Castellacci: "Anche gli uzbeki mi chiamano 'prof'. In Cannavaro rivedo Lippi"

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Medico della Nazionale ai Mondiali 2006, 2010 e 2014, ha ricevuto la chiamata dell'Uzbekistan guidato dall'ex capitano azzurro: "I giocatori sono ragazzi eccezionali e ora che hanno scoperto la pasta non pranzano mai senza"

22 giugno 2026 (modifica alle 12:50) - NEW YORK (STATI UNITI)

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"Prof, vieni con me in Uzbekistan?". La voce al cellulare era quella di Fabio Cannavaro, "il mio capitano" sorride il "prof" Enrico Castellacci dal campo base in Georgia, non lontano da Atlanta. "Come potevo dire no?". E così si aggiunse alla spedizione italiana alla guida dell'Uzbekistan debuttante al Mondiale. Cannavaro ct e, con lui, tra gli altri, il medico degli azzurri campioni del mondo a Berlino. "Non solo. Sono stato anche a Sudafrica 2010 e Brasile 2014. Questo è il mio quarto Mondiale e credo l'ultimo".

Si aspettava la chiamata?
"Posso essere sincero? Un po' sì. Siamo stati assieme in azzurro, poi anche in Cina, perché Marcello Lippi aveva designato Cannavaro come suo erede al Guangzhou. Ci conosciamo bene".

Debutto non facile all'Azteca contro la Colombia.
"No ma che peccato. Intanto l'emozione è stata unica: c'erano ottantamila maglie gialle e un migliaio solo dell'Uzbekistan, me essere lì, con tutto quello che l'Azteca significa per noi... Anche Fabio era emozionato. Poi il risultato ha fatto un po' male. Non meritavamo il 3-1, poteva starci il pareggio, era la nostra prima partita, un po' d'emozione, un po' di sfortuna, un errore...".

Cannavaro era contento della partita.
"Ho un'età in cui non ho bisogno di fare i complimenti a qualcuno. Ho visto Fabio crescere esponenzialmente come allenatore e non capisco come in Italia non gli abbiano dato la considerazione che merita, mentre all'estero lo chiamano per ruoli importanti".

A chi somiglia?
"In lui rivedo inevitabilmente Marcello Lippi. Ha la stessa serenità, ha quel sorriso che è un lasciapassare dovunque, ed è un lavoratore infaticabile. Fino alle due di notte studia tattiche, video, strategie, avversari. Ha in testa i concetti di Lippi, soprattutto uno: il gruppo, la squadra. Come diceva Marcello: noi non dobbiamo essere una squadra, ma "la" squadra. Marcello ha lasciato un'impronta profonda nel calcio anche in Cina: non era facile rivoluzionare il sistema lì".

Poi lei è stato anche in azzurro con Prandelli.
"Se le dico che umanamente è una persona rara non aggiungo molto a quello che si sa. Ha fatto un grande Europeo, poi al Mondiale in Brasile non è andata bene e ha sofferto. Ma con grande dignità s'è dimesso subito come il presidente Abete".

Chi c'è di italiano nello staff uzbeko?
"Troise, Paolo, il fratello di Fabio, Rolando Bianchi, Albarella, Chimenti, Esposito, Sigillo... un po' di Italia in Asia".

Uzbekistan, un mondo sconosciuto.
"Sono stato nella capitale Tashkent ma ho visto davvero poco perché si stava sempre nel centro sportivo. Però si capisce che è un paese giovane e in crescita, sta diventando un centro importante per gli sport invernali. Un paese musulmano nel quale la religione è molto importante: i giocatori pregano più volte nella giornata ed è molto bello entrare nella loro dimensione e rispettarla. Questo è fondamentale".

Come si trova con loro?
"I giocatori sono ragazzi eccezionali. Mi chiamano prof perché c'è anche il medico uzbeko. Il leader è Shomurodov che tra l'altro parla benissimo l'italiano e si aggiunge al traduttore che parla anche inglese e russo, lì conoscono tutti il russo. Oltre all'uzbeko, ovvio".

Il cibo?
"Il miglior punto d’incontro tra culture. Noi abbiamo uno chef italiano, Spino, napoletano, e adesso che gli uzbeki hanno scoperto la pasta non pranzano mai senza. Io glielo dico: "Ah, sempre spaghetti...". E loro: "Sì, ma a noi piace anche la zuppa uzbeka, prof...". "Sì, però siete sempre col piatto di pasta in mano, come mai?"...".

Com'è la squadra?
"Livello tecnico discreto, in crescita, con due nomi come Shomurodov, ex Roma, oggi goleador in Turchia, e Khusanov, difensore del City".

Rispetto alla Cina?
"Due mondi lontanissimi. In Cina i giocatori erano forti e famosi, oltre agli stranieri. Gli uzbeki giocano in Iran, negli Emirati, nel loro campionato. Ma la nazionale è dura, rocciosa, difficile da affrontare".

Rispetto a Germania 2006 com'è la vita di un medico sportivo?
"Cambiata al pari di quella dei giocatori di nazionale di club. In dieci anni la velocità è raddoppiata e l'aspetto agonistico è importante come quello tecnico e tattico. Si corre come mai. E i fisici sottoposti a questo stressi si infortunano di più. C'è più lavoro, viviamo in mezzo agli infortuni. Ma gli allenatori non vedono l'ora di recuperare i giocatori".

Lippi cosa le ha detto?
"Marcello ora è a Ibiza. Ma prima di partire è venuto da me a Lucca e abbiamo fatto una videochiamata a Fabio. Tifa per lui, il suo allievo".

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