Crotone e Rimini sono pronte a salpare per contribuire alla grande operazione internazionale nel tratto di mare più controverso del momento. I segreti delle due unità della Marina Militare e come agiranno nello Stretto. Sempre che l'accordo tra Usa e Iran lo permetta
Maurizio Bertera
19 giugno - 08:52 - MILANO
Rimini e Crotone: per un curioso contrasto, i nomi di due belle località che fanno pensare subito al mare e alle vacanze sono a poppa di due navi italiane, impegnate in una delle operazioni più pericolose per la nostra Marina Militare dal secondo dopoguerra a oggi. Attualmente si trovano a Gibuti, all'ingresso del Mar Rosso, in attesa del via all’operazione internazionale per sminare lo Stretto di Hormuz, qualora i termini dell'accordo tra Stati Uniti e Iran lo permettano. Un lavoro duro e complicato, che coinvolge circa 500 uomini della Marina Militare e sta richiedendo uno studio scientifico. A partire dal tipo di fondale — roccia, sabbia, vegetazione, che può nascondere le mine da fondo — le correnti, la salinità e la temperatura dell’acqua, che incidono sulla propagazione del suono che è alla base del funzionamento del sonar che ci consente, con l’eco di ritorno, di individuare oggetti sottomarini e classificarli. E poi ci sono le maledette mine. Di vario genere, a seconda del Paese che le produce, di diversa forma o dimensione, anche se il loro funzionamento alla fine è pressoché lo stesso. Ce ne sono con un sensore o più sensori, da fondo, ovvero appoggiate sul fondale, oppure ormeggiate a catena e fluttuanti a circa 50-60 metri di profondità. Con sensori magnetici, acustici o a contatto. Quelle a catena sono ideali su fondali di 130-150 metri, quelle da fondo per essere efficaci contro navi e sommergibili non possono invece stare a più di 100 metri. Senza retorica, i nostri specialisti dovranno affrontare un potenziale inferno.
SUBACQUEI A BORDO
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Crotone e Rimini (entrambi cacciamine Classe Gaeta, lunghe 52 metri e larghe una decina) sono in servizio da oltre 30 anni e posizionate abitualmente a La Spezia: fanno parte della quinta divisione navale, un’unità di eccellenza in ambito Nato. Navi che sono costruite in vetroresina e non in acciaio- come tutte le altre, recenti, della Marina Militare - proprio per risultare invisibili ai sensori magnetici delle mine e ridurre le vibrazioni e il rumore in mare: perfino la minima segnatura magnetica prodotta dalle parti metalliche delle unità viene annullata da sistema di degaussing, ovvero un campo magnetico contrario. Oltre a eliche e timone, c’è poi un sistema di propulsione ausiliario con tre motori (uno a prora e due a poppa) che riesce a mantenere ferma la nave nonostante venti e correnti per analizzare un oggetto potenzialmente pericoloso. Il motore principale (un diesel GMT BL-230.8M) consente invece velocità massima di 15 nodi e un'autonomia di 2500 miglia. Oltre all'equipaggio abituale, i cacciamine imbarcano subacquei specializzati che si addestrano costantemente nelle acque dei porti italiani e dello stretto di Messina. Attraverso sonar sono in grado di scandagliare tratti di mare alla ricerca di mine – affioranti, all’ancora o da fondale – per poi farle brillare. Un tempo, erano membri dell’equipaggio a occuparsi di piazzare cariche esplosive, esponendosi a rischi enormi. Oggi i palombari si avvicinano raramente, perlopiù per raccogliere informazioni di intelligence sulle caratteristiche e la probabile provenienza delle mine. Grazie alle nuove tecnologie, le operazioni di contro minamento sono affidate a droni marini pilotati da remoto dal personale di bordo.
IN ARRIVO NUOVE UNITà
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Ai droni, di recente, si sono aggiunti nuovi veicoli autonomi e dotati di intelligenza artificiale che possono arrivare fino a 3000 metri di profondità e sono cruciali nelle attività di pattugliamento e protezione di infrastrutture subacquee strategiche come oleodotti e cavi di telecomunicazione sottomarini. D’altra parte, anche i cacciamine hanno fatto un salto tecnologico negli ultimi anni tanto da spingere l’Italia a ordinare a Intermarine e Leonardo cinque unità di nuova generazione, lunghe oltre 60 metri, che saranno consegnate a partire dal 2029. Tornando all'operazione nello stretto, siamo al conto alla rovescia. "Stiamo aspettando che ci venga comunicata l’area d’operazione per sapere quanto sarà vasta e in quanti box sarà divisa, quanti cacciamine saranno impegnati oltre ai nostri e quali saranno i nostri box d’azione. Quindi con il sonar e in lento moto inizieremo la classificazione degli oggetti che saranno rilevati, anche con l’utilizzo dei dati forniti dal mini-sommergibile Remus 300. A quel punto interverremo con i Rov, mezzi filoguidati da bordo dotati di sonar e telecamera per identificare le mine e farle brillare con una carica di controsminamento, oppure — soprattutto nel caso di ordigni a catena — scenderanno i team di palombari del Gruppo operativo subacqueo del Comsubin per neutralizzare le mine. Sono operazioni complesse e delicate: hanno scafandri nei quali anche gli autorespiratori sono amagnetici" ha spiegato a Il Corriere della Sera il contrammiraglio Cristo Salvatore Traetta che coordina l’attività delle due unità navali salpate a maggio. Va sottolineato che mentre altre Marine Militari, come quella francese e britannica, hanno virato con decisione solo sui droni autonomi, quella italiana ha optato per mantenere i cacciamine con equipaggio, affiancati dai nuovi mezzi autonomi, sia di superficie (Intermarine ne sta sviluppando di innovativi), sia subacquei, sia aerei. Se non si conoscono i limiti del campo minato, del resto, è impossibile sapere dove fermarsi con le navi porta-droni per iniziare le attività di ricognizione. E i cacciamine, con equipaggi di grande capacità sul tema come i nostri, tornano indispensabili per muoversi in sicurezza e con rapidità. Buon vento.











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