A San Siro i norvegesi eliminano l'Inter difendendo e ripartendo, come le italiane di una volta. Forse è il momento di tornare a un calcio fatto di essenzialità e cinismo, senza inseguire modelli che non ci appartengono
Ci hanno rubato l’idea, per citare la frase celebre di un allenatore del Novecento, Bruno Pesaola. Tutti a dire quanto è forte, bello e organizzato il Bodo, ed è vero, anche se va specificato che il Bodo, ieri sera a San Siro, ha giocato una partita totalmente difensiva, di resistenza e di ripartenza, come avrebbero fatto molte squadre italiane del secolo scorso. Non facciamo passare il Bodo per quello che non è. L’Inter attaccava, collezionava calci d’angolo, 16 a 1 alla fine il conto dei corner, tirava (male) a più non posso e non segnava. Il muro del Bodo - fondato in non possesso su un 4-4-2 che prevedeva due linee strette e intasate, con Berg, il regista, spesso schiacciato all’indietro, sorta di libero davanti alla difesa – il muro del Bodo, dicevamo, resisteva, in maniera rocambolesca – sempre una deviazione, un tocco, una respinta -, ma niente da fare, quella diga non veniva giù. E quando era il momento, il Bodo si distendeva in contropiede, a volte sul rilancio del portiere. Il primo tempo è andato avanti su tali binari. Nella ripresa, Akanji ha regalato il gol dello 0-1 con il più corto e sciagurato dei retropassaggi e lì è finito tutto.
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Il tocco maldestro di Akanji è un infortunio, può capitare, e scusate se lo strumentalizziamo per una riflessione più ampia. Da due decenni circa ci diciamo che ogni pallone non deve essere sprecato, che tutti i palloni vanno giocati, inclusi quelli che vengono mossi da sotto, dall’area piccola del portiere. È qualcosa che abbiamo copiato e importato, spesso per moda, ma che non ci apparteneva. L’Inter di Cristian Chivu costruisce dal basso molto meno rispetto all’Inter di Simone Inzaghi, però il virus è rimasto latente, circolante. Nel nostro calcio contemporaneo, resiste in tanti la convinzione che il palleggio e il possesso siano la retta via, e lo sono, se il palleggio e il possesso sono rapidi e verticali. Al contrario, quando abbondano lentezza e orizzontalità, il possesso si ritorce contro. A San Siro, il Bodo, nel dubbio, non palleggiava: ripartiva con velocità e con pochi tocchi, in ampiezza o in verticale. E portava il pressing sulle movimentazioni basse o medio-basse dell’Inter, perché lì si annidava il punto di fragilità. Lo sbaglio di Akanji, indotto dalle pressioni alte dei norvegesi dell’Artico, ne è stato l’esempio.
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La partita di ieri sera ci serve come pretesto per alzare lo sguardo sul calcio italiano. La bassa intensità di molte partite di Serie A è un altro elemento che in Europa le nostre squadre pagano caro. Fuori dall’Italia, specie al Nord Europa, si corre di più e meglio, con picchi superiori e con maggiore continuità nei 90 minuti. Ieri sera, non appena l’Inter abbassava l’andatura, il Bodo emergeva. Questo è un gap quasi geografico. Forse siamo un Paese troppo mediterraneo per correre forte dall’inizio alla fine. Forse il clima morbido non aiuta, anche se ieri a San Siro non c’era aria di primavera. Il problema principale, però, è un altro: in tutti questi anni di studio e osservazione del calcio altrui, della Premier League e della Spagna in particolare, ci siamo snaturati e ci siamo persi nella traversata del nostro deserto. Non difendiamo più come difendevamo una volta e di riflesso non produciamo più grandi difensori. Oggi, nei settori giovanili, ai difensori si insegna come passare il pallone e un po’ meno come anticipare o marcare l’avversario. Non costruiamo gioco di qualità come fanno in Spagna né generiamo intensità come in Inghilterra. Ci siamo avvitati in un percorso tutto nostro, di rielaborazioni imprecise. Abbiamo sottratto abbastanza, forse troppo, alla nostra identità. Abbiamo modificato la nostra genetica e siamo entrati in stallo. Non siamo più quel che eravamo e non siamo ancora quel che vorremmo. Una volta esportavamo qualcosa di discutibile, però chiaro e riconoscibile, il catenaccio e il contropiede. Oggi ci avventuriamo nel mondo con un calcio ondivago, che vorrebbe essere ambizioso, creare bellezza, e che spesso tende al lezioso e si avvita.
tre
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Non chiediamo né possiamo permetterci - perché mancano gli interpreti adatti - il ritorno al calcio italiano delle difese estreme. Con il Muro di Berlino abbiamo vinto l’ultimo nostro Mondiale nel 2006 e con l’Inter di Mourinho, tutta blocchi bassi e contropiede, l’ultima nostra Champions nel 2010, e pure l’Europeo del 2021 è stato un successo fondato sul portiere e sui difensori. Ci basterebbe un’organizzazione tipo Bodo, a quella possiamo ambire. Smettiamo di scimmiottare modelli altissimi. Ricominciamo dal basso, ma non nel senso della costruzione. Tanto per ricominciare, recuperiamo l’essenzialità e il cinismo, i principi a cui si è ispirato il “bellissimo” Bodo contro l’Inter nei playoff di Champions. Ci hanno rubato l’idea e ce l’hanno rubata bene.









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