Coach Cervelli, venezuelano d'Italia tra Juve e... Maduro: la sua semifinale nel baseball è un affare di cuore

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L'allenatore della nazionale azzurra sfida il suo Venezuela nel WBC: dagli Yankees a Del Piero passando per l'impegno politico contro il regime, la storia del campione che sta facendo innamorare tutti del baseball 

Filippo Conticello

Giornalista

15 marzo - 19:07 - MILANO

Con ancora addosso la salsa caraibica ballata ai quarti contro Porto Rico - ennesima impresa oltre la logica di questi folli azzurri del baseball -, ieri gli appassionati italiani, che spuntano a ogni angolo del web, erano andati a letto convinti dell’inevitabile: tutti pensavano di dover giocare una semifinale contro il Giappone dell’imperatore Shohei Ohtani, il miglior giocatore del pianeta e per molti della storia. Ma nulla è scontato in questo WBC per cuori forti, così è caduta perfino la nazionale dello sportivo più pagato di sempre, l’uomo da 700 milioni di dollari di contratto in 10 anni, l’unicorno che lancia e batte come nessuno. Ohtani starà pure cambiando la grammatica del gioco, ma lui e gli altri giapponesi sono stati schiantati dalla rimonta orgogliosa del Venezuela, altra nazionale che sembra in missione come la nostra. È mutato così lo scenario di fronte agli azzurri nell’inseguimento al sogno mondiale, un tempo impensabile e adesso reale. Se possibile, questo incrocio sudamericano è persino più avvincente: porta addosso un vissuto unico, ben oltre il diamante, a partire da quello del nostro coach, Francisco Cervelli, 40enne venezuelano di nascita e azzurro di cuore. Chissà se almeno lui avrebbe preferito la mazza (e i lanci…) di Ohtani, piuttosto che questo scontro identitario. 

il viaggio di francisco

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Cervelli non è solo il commissario tecnico della nazionale che beve caffè a ogni fuori campo e schiocca baci in panchina come piace agli italo-americani, ma è un uomo di frontiera, sportiva e culturale. È il ponte tra due patrie, il simbolo più nitido di un’idea di squadra azzurra fondata sul sangue dei figli e dei nipoti di antichi immigrati, oltre che su un preciso progetto tecnico. È nato a Valencia, in Venezuela, il 6 marzo 1986, da mamma Damelis, venezuelana, e papà Emanuele, pugliese di Bitonto emigrato oltre oceano per cercare fortuna a 11 anni. Il passaporto con cui ha rappresentato la Nazionale prima da giocatore e poi da manager nasce da lì, oltre che da un’appartenenza viscerale alla storia di famiglia, la stessa dei ragazzi italoamericani che oggi popolano con lui il nostro dugout. A inizio 2025, per decisione del presidente federale Marco Mazzieri, ha preso il posto di coach azzurro che era di Mike Piazza, catcher leggendario dei Mets e monumento vivente al baseball. Nella vita precedente, Cervelli ha fatto proprio lo stesso mestiere del predecessore, il ricevitore, con meno fama ma ottimi risultati. Ha giocato 13 stagioni in Major League, firmando con gli Yankees già nel 2003 e scalando tutta l’organizzazione, dalle Minors fino a un anello messo al dito nel 2009. Da una scuola tanto grande Francisco ha assorbito un metodo, ha approfondito la capacità di gestire la pressione, proprio ciò che sta inculcando alla squadra azzurra arrivata tra le prime quattro del pianeta. Joe Torre, vero maestro della carriera ai tempi degli Yankees e altro italo-americano iconico in questo gioco,  gli ha insegnato che il baseball è anche una questione di stile, fuori e dentro il diamante. Non a caso, dopo la vittoria con Portorico, Cervelli si è presentato in conferenza vestito a puntino, con giacca e cravatta: i veri italiani sono così, eleganti per definizione. Tra l’altro, in quel momento ha annunciato un innesto in extremis, decisamente importante per il roster: in vista della semifinale arriva, infatti, l’interbase di Cleveland, Brayan Rocchio, anche lui originario del Venezuela. Si unisce alla squadra direttamente a Miami ed è facile capire perché: "Con quello che ci sta succedendo, vogliono tutti venire…", ha riso l’elegantissimo Cervelli. 

