Da Kenney a Gamba, la reunion del Simmenthal anni 70: la Band of Brothers del basket italiano

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Antipasto dei festeggiamenti per i 90 anni dell'Olimpia con una delle sue squadre più iconiche, guidata da "Arturo" Kenney: "Una famiglia, un gruppo da Hall of Fame". Lo celebra oggi un libro con le voci dei protagonisti

Giuseppe Nigro

Giornalista

22 marzo - 09:30 - MILANO

Nell’Olimpia che questa domenica celebra i 90 compiuti nel gennaio scorso, aspettando di riaprire le porte di casa al Forum per fare festa con chi di questa storia è stato protagonista, quella forse più rappresentata alla festa è l’ultima Simmenthal, la coda a inizio Anni '70 di un'era che qualche anno prima aveva già portato la Coppa Campioni con Bill Bradley. Una “Band of Brothers”, come l’ha definita il volto simbolo di quel gruppo, Art Kenney, nel titolo del libro che ha voluto regalare ai compagni di quella squadra. La vigilia del Celebration Day è stato il giorno della loro reunion, organizzata con il Museo del Basket di Milano presieduto da Giorgio Papetti, che in quella Milano era il compagno di stanza di Kenney. E chi poteva essere c’è stato, da Capitan Masini agli azzurri Bariviera, Iellini e Cerioni fino a Sandro Gamba, che in quell’Olimpia era assistente di Cesare Rubini. Una Hall of Fame. 

slam

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Tre anni sui 90 (ufficiali) della storia Olimpia, eppure la capacità di lasciare il segno nell’immaginario collettivo per la capacità di affermare un’identità attorno all’epica delle sfide della Ignis campione di tutto. Tre anni di spareggi scudetto: in mezzo, nel 1972, il Grande Slam di Milano vincendo scudetto, Coppa italia e Coppa delle Coppe. Cercava, l’Olimpia, una risposta a Dino Meneghin, totem di Varese, e doveva essere Lienhard, poi finito a Cantù: dopo uno scontro diretto in una partita di prova in precampionato Milano gli preferì quella furia rossa di capelli che l’aveva surclassato da avversario. Sì, Arthur Kenney. Pochi anni prima compagno di Lewis Alcindor (proprio lui, Kareem Abdul-Jabbar) alla Power Memorial Academy di New York. E lì cambiò tutto. 

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“L’Olimpia è un pezzo di cuore, è una famiglia, una società in loco parentis come per me era già stata l’high school e poi il college a Farfield con Bisacca. Ogni giorno in sede passando davanti alle foto di Bill Bradley e Skip Thoren non facevo che chiedermi cosa fare per essere anche io in mezzo a loro: ero l’americano, sentivo di dover dimostrare ogni giorno qualcosa. Ci sono riuscito grazie ai compagni: sì, una Band of Brothers. Una squadra da mettere nella Hall of Fame”. E’ riuscito a superarli, Art Kenney: la sua numero 18 è stata la prima maglia ritirata della storia Olimpia, prima (tra gli altri) del grande avversario Meneghin che poi ha finito a sua volta per giocare a Milano. 

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Alle spalle non solo la carriera da giocatore, ma anche quella da broker di Wall Street dopo aver appeso le scarpe al chiodo, Arturo - come lo chiamano tutti a Milano - oggi è un travolgente ottantenne, devoto credente e appassionato alla vita, che ormai un mese ogni anno lascia la sua New York per passare un mese a Milano, nei fatti e non a parole una seconda casa. “Un giorno ero in macchina col Papo (Papetti, ndr) e pensando ai bei tempi ci siamo detti: ci si dovrebbe fare un libro. Eccoci qua”. Sottotitolo: “La squadra dei tre spareggi, narrata dai suoi stessi membri”. E così quest’anno si è presentato ai compagni con una copia ciascuno. Ma è un patrimonio di tutti, e sarà messo a disposizione di tutti, a breve scaricabile gratuitamente dal sito dell’Olimpia e da quello del Museo del Basket Milano. Novanta anni di Olimpia, e questi sono tre, ma valgono una vita. La storia la scrivono gli uomini, i grandi uomini, e le loro storie.

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