Buon viaggio Igor, l’uomo con la valigia di cartone

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Dal sorriso sulla banchina di Bari all’ultima battaglia: il ricordo di Igor Protti e della sua forza gentile

Gennaio 1996. “Andiamo a conoscere quel ragazzo”, mi ordinò Candido Cannavò. Quel ragazzo, Igor Protti, centravanti del Bari, era esploso: capocannoniere di A con 12 gol, gli ultimi due all’Inter. Il fotografo gli mise in mano una valigia di cartone con lo spago perché volevo parlare di emigrazione. Sulla banchina della stazione, Igor si voltò e sorrise allo scatto. “Sono un emigrato al contrario, da Rimini a Messina, Bari... Soffro a vedere tanti disoccupati ai nostri allenamenti. Colpa di uno squilibrato dopoguerra. Era più giusto che nascessi al Sud”.

Raccontò di suo padre. Tumore ai polmoni. “Sembrava curabile: piansi di gioia. Invece arrivò al cervello. Stava nascendo mio figlio. Papà disse: “Mi basta vederlo una volta”. Morì 20 giorni prima. Lì chiusi con Dio. Non poteva aspettare?”. La domenica successiva all’intervista, avrebbe segnato anche alla Juve. “Di solito mi vergogno, ma a Vialli la maglia la chiedo. Il più forte del mondo”. Li abbiamo visti spegnersi entrambi e ritirarsi nei vestiti. Lo stesso sorriso gentile, atipico per due guerrieri da gol. La stessa poderosa dignità di considerare la morte una parte del gioco, da accettare senza rabbia e senza vergogna. Vialli non è riuscito a portare le figlie all’altare, Protti sì. Questa volta Dio ha avuto pazienza. È l’ultima immagine: accanto a Noemi, aggrappato al figlio. Anche la cravatta accartocciata esprimeva dolore. Ma ce l’ha fatta. Ha ragione il pescatore Santiago: “L’uomo può essere ucciso, ma non sconfitto”. Lo ricordiamo felice sulla banchina di Bari con la valigia di cartone. È partito per sempre. Buon viaggio, Igor.

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