il mito ale

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Un’altra svolta della carriera da giocatore arrivò con il trasferimento a Pittsburgh a fine 2014. Con i Pirates, trovò più spazio da titolare e anche una certa riconoscibile popolarità: la sua “walk-up song” era “That’s Amore”, giusto per rimarcare la cara vecchia italianità, e divenne un marchio identitario in città. A Pittsburgh ne fecero persino un piccolo rito da stadio, con segmenti sullo schermo in cui lui stesso romantico Francisco dava consigli sentimentali ai tifosi. Come tanti catcher, Cervelli ha dovuto, però, convivere con le botte subite e le commozioni cerebrali: il caso più impressionante il 25 maggio 2019, quando un pezzo di mazza di Joc Pederson colpì la sua maschera. Rimase frastornato, provò perfino a restare in partita, poi abbandonò la nave. Da Pittsburgh passò ad Atlanta, poi l’ultima tappa a Miami per il ritiro nel 2020, al termine di una carriera molto più importante di quanto si immagini. Nei numeri, sempre testardi, si trova la conferma: in 13 stagioni e 730 partite totali in Mlb, oltre all’anello newyorkese, si contano 605 valide, un .268 di media battuta e 41 fuoricampo. Non certo un fuoriclasse generazionale, ma un giocatore solido, produttivo, capace sempre di galleggiare oltre la media offensiva del ruolo. Il tutto, poi, senza mai perdere il cordone ombelicale che lo lega alla patria del babbo e, soprattutto, quel tifo assatanato per un’altra squadra e un altro sport, seguiti religiosamente a distanza. Nella clubhouse degli Yankees ricordano ancora il giovane Francisco palleggiare (benone) con una palla da soccer e una maglia bianconera. “La Juve è la squadra della mia vita, la tiferò fino alla morte...”, ha dichiarato durante questo WBC. Oggi apprezza Yildiz e Conceiçao, ma tutto iniziò con Alessandro Del Piero, idolo di sempre e vero motivo di questa passionaccia. Lo ha incontrato per la prima volta a Torino nel 2010: quella foto con Ale per il coach è una reliquia, come un’altra fatta assieme a Buffon. 

l'arte di amalgamare

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La Juve come squadra-nazione nel profondo del cuore, l’azzurro come missione per un intero Paese da evangelizzare: per Cervelli la Nazionale non è un’etichetta di facciata, ma un progetto preciso, già dall’argento conquistato nell’Europeo 2025 con lui alla guida. È, però, in questo World Baseball Classic del 2026 che la sua idea iniziale ha trovato la massima espressione. Nel reclutamento è sempre partito da un concetto chiave: “Servono giocatori che siano veramente fieri di indossare questa maglia…”. Adesso vuole allargare il perimetro del baseball italiano, metterlo nella mappa internazionale, così un domani saranno i giocatori stessi della Mlb a bussare alla sua porta: a vedere Rocchio in squadra, il sospetto è che ci stia riuscendo. Nella squadra, poi, Cervelli è un connettore di anime e di storie, amalgama giocatori nati e formati in Italia e italo-americani cresciuti nel sistema Major. Vinnie Pasquantino, il nostro capitano e stella dei Kansas City Royals, gli ha attribuito questo merito sacrosanto: essere riuscito a saldare anime differenti in un gruppo unico, che si diverte e sta bene insieme.  

LA RIVINCITA

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 Il filo di Cervelli con l’azzurro era, comunque, ben teso anche da giocatore, visto che ha affrontato il WBC del 2009 e quello del 2017: è proprio in quest’ultima occasione che l’altra patria, il Venezuela, gli ha sbarrato rovinosamente la strada. In realtà, i sudamericani sono sempre stati un muro per la storia del baseball azzurro: cinque incroci mondiali, cinque vittorie. Nelle prime tre sfide, tra 2006 e 2009, il dominio è stato netto con un complessivo 23-1. Poi nel 2017, nell’edizione con Francisco in campo, ecco le ultime due partite pazzesche, molto più equilibrate e per questo dolorose: 11-10 e 4-3 il doppio risultato. Nel primo incontro i sudamericani vinsero dopo essere stati sotto 5-0 e Martín Prado firmò un capolavoro da cinque valide, con tanto di definitivo doppio nell’11° inning, mentre proprio il catcher Cervelli ne batteva tre per l’Italia. Nella successiva sfida decisiva per passare il turno, il Venezuela rimontò ancora, stavolta con esultanza finale di Alcides Escobar. Oggi il nostro coach vuole, quindi, una rivincita personale a tutto tondo, ma è ben conscio di affrontare una squadra fortissima e affamata anche perché manca la semifinale mondiale dal 2009. Prima del boom ai quarti contro Ohtani, il Venezuela ha perso nel girone contro la Repubblica Dominicana, avversario degli Usa nell’altra semifinale, e porta addosso ancora la cicatrice del 2023:  ai quarti contro gli States sul tabellone c'era scritto 4-0, prima di un famoso Grande Slam firmato da Trea Turner. 

contro il regime

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Il roster avversario che incroceremo lunedì notte è  davvero di livello alto, con due superstar che spiccano tra le tante: Ronald Acuña Jr., guida degli Atlanta Braves e Mvp della National League 2023, guida il campo esterno, mentre Luis Arraez, seconda base dei San Francisco Giants, è uno dei battitori più puri della Lega. Il resto, invece, è un corollario politico che riempie di contenuti anche una competizione sportiva come questa: il blitz con la cattura di Maduro, fresco di un paio di mesi, è ancora nella memoria di tutti e adesso il Venezuela può piantare la bandiera da campione del mondo in territorio americano. Lo stesso Cervelli, negli anni, è stato un durissimo critico del regime ora caduto, ha parlato pubblicamente della crisi umanitaria nel suo Paese: ad esempio, scriveva “SOS Venezuela” durante le partite Mlb per attirare l’attenzione internazionale. Oltre il mondo che bussa da fuori, nel diamante sarà comunque una sfida a scacchi tra manager connazionali: il Venezuela è guidato da Omar Lopez, oggi coach degli Houston Astros e già architetto della nazionale che nel 2023 sfiorò l’impresa. L’Italia, invece, sarà pure una novità esotica a queste altezze, ma Cervelli ha un obiettivo più grande: lui, calciofilo e juventino, si è messo in testa di fare come il suo mito Del Piero nel 2006.

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