Corini: "Lasciai la Samp per una lite con Mancini. Alla Juve quanti scherzi con Baggio"

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Il viaggio tra passato e futuro del tecnico bresciano "A 15 anni ho fatto l’imbianchino e lo scaricatore, da mio papà ho imparato che bisogna sempre conquistarsi tutto. Stavo per esordire in Nazionale, poi Sacchi cambiò idea"

Lorenzo Cascini

Giornalista

21 marzo 2026 (modifica alle 08:03) - MILANO

La vita gli ha insegnato che i mari calmi non hanno mai formato marinai esperti. E che le cose te le devi sudare, fin da piccolo. Tanto che papà Carlo lo mandò a lavorare come scaricatore di porto prima e come imbianchino poi, perché ‘non puoi pensare di fare il calciatore a quindici anni e mezzo’. Eugenio Corini si è guadagnato tutto da solo, nonostante qualche errore di gioventù. “Da ragazzo ero un po’ una testa matta. Andai via dalla Juve perché volevo giocare, poi alla Samp litigai con Mancini. Ma avevo torto, soprattutto nei modi usati”. Oggi fa l’allenatore, è tornato a Brescia per riportare la squadra e la società dove meritano. “Per me è una sfida. Qui ho già vinto, so come si fa”.

Corini, partiamo dagli inizi. Papà Carlo la mandò a lavorare, nonostante giocasse già a calcio. È vero?

“Sì, mi diceva che non potevo pensare di fare il calciatore a quindici anni e mezzo. E non voleva farmi sentire arrivato. Anzi. Mi insegnò a conquistarmi ogni cosa”.

Poi, dopo il Brescia, arrivò la Juve.

“Era l’estate di Italia ‘90. Arrivai alla Juve con Baggio. Robi era una rockstar, io uno sconosciuto. E tante volte il Trap ci ha messo in camera insieme: una persona unica, mi faceva un sacco di scherzi. La sera passavamo tutto il tempo a giocare a Pinnacola. Quante sfide tra me, Baggio e Carrera. Nessuno voleva perdere”.

E quando Robi non c’era, il dieci era lei… 

“Già, ma solo perché si davano i numeri dall’uno all’undici. Scherzi a parte, è stato un onore indossare la dieci sia alla Juventus che al Napoli. Ho solo un rimpianto: l’unica volta che affrontai Maradona gli chiesi la maglia, ma l’aveva promessa a Casiraghi. E pensi la vita come è strana: tre anni anni dopo quella dieci l’ho indossata io”.

In mezzo c’è stata la Samp. Andò via per colpa di Mancini?

“No, fu colpa mia. Da giovane ero un po’ una testa matta. Roberto alla Sampdoria era importante, bisognava portare rispetto. Discutemmo e io risposi male, sbagliai soprattutto nei modi. A Genova sono stato bene, Sacchi mi convocò tre volte in Nazionale. Però sono stato stupido, ho scelto d’impulso”.

​Poi sono arrivati gli infortuni. 

“Nella sfortuna ho trovato una nuova vita. Mi hanno cambiato. Dopo il secondo infortunio al crociato avevo ventotto anni e ho avuto paura. Ho visto il baratro. Temevo di non tornare a giocare più. Forse lì, per la prima volta, ho pensato di fare l’allenatore”.

Dopo il secondo infortunio al crociato temevo di non riuscire più a giocare, ma è stato proprio in quel momento che ho pensato di fare l'allenatore

Eugenio Corini

Invece a Palermo è rinato. Un flash? 

“Ricordo i tifosi sotto la sede del club dopo la mia conferenza d’addio, fu un gesto d’amore. Palermo è una piazza che porto nel cuore, ma in quel momento non c’erano le condizioni per restare. Sono rimasto un po’ deluso dalla mancanza di chiarezza di alcune persone”. 

Non un tipo facile Zamparini. 

“Io l’ho avuto sia da calciatore che da allenatore. Era un personaggio, spesso ci siamo scontrati. Anche da tecnico nel 2017 mi dimisi perché non mi sentivo ascoltato”. 

Si dice che poi fosse vicino alla Roma… 

È così. Mi chiamò Pradè, dicendomi che Spalletti voleva un regista da affiancare a De Rossi e Pizarro. Poi non se ne fece nulla, non so perché. Però so che Guidolin aveva parlato bene di me con Baldini. Per me il mister è stato un secondo padre”. 

Anni prima, invece, poteva finire all’Inter? 

“Era tutto fatto, altroché. Io alla Samp ero chiuso da Jugovic e volevo giocare a tutti i costi. Così il mio procuratore parlò con l’Inter per farmi andare a Milano. Ma Mantovani bloccò tutto. Mi prese da parte e mi disse: ‘Ti ho appena preso, non ti vendo. Impegnati e avrai il tuo spazio’. E così fu. 

Spalletti mi voleva alla Roma per affiancare De Rossi e Pizarro. Poi non se ne fece nulla, non so perché

Eugenio Corini

La Nazionale maggiore resta un rimpianto?

“Sí, assolutamente. Sacchi mi stava buttato dentro contro il Messico. Stavo per entrare, ma si fece male Mancini e lui mise in campo una punta. Sempre Roberto nel destino… ma fu uno sfortunato caso. Peccato”. 

In chiusura, parliamo del Corini allenatore. È tornato a Brescia, senza guardare la categoria.

“Sono tornato qui per riportare la città dove merita. Nel 2019 fu una festa bellissima, c’era un fiume di gente. Coltivo il sogno di voler rivivere emozioni del genere. È la luce che vedo in fondo al tunnel, voglio riuscirci”. 

I più forti che ha allenato? 

“Non vorrei fare un torto a nessuno, ma se devo scegliere direi Tonali e Hjulmand. Avevano qualcosa di diverso. Sandro era un ragazzino, ma ti stupiva per la mentalità e l’atteggiamento. Si comportava come un trentenne nel corpo di un ragazzino. E poi… che talento! Anche Morten, un temperamento e una leadership innate. Fu un grandissimo colpo di Corvino, lo scovò dall’Admira Wacker, in Austria, dove non faceva nemmeno il titolare”.

 Un obiettivo per il futuro?

 “Riportare il Brescia dove merita. Vivo con questo desiderio”.

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