Il tecnico della Primavera dell’Inter ai quarti di Youth League: "Da giocatore ho sbagliato ad andarmene troppo presto. Ora sogno con i miei ragazzi: anche in Italia il talento esiste"
Dalla Calabria all’Inghilterra, da Bagnara a Sheffield, Birmingham oppure Middlesbrough, non c’è immaginazione che basti. Benito Carbone, detto Benny, oggi è il tecnico 54enne della Primavera interista dal profumo d’Europa - domani si gioca in gara unica l’ingresso alla Final 4 di Youth League ai quarti col Benfica -, ma molto prima è stato un pioniere: lasciati i nerazzurri da calciatore, ha attraversato la Manica con spirito da esploratore. Ha segnato nella Premier ruvida di metà anni 90 e inizio 2000, quando i trequartisti come lui erano quasi degli spiriti eletti tra difensori possenti.
Carbone, si aspettava questo boom dell’Inter Primavera?
"Sì, perché ci chiamiamo Inter. Qui bisogna arrivare il più lontano possibile in tutte le competizioni, favorendo il percorso di crescita dei ragazzi. Gli obiettivi te li crei, poi è sempre il campo che parla".
Che squadra è il Benfica?
"Forte, con cinque o sei individualità di livello superiore, pronte a stare con i grandi. Ma anche il Betis era di questo livello, eppure ce la siamo giocata a viso aperto e siamo andati avanti. Godiamocela, non c’è niente di più bello che confrontarsi con culture diverse. In ogni caso, non credo che il nostro movimento calcistico sia indietro: sono solo chiacchiere perché i talenti giovani ci sono. Il punto è che dobbiamo avere più coraggio nel farli giocare, su questo tutta l’Inter è avanti".
Infatti all’Inter oggi si punta sui giovani a tutti i livelli.
"È un obiettivo della proprietà ed è giusto che sia così. L’Inter deve continuare ad avere un vivaio importante, come sempre. Con l’U23 possiamo far crescere i ragazzi in casa invece di mandarli in giro per l’Italia".
Prima di questa vita da allenatore, lei è stato un 10 di talento tra Napoli e Inter e un italiano che ha stupito la Premier.
"Ma sono rimasto sempre lo stesso ragazzo di Calabria con un sogno nella valigia e il privilegio di averlo realizzato. Mia madre ha cresciuto sei ragazzi da sola, vendendo olio, il successo non poteva cambiarmi. Quelle maglie che erano state di Diego e Matthäus pesavano, ma non ho mai avuto ansia da prestazione. Un rimpianto, però, sì, ce l’ho: sono andato via troppo presto dall’Inter. Con Hodgson giocavo fuori ruolo ma, se avessi aspettato sei mesi, sarebbe arrivato Gigi Simoni e poi Ronaldo: sarebbe cambiato tutto. A volte nella vita serve pazienza, ma allora non lo sapevo...".
Terzo miglior marcatore italiano nella storia della Premier dopo Di Canio e Zola (36 reti): ha la sensazione che questi risultati in Italia non venissero apprezzati?
"Diciamo che se ne parlava poco... All’epoca non c’erano i social e l’attenzione di oggi. Adesso se un italiano segna in Premier, lo sanno tutti. Ma l’Inghilterra resta un’esperienza meravigliosa, sono perfino riuscito a imparare l’inglese partendo dai gesti: dopo il buio iniziale, ascoltando la tv e parlando con i compagni, in sei mesi mi sono sbloccato".
È vero che a Sheffield hanno comprato Di Canio per farla sentire meno solo?
"Quando è arrivato Paolo mi è cambiata la vita. Le nostre famiglie stavano sempre insieme, i nostri figli avevano la stessa età. In campo poi ci capivamo al volo, bastava uno sguardo: Di Canio è stato il compagno più forte con cui ho giocato. Le salvezze allo Sheffield Wednesday erano come vincere titoli".
Un trofeo vero, però, le è mancato.
"All’Aston Villa ho perso contro il Chelsea la finale di FA Cup 2000, la prima dopo 26 anni per il club. In quella edizione ne feci tre al Leeds, chiusi il torneo da capocannoniere assieme al grande Alan Shearer. L’errore è stato non rinnovare con loro: mi offrivano quattro anni, ma io volevo andare a tutti i costi alla Fiorentina di Trapattoni e Batistuta. Alla fine, mi sono ritrovato al Bradford dove ho fatto... il militare".
In che senso?
"Il ritiro era di tipo militare. Invece del campo, c’era una caserma. Da quando scendevi dal pullman, dovevi marciare, come in guerra: 15 giorni di addestramenti da marines, acqua gelida, percorsi difficili, bombe finte. Il pallone l’ho visto alla fine. Diciamo che non ci ha aiutato quel clima...".
Com’era la Premier di quegli anni rispetto a oggi?
"Non ancora una lega così globale, ma era un campionato molto difficile. C’erano tanti inglesi e si giocava molto sulla seconda palla: lancio, aggressività, cuore. Sfidavo difensori durissimi come Tony Adams. Una volta Rio Ferdinand mi disse che non dormiva la sera prima di giocare contro di me. Un bel complimento!".
È stato lui l’avversario più duro?
"No, dico Fabio Cannavaro, un amico che dovrebbe ringraziarmi... In un Napoli-Torino non mi fece toccare una palla e da allora partì il suo decollo".
Perché oggi sono così pochi gli italiani come lei, trequartisti imprevedibili?
"C’è stato un periodo in cui nei settori giovanili italiani si pensava troppo alla tattica e poco alla qualità. Gli istruttori volevano dimostrare di essere bravi invece di migliorare i ragazzi. Per fortuna oggi non è così: guai a limitare la creatività".
Dall’azzurro, invece, si aspettava qualcosa in più?
"Mi tengo la vittoria con l’Under21 nel 1994: contro la Francia di Zidane in semifinale ho segnato il rigore. Ma ai miei tempi, nello stesso ruolo, c’erano Baggio, Zola e Mancini, e dietro stavano arrivando di corsa Totti e Del Piero. In più ero in Inghilterra, lontano dai radar degli allenatori. Come potevo fare? Forse, se fossi rimasto all’Inter...".
Ecco, sempre l’Inter.
"È la squadra del cuore sin da piccolo. Tornando a difendere questa maglia si è chiuso un cerchio. L’Inter è una famiglia che non vorrei lasciare mai".









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