negli anni Ottanta e Novanta questa variabile era ancora più brutale, era normale vedere moto, auto e camion arrivare con mezze ore, ore di ritardo, e poi riprendersi nelle tappe successive, perché tra dune, piste senza riferimenti, e con il roadbook "analogico", la differenza tra capolavoro e disastro poteva stare in un bivio imboccato pochi chilometri prima. Dentro questa follia generale, c’è poi chi ha scelto una pazzia ulteriore, presentandosi al via con veicoli incredibili, talvolta improbabili o inadeguati sulla carta, e trasformare la Dakar in una galleria di idee impossibili. Pochi sono stati i più forti, ma sicuramente i più unici. Quelli che, tra migliaia di concorrenti, ci obbligano ancora oggi a dire: "ma davvero qualcuno ci ha provato?"
